Archivio | novembre 2013

Supercar


Per chi come me è cresciuto negli Anni ’80, il titolo indurrebbe a evocare il ricordo del fortunato telefilm, con protagonisti l’indimenticato Michael Knight e la sua ipertecnologica Pontiac tuttofare, ma è solo una coincidenza, perché qui  è mia intenzione approfondire il mio rapporto (al dire il vero platonico) con quella categoria di vetture.

Premetto di non aver (ancora) avuto la fortuna di guidare una supercar,ma solamente di esserci “stato sopra” (non è la stessa cosa) e come ogni appassionato di automobili sogno di “domarne” una, ma confesso di provare un certo “timore reverenziale” misto ad una non eccessiva attrazione per questo genere di vetture. Non mi si fraintenda, perché l’avere 800 cavalli dietro la schiena è francamente una situazione adrenalinica, tuttavia è forse il concetto di “mostro” che aleggia dietro a queste vetture a non affascinarmi.

Inoltre, essendo uno “che nota il design”, ritengo che molte di queste creature finiscano quasi con “l’assomigliarsi” e lo scrivo virgolettato perché non sono un folle, a significare cioè che la ricerca della massima efficienza e soprattutto del massimo carico aereodinamico, al fine di non trasformare un rettilineo qualsiasi in una pista di decollo, confini le scelte di design a soluzioni quasi obbligate, penalizzando, talvolta le forme. Questo avviene prevalentemente sulle vetture più estreme, laddove sono le formule matematiche a guidare la matita, pena una vettura inguidabile o poco sicura. Lo stile è considerato, ma ovviamente deve cedere il passo alla funzione e secondo me, ne viene penalizzato, sotto il profilo della pulizia delle linee. Non è una pecca, perché anche in quest’ottica gli sforzi sono massimi, tuttavia è più difficile ravvisare la purezza dei tratti: le linee sono lì, dove serve che si trovino.

Quanto ho affermato non è vero in senso assoluto, perché ad esempio (la) LaFerrari è la dimostrazione di un notevole sforzo di “depurazione” , riuscito secondo me molto bene, con l’intento di non aggiungere elementi e provando invece a “ricavarli” dalle superfici. Questo non esclude di continuare a interpretarla come un “mostro”, al pari di una Pagani Huayra, o di qualche Lambo estrema. Insomma, sarà perché lo percepisca come “inarrivabile”, ma questo genere di vetture incute in me sentimenti di timore e rispetto. Sensazioni che non mi scaturiscono al cospetto di una granturismo o di superberline un po’ pompate.

Probabilmente, a parte il giudizio soggettivo, ciò è dovuto ad una sorta di “imprinting” con un mondo composto da auto più “normali” e così, come gli anatroccoli che seguivano l’etologo Konrad Lorenz in cui loro ravvedevano la mamma, io ho finito con il “seguire” un genere di vetture diverso.

Di certo c’è, se dovessi scegliere tra una 458 Italia e una Porsche Carrera, opterei per la seconda e non per mancanza di patriottismo, bensì per un mio diverso senso estetico e dell’apparire. Le Ferrari, da quando non sono più legate allo stile di Pininfarina per l’esterno, stanno secondo me evolvendo e migliorando, ma fuggirei ancora per un po’ di tempo da quello stile. Per assurdo, la Ferrari FF, forse perché meno Ferrari di altre mi affascina maggiormente. Stesso discorso per il linguaggio formale scelto da Lamborghini, che continua a svelare nuove declinazioni dello “stealth” style, tuttavia come auto di tutti giorni, anche una Gallardo o una Aventador mi sembrerebbero un poco estreme.

Per assurdo, ma non tanto, anzi proprio perché la loro sagoma mi appare più familiare e meno aggressiva, incutono in me minor timore mostri come l’Audi RS6 Avant o le Bmw M o ancora le Mercedes AMG, che pure raggiungono in qualche declinazione i 600 cv e non sono proprio delle “signorine”. Qualcuno obietterà che non si possa confrontare una Gallardo con una RS6 ed è vero, ma il mio discorso è fin dall’inizio orientato sulla “fisiognomica” e, non di meno, sui miei gusti, che forse mi indurrebbero a scegliere soluzioni “di compromesso”, come ad esempio la Porsche 911, in grado a mio avviso come poche, anzi nessuna, di rappresentare l’auto da condurre sia in città, che su un tracciato, senza sfigurare e senza dover arrivare alle mostruose GT3 o GT2. Nessuno spot, pro-Porsche simili, semplicemente una mia propensione ad un genere meno estremo, prevalentemente perché io concepisco il possesso di una sola auto, ma se potessi spaziare, anche economicamente, non escluderei eventuali soluzioni più estreme, da relegare all’ambito del “giocattolo” e niente più. Insomma, come sempre, a parte il limite economico, sono i gusti a dettare le scelte e ben venga che si continui a produrre (anche) supercar, perché non ho alcuna voglia di smettere di sognare: non costa nulla, almeno per ora…

Avrò chiuso il gas?


Non voglio interrogarmi su quel che vi sto per raccontare e se ciò possa o meno essere interpretato come un segno dei tempi o piuttosto dell’invecchiamento. Mio. Mi riferisco alla mia più recente passione e modifica dello stile di guida, in trasformazione da “energy dissipator” a “energy saver”. Vi avevo già scritto mesi fa a proposito della dieta da acceleratore in settimana, con lo scopo di “regalarmi” degli sforamenti durante il week end, su strade in cui far arrivare un po’ più in alto la lancetta del contagiri. Ebbene, ormai sto convertendo progressivamente lo stile di guida in prospettiva di massimizzare la resa e minimizzare il consumo.

Confesso, ipocritamente potrei addurre motivazioni ecologiste, che il cambio di rotta sia prevalentemente mirato al risparmio di carburante, il cui prezzo negli ultimi 10 anni è praticamente raddoppiato, ovvero è come se il serbatoio fosse diventato più grande o più piccolo, a seconda di come si voglia interpretare lo svantaggio-cliente, perché in sostanza è dimezzato il nostro potere di acquisto. A completamento del mio coming out, aggiungo che probabilmente se avessi a disposizione del carburante meno caro, le mie accelerazioni sarebbero spesso più decise, pur se inutili ed ecologicamente scorrette.

La quotidianità mi porta ad essere maggiormente “predittivo” nel traffico, sfiorando il pedale del gas e osservando con attenzione il traffico, gli ostacoli, i semafori, per sfruttare inerzie e fasi di rilascio. Idem con i rallentamenti e le rotonde, dove magari l’istinto mi indurrebbe a cercare un approccio “racing”, arrivando a tirare la staccata a ridosso, per poi riaccelerare “di coppia” e partire. In questi casi, laddove è possibile, ormai lascio scorrere la vettura dalla distanza e, con poco gas rilancio l’andatura. Lungi da me impartire lezioni di guida a chicchessia e ancor più tengo a precisare che è possibile mantenere ritmi e andature non “da nonno” mantenendo una certa attenzione al consumo e ai comportamenti.

Viene in aiuto a ciò, contribuendo a stimolare quella che può essere la nuova sfida quotidiana, il tasto “eco” presente sulla mia automobile, attraverso il quale so di addolcire la curva di coppia, di ottimizzare i consumi di elettricità e tutti quegli assorbimenti ritenuti non continuamente indispensabili. La sfida è dunque “contro” il display che mi informa su quanto sia “Eco” la mia guida e che mi permette di vedere salire o scendere il valore visualizzato. Così, per assecondare lo spirito di competizione, l’ipotetico avversario da battere non è il cronometro (siamo su strada e certe cose sono vietate), bensì l’econometro, conscio del fatto che il risultato della performance andrà a mio vantaggio se sarò stato bravo e di riflesso ne trarrà giovamento l’ambiente.

Sono ormai parecchie le vetture dotate di dispositivi di contenimento dei consumi ed è un campo in cui la Fiat è stata (una volta tanto) pioniera qualche anno fa, organizzando un challenge sul web tra tutti i proprietari, con la possibilità di condividere le proprie prestazioni, al fine di valutare chi fosse il guidatore più ecologico. Va da sé che per essere più “eco” nella guida si debba adottare uno stile non dispendioso, quindi anche i consumi ne trarranno giovamento.

Non che ambisca a inserirmi tra i “nemici del Pianeta”, ma confesso di vivere una punta di frustrazione in questo nuovo comportamento e ammetto che, se potessi essere meno attento, presumibilmente lo sarei e godrei di quel piacere che solamente chi è appassionato comprende, ovvero la spinta, l’accelerazione e il rombo di un motore che “prende i giri”. Sono conscio di aver appena sostenuto un’idea politicamente scorretta, ma ci sono (sarebbero) emozioni alle quali è difficile rispondere con razionalità. Riconosco tuttavia che l’aver sposato il nuovo trend in fondo non mi dispiaccia, perché (almeno per indorarmi la pillola) si tratta pur sempre di affinare la tecnica di guida e di cimentarsi con un avversario fittizio, con la consapevolezza di dare un (minimo) contributo all’ambiente. Poi, ogni tanto una sgommata liberatoria me la concederete, no?

Vox populi


Vox populi, vox dei, recita un detto latino. Siamo poi così certi che la voce del popolo sia sempre quella più veritiera o, perlomeno, quella più vicina alla verità assoluta? Il pensiero mi stuzzica spesso, frequentando più o meno attivamente numerosi blog e forum automobilistici in rete. Lungi da me criticare chi pensa in maniera diversa da me: non mi permetterei mai, sennò non avrei deciso di tenere un blog che si fonda proprio sulla bellezza della condivisione dei pensieri. Tuttavia uno degli aspetti che mi colpiscono più spesso,  è la superficialità di alcuni ragionamenti e un certo attaccamento al “passato” di molti frequentatori. Per fortuna non di tutti, visto che in rete esistono sia appassionati competenti, che persone più o meno “educate” e rispettose. E’ il bello e il brutto di internet, quindi è un aspetto che va messo in conto per questo strumento a mio avviso eccezionale, quale è la rete.

Dicevo, non me abbia male nessuno, che vi sia una scarsa propensione media al rinnovamento ed esista una certa diffidenza, per non dire rifiuto verso ciò che è nuovo. Vi sottoporrò alcuni esempi, con modelli di fantasia…

Supponiamo che vi sia una certa Giulietta, che subentra dopo quasi 10 anni alla 147, un modello che tra le Alfa recenti ha avuto molto successo, facendo riavvicinare molti acquirenti o strappandone di nuovi alle concorrenti. Togliendo gli entusiasti e i denigratori tout court, che statisticamente si annullano, resta una parte della community che sostiene che la 147 non andava sostituita e sarebbero bastati alcuni aggiornamenti  (ignorando ad esempio che in 10 anni la tecnologia compia enormi progressi, tali per cui una nuova Panda possa essere più “avanti” di una media), altri ancora inneggiano al ritorno della trazione posteriore o dei motori Twin Spark, senza probabilmente riflettere sulla vetustà e sui costi di adozione di certe tecnologie. Potrei proseguire annoverando (per ipotesi, chiaro…) coloro i quali vorrebbero un ritorno ai fasti delle passate Alfa: quali? Negli ultimi 30 anni le Alfa sono in molti casi peggiorate e pur offrendo valori di guida e feeling tecnologico, oggi non sarebbero più in grado di soddisfare un pubblico esigente ed evoluto. Mi fermo qui, ma se parlassimo della MiTo, ne sentiremmo di tutti i colori e così via. Esiste fortunatamente una grossa fetta di appassionati che riconosce nella Giulietta, molte delle caratteristiche che ne decretano un certo successo, per lo meno in Italia.

Altro esempio: si leggono a più riprese critiche sul design Bmw dall’era Chris Bangle in poi (e sono già tanti i modelli che non nascono più sotto la sua guida). Trascurando il fatto che i risultati di mercato smentiscano i pareri estetici e non, di molti “critici della Rete”, si riscontra come qui si cerchi di attaccare volgendo lo sguardo al passato, in cui i modelli erano sostanzialmente 3, con un design quasi “a stampino” , dunque poco fantasioso ( senza valutare se fosse brutto o bello). Lo stile è soggettivo, si sa, ma nuovamente qui non si capisce come mai si dovrebbe congelare ogni cosa al trentennio precedente, senza compiere passi avanti, che si possono rivelare passi falsi, ma possono invece apportare nuova linfa. Anche in questo caso, mi sento critico sul pensiero comune.

Potrei continuare riportando il pensiero secondo cui “le Audi sono tutte uguali” e in parte magari è vero, visto che i designer stanno correndo ai ripari, ma anche questa soluzione è figlia di filosofie di marchio, di azzardi e di errori, che poi non sono nemmeno tali, visto che spesso il mercato premia questi costruttori.

Il fenomeno del “ritorno al passato” ha interessato anche la nuova Kuga, che è stata forse un po’ addomesticata nelle linee per poter piacere ad un pubblico mondiale, ma che risponde a precisi canoni estetici – del 2013 e non del 2007- secondo i quali si “va avanti” e non ci si ferma. Sono molti a preferire (lecitamente) il modello precedente, ma non sarebbe sufficiente ciò a fronteggiare la concorrenza. La freschezza di un modello è sempre un fattore vincente.

Persino per la Mini c’è forse chi vorrebbe in produzione quella di Issigonis del 1959 e non oso immaginare i commenti al momento del lancio del futuro Land Rover Defender o della Classe G Mercedes…

Non proseguo oltre, perché avrete capito il meccanismo e invece pongo la mia questione? Perché ci si fossilizza verso il passato? Da appassionato di design sono sempre curioso di scoprire dove si sposterà l’asticella della sfida e attendo con curiosità i modelli nuovi, ma senza pensare che il nuovo debba essere la replica del passato. In tutto, nella vita come nel campo dell’auto si deve guardare avanti, pur non dimenticando le proprie radici, anzi ragionando verso l’evoluzione. Nell’automobile, oltre al determinante peso del marketing, c’è quello della tecnologia che inevitabilmente e fortunatamente evolve. Le nostre auto sono quasi prodigiose persino se confrontate con una di 10 anni fa: gli standard di sicurezza ci consegnano automobili realmente sicure e protettive, ma impongono inevitabilmente restrizioni e condizionamenti allo stile che rendono potenzialmente più sgraziate le vetture odierne rispetto alle sorelle quindicenni.

Da qui il ragionamento a considerare l’evoluzione dello stile come “arma” per migliorare, di pari passo con lo sviluppo tecnologico e la ricerca sui materiali. Ciò che è passato è passato. Punto. Ogni prodotto è “figlio” del proprio tempo e delle condizioni tecnico-stilistiche che lo caratterizzavano. Oggi abbiamo compiuto passi avanti, perché è superiore al passato l’attenzione anche per particolari secondari, che contribuiscono ad armonizzare il complesso. Quando in un post di qualche mese fa sostenevo che le auto di oggi fossero più “belle” rispetto a quelle del passato, mi riferivo anche questo aspetto. Ha senso e lo ribadisco, apprezzare le auto del passato, anche recente, ma lasciamo che esistano e migliorino quelle del presente o del futuro.

Buone discussioni a tutti: vado a fare un giro nei forum…

Park in


Quello del parcheggio è un problema che interessa, se non tutti, una grossa fetta di automobilisti, me incluso. Le nostre città sono cresciute rapidamente negli ultimi 50 anni e nessuno o quasi dei nostri amministratori ha preso in considerazione in maniera seria e pianificata il tema del parcheggio. Ci siamo così trovati ad essere un paese motorizzato, che però in molte zone ha pagato caro il prezzo dello “smotorizzarsi”, ovvero dello scendere dall’automobile.

Le abitazioni di nuova costruzione devono per forza presentare tra i requisiti progettuali un numero minimo di spazi e di box per le automobili, ma fino agli anni 80 non esisteva un rapporto praticamente 1 a1 tra alloggi costruiti e box per le auto. Se a ciò sommiamo il fatto che da 20 – 25 anni è divenuto praticamente normale possedere almeno due auto per famiglia, quando addirittura non si arriva ad una vettura per ciascun patentato, la miscela diviene “esplosiva” e si crea la fantozziana ricerca dei posti dove parcheggiare, ogniqualvolta si torna a casa la sera o ci si muove in città. Situazione analoga è quella che interessa gli edifici pubblici, i quali, essendo spesso molto vecchi, sono stati progettati rispettando standard urbanistici obsoleti, che in molti casi non sono “rinnovabili” a quelli moderni.

Semplificando e stando a quanto alcuni (intransigenti) ambientalisti vorrebbero imporre, non dovremmo più utilizzare le automobili e dovremmo disfarcene, per ripiegare su biciclette, mezzi pubblici o treni. Probabilmente se fossero esistiti gli stessi presupposti alla nascita del fumoso e inquinante treno a vapore (carbone), oggi non esisterebbero nemmeno gli ambientalisti e le fabbriche di biciclette ma, battute a parte, le nostre grandi città non possono e non devono sottovalutare l’argomento “auto parcheggiate”. È così che sono stati istituiti i parcheggi a pagamento, al fine di favorire la rotazione, anche se malignamente si può supporre che essi servano principalmente a rimpinguare le casse dei comuni, ma così facendo si è reso meno accessibile il centro delle città a chi vuole usare l’automobile. Mi si può obiettare che esistano i trasporti pubblici, ma la mia contro obiezione è che il possesso e l’uso dell’automobile non sia (ancora) un reato, dal momento che sin dall’acquisto vi si pagano tasse e balzelli. Altra soluzione, da me molto ben vista, è quella dei parcheggi interrati, che ove è possibile realizzare, contribuiscono a due positivi fattori: liberano la superficie dalle auto, potendola pedonalizzare e al contempo non impediscono alle persone di raggiungere il centro città con la propria automobile. È vero che anch’essi presentino un costo da sostenere che viene ammortizzato istituendo la sosta a pagamento al loro interno, ma va da sé che in fondo vi debba essere un prezzo da pagare per un beneficio.

Alcuni detrattori dei parcheggi interrati ritengono che essi non siano un buon deterrente per la diminuzione del traffico, poiché consentono alle automobili di raggiungere e circolare nei centri cittadini, dunque favoriscono il congestionamento e l’inquinamento,  tuttavia pur se comprendo questo di ragionamento, penso che non si possa, almeno in tempi rapidi procedere a colpi di machete sulle libertà individuali e sulla possibilità di utilizzare l’auto. Non sono sicuro che qualsiasi centro storico delle nostre città possa diventare tout court pedonale e off limits al 100% per le auto e si deve cercare di mediare tra le due esigenze. Sono questi dei processi che richiedono lunghi cambiamenti di mentalità e sostegno da parte delle amministrazioni pubbliche nella pianificazione della viabilità: del resto anche i ciclisti molto spesso circolano su marciapiedi, sotto i portici e/o contromano e la motivazione della mancanza di piste ciclabili (che pure non abbondano) suona a mio modo di vedere un po’ come il più italiano dei “tengo famiglia” per giustificarsi. Il succo è: prima si diventa più civili e rispettosi, poi si riuscirà convivere civilmente.

Tornando alla “piaga” dei parcheggi e alle regole di convivenza,  uno dei problemi che attanagliano le città è sicuramente quello della mancanza di spazio e di senso civico che porta molti automobilisti a utilizzare le vetture circostanti come sponde su cui tarare le proprie manovre, con risultati pessimi sulle povere carrozzerie. Esistono diverse scuole di pensiero nella ricerca del parcheggio, divise tra quelli che “comunque ci provano” a prescindere dallo spazio a disposizione e quelli a cui piace il “parcheggio largo”. Io appartengo alla seconda e preferisco allontanarmi e cercare un nuovo spazio, piuttosto che esibirmi in un parcheggio che vedrà pochi cm di “luce” tra i miei paraurti e quelli altrui. Non sono un veggente, ma ritengo che quella sia una potenziale situazione di “toccata” che preferisco evitare. Molti la penseranno diversamente da me, così come altri saranno attenti valutatori dei propri ingombri, perché va ricordato, che il parcheggio viene sì insegnato a scuola guida, ma poi è esclusivamente l’esperienza che ci porta ad allenare occhio e manovre su ciascuna vettura che andiamo a guidare. Molto meglio, anche se a rischio di una certa diseducazione, i sensori anteriori e posteriori, che sono di grandissimo aiuto, soprattutto nelle vetture moderne, che hanno forme difficili da percepire dal sedile di guida. Ovviamente l’elettronica non deve sostituire la nostra sensibilità, ma mi sento di affermare che fornisca un grande aiuto. Non ho mai avuto occasione di sperimentare i sistemi di parcheggio automatico, che confesso, mi incuriosiscono, anche se da quel che leggo sono (giustamente) tarati per scegliere spazi piuttosto generosi rispetto alle dimensioni; sono certo che in futuro saranno affinati ulteriormente, visto che già oggi alcuni sistemi sono in grado di parcheggiare anche a pettine in maniera autonoma.

Alcuni riterranno tutto ciò un gadget, mentre io penso che sia affascinante essere consci di disporre di questi dispositivi e avere la possibilità di scegliere se utilizzarli, oppure no. Certo, l’orgoglio tipicamente maschile e maschilista di saper parcheggiare potrebbe essere scalfito, ma del resto i tempi cambiano e con essi il progresso.

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