Archivio | gennaio 2014

Strumenti di piacere


Riflessioni a voce alta. Qualche tempo fa ho lasciato la mia vettura in assistenza e per circa una settimana mi è stata data una vettura sostitutiva più o meno della stessa categoria, ma con alcuni optional interessanti, i quali mi hanno ispirato più di uno spunto.

La motorizzazione della “sostituta” era identica alla mia, ma era accoppiata ad un validissimo cambio automatico a 8 rapporti della ZF. Prima di tutto, già il fatto di avere 8 rapporti invece di 6 come il mio cambio manuale è in sé molto efficiente, perché consente di utilizzare al meglio i giri del motore e in particolare la coppia, utile per avere il miglior spunto e per contenere i consumi. Se poi, al cambio abbiniamo come ormai di consueto, un’elettronica di gestione evoluta, il gioco è fatto e si può “modulare” la risposta e il regime di sfruttamento del motore, a seconda delle esigenze. Con un semplice selettore è perciò possibile ottenere modalità sportive, più confortevoli o più risparmiose, che consentono quasi di “moltiplicare” i rapporti disponibili. Per esempio, muovendomi in città, prediligevo la modalità “eco”, che oltre a tarare numerosi parametri del veicolo, lavorava proprio sul rapido cambio di rapporto, senza “tirare le marce”, cosa che invece era più tollerata nella modalità sportiva, con la quale si poteva apprezzare un numero di giri maggiore, non dimenticando che su di un turbodiesel è poco produttivo spingersi nella zona alta del contagiri.

Nessuno degli elementi sin qui menzionato è una novità in assoluto, ma la possibilità di effettuare un long test drive sui percorsi abituali della settimana e del we è stata utile per farmi apprezzare la qualità di vita a bordo e la validità del cambio automatico. Non che io fossi tra gli scettici, perché da qualche tempo mi ci sto appassionando, ma mi sono spinto ad ipotizzare di inserirlo nella wish list di un prossimo futuro acquisto automobilistico. Senza sentirmi tacciato di “americanismo” o di precoce invecchiamento, anzi, da appassionato di auto e di guida mi sento di affermare che con un cambio di moderna concezione e con un briciolo di coppia sotto al cofano, ci si possa dedicare con soddisfazione alla guida, potendo non staccare mai le mani dal volante o, semmai, potendo contare sulla modalità sequenziale del cambio. In sintesi, lo avrete capito, un cambio di questo genere può davvero valorizzare una vettura, dandole diverse personalità, a seconda delle esigenze.

L’altro “strumento di piacere” che ho potuto apprezzare a bordo era un valido sistema multimediale e più in generale di infotainment, ovvero un sistema di gestione di tutti i supporti audio, del telefono, nonché del navigatore e di un sacco di funzioni della vettura. In qualità di “reduce” di una delle prime generazioni che hanno scoperto e utilizzato i videogiochi, non posso che essere felice di vedere così “tanta grafica” all’interno di una vettura e di notare che mi è utile, intuitiva. Non sono tra quelli che vivono la guida e il generale l’automobile come un prolungamento di “Gran Turismo” o altri simulatori da consolle, perché a me piace sempre “sentire” di essere al volante. Mi sono tuttavia convinto che il supporto di una serie di informazioni e di strumenti, non può che trovarmi a favore dell’ausilio elettronico, specie se tutto questo materiale è di facile utilizzo e friendly nel suo funzionamento. Inoltre, mi piace sottolinearlo, è di facile apprendimento la gestione di tutto ciò che concerne l’apparato telefonico, consentendo quindi di telefonare in sicurezza. Nemmeno in questo caso si tratta di novità assolute, ma ritengo che aver la possibilità di scorrere la rubrica con comandi vocali o di visualizzarla attraverso uno schermo da 8”, renda più sicuro e immediato l’uso del telefono a bordo, non dimenticando che si è pur sempre alla guida e non sulla poltrona di casa propria.

Il rovescio della medaglia è che i succitati optional si facciano pagare importi degni di un’utilitaria di seconda mano e che quindi il primo deterrente verso la scelta sia proprio la convenienza economica, giacché sovente questi optional non è detto che elevino il valore dell’usato, quindi chi li compra fa una scelta più per sé che per il futuro. C’è da dire inoltre che da qualche anno è in atto una democratizzazione della tecnologia, operata dalle case generaliste, che propongono a costi più contenuti, pacchetti che includono quasi le stesse tecnologie dei segmenti premium, rendendo perciò accessibili  importanti optional anche su vetture per così dire più popolari.

Come avrete compreso, da grande appassionato dei gadget tecnologici in auto, io accolgo spesso con favore le nuove tecnologie, sebbene soprattutto per il cambio automatico di cui facevo cenno non mi senta di considerarlo affatto un gadget, ma in realtà uno “strumento di piacere”, che può innalzare il livello di qualità della vita a bordo e consentire una guida rilassata e precisa al tempo stesso. Forse non tutti i cambi automatici saranno all’altezza di questo ZF, ma se si è su questi livelli, si può davvero scendere dalla vettura con il sorriso.

La solitudine del Ciclo Otto


Recenti letture sul web mi hanno indotto a sospettare di una razza in via di estinzione: il motore a benzina. In realtà l’estinzione è più che altro confinata ai segmenti medio alti, dal D in su e probabilmente con qualche escursione nel C e probabilmente di vera e propria estinzione non si tratta, quanto di “diradamento”. Un po’ come nel caso dei dinosauri, le grosse vetture, ma inseriamo anche i suv, crossover e poco ci manca, anche le coupé, stanno ormai da qualche anno assistendo alla scomparsa delle motorizzazioni a benzina. A ben vedere, i motori a benzina non stanno estinguendosi come provocatoriamente accennavo, bensì è la domanda su mercati come quello italiano a essere in continua discesa.

Il trend nostrano (e in certa misura quello europeo, seppur non così marcato) indica proprio come il concetto di auto di rappresentanza e non solo, sia associato a vetture munite di motori a gasolio, plurifrazionati e sovralimentati, per non dire iper vitaminizzati. Un tempo, 20-25 anni or sono, maxiberline come la Classe S o l’Audi V8 (non esisteva ancora la A8) o la Bmw Serie 7, ostentavano i loro 8 – 10 -12 cilindri, rigorosamente a benzina e nessuno si sognava di acquistare le varianti a gasolio che, laddove esistevano, erano al più dei 3.0 a sei cilindri, tosti ma non possenti come i fratelli a benzina e di certo meno attraenti per il lignaggio della vettura.

Oggi, nel 2014, le motorizzazioni a benzina continuano a muovere molte “vetturone” e hanno raggiunto livelli di sofisticazione e tecnologia elevatissimi, ma in Italia non li vuole più nessuno  e vengono preferite le varianti a gasolio, che pure sono dei gioiellini di meccanica ed elettronica. Idem per i suv, dove forse qualche fortunato (e benestante) tedesco o inglese sceglie di acquistare le motorizzazioni a benzina con cilindrate degne di una cassa di acqua del supermercato, mentre tutti gli altri optano per la declinazione inventata da “herr Rudolf Diesel”.

Non va meglio nei segmenti inferiori, quelli per intendersi delle Audi A4, Bmw Serie 3, Mercedes Classe C o ancora VW Passat. Verrebbe da chiedersi se dagli stabilimenti escano davvero le versioni a benzina e lo stesso dicasi per il segmento delle coupé da esse derivate, per le quali il motore più ragionevole (sempre in Italia, non dico in assoluto) è generalmente un 2.0 o un 3.0 diesel, che fa comunque svolazzare per bene le loro lamiere e lascia che le unità immatricolare a benzina ogni mese stiano quasi sulle dita di…due mani.

Non essendo completamente sprovveduto, sono consapevole che tra i fattori di preferenza del gasolio ci sia quello della gestione e della rivendibilità della vettura, giacché in molti casi sono parecchi i km macinati ogni anno e che la “resistenza”, forse più visiva che reale, possa apparire minata nel volgere di pochi anni. Questo non vuol dire che dopo 80 – 100.000 km un “quattromila” da 400 cv sia sfatto, anzi, ma l’effetto psicologico e non solo di un diesel con quella percorrenza spaventa meno. Ho ovviamente fatto delle semplificazioni, ma andando più sul terra terra, potrei dire che una Bmw 328i con il suo 1997 turbo da 245 cv è decisamente intrigante, ma uno dei primi pensieri che mi si profilano è “Quanto consumerà?”, quindi il ragionamento e quello di molti altri, indurrebbe a orientarmi verso una 320d o una 325d. Un altro fattore rilevante, nella scelta di queste vetture è proprio legato al costo di esercizio, anzi al km, di molte vetture che, non va dimenticato, sono spesso intestate a flotte di noleggi, le quali ragionano su parecchi fattori e considerano la gestione a 360 gradi, nonché la facilità di piazzare sul mercato l’usato “chilometrizzato”.

In ultimo, last but not least, c’è il marketing che è in grado di “pilotare” le nostre scelte con una facilità non indifferente e di orientare di conseguenza le proprie, al fine di trarre il massimo profitto possibile, andando a saturare la domanda di qualsiasi segmento lasciato libero.

Io non credo, da dieselista quale sono, che questa motorizzazione sia sempre da scegliere come male minore o peggio, come male necessario, perché sono fermamente convinto dell’efficienza e della soddisfazione di guida raggiunta dai moderni common rail, tuttavia sono molti i fattori esterni, come il costo del carburante, il consumo mediamente elevato rispetto al diesel, quindi i costi accessori a far pendere la bilancia dal lato opposto del Ciclo Otto. Subentrano anche fattori psicologici, perché talvolta l’ammortamento della differenza di prezzo, più sfavorevole alle motorizzazioni a gasolio è molto avanti in termini di km, ma lo si sceglie ugualmente, pensando ad una ipotetica rivendibilità.

Insomma, sono e sarebbero numerosi gli elementi da considerare, ma è certo che se da noi la benzina costasse come negli States e se il fisco non si accanisse ciecamente sulle vetture (anche usate), non credo che vedremmo circolare così tante “d” in Italia.

Fhrysler


Ormai è cosa fatta.  Il matrimonio dell’anno, quello tra Fiat e Chrysler è consumato. Il 2014 automobilistico si è aperto con l’attesa notizia, ovvero la possibilità da parte della Casa torinese di acquisire, comprando, la quota appartenente al fondo Veba, il fondo pensionistico-sanitario dei lavoratori iscritti al sindacto Uaw. Intanto, mi permetto di divagare e sottolineare come diversamente da noi, i dipendenti, attraverso il loro sindacato e soprattutto per mezzo dei loro stessi soldi, siano (stati) “padroni” della loro azienda. Un fatto per me singolare, almeno secondo la mentalità degli industriali e dei lavoratori nostrani. Certo, tutto il sistema economico e pensionistico americano, così come il welfare per come lo intendiamo noi, è molto differente dal nostro. Ho sempre trovato, mi si passi il termine, affascinante l’aspetto di essere azionisti e lavoratori, ancora di più se si pensa di aver affidato alle casse dell’azienda il proprio futuro, ovvero il denaro destinato alle pensioni. In Europa è riscontrabile una simile situazione in Germania.

Può essere che abbia dato un’aura un fin troppo romantica all’operazione, ma fino a qualche giorno fa il fondo Veba era l’interlocutore obbligato per la Fiat, la quale aveva il preciso scopo di concludere la scalata a Chrysler, per costituire il nuovo colosso italoamericano. Ed è questo il punto: adesso che l’impresa è compiuta, ne inizia un’altra, più importante e secondo me senza appello, vale a dire la messa in atto di tutte le sinergie possibili tra i due gruppi, per operare sul mercato globale. Sarà perciò una partita molto difficile, poiché come tutti sappiamo le vendite di automobili non vanno bene su tutti i mercati ma, cosa assai importante, quelli americani e quello cinese offrono margini di crescita.

Finisce secondo me il periodo degli alibi per Fiat, dal momento che non ci sono più apparenti scuse di capitali bloccati e di investimenti in stand by, per via delle trattative di acquisizione. E’ evidente, più che altro me lo auguro, che i progetti esistessero anche “l’altro ieri” e che da adesso si possa passare ad una fase realizzativa, sbloccando i molti modelli tanto annunciati e finora mai visti.

Sarà finalmente il momento del rilancio di Alfa Romeo? Chissà? Da troppo tempo se ne sente parlare e nel frattempo i modelli invecchiano, con la sola Giulietta a “lottare” sul mercato. Arriveranno la nuova Giulia, l’ammiraglia e il suv? Per adesso pare che la certezza appartenga al suv a fine 2014 e poi sarà la volta della nuova Spider in collaborazione con Mazda,  vale adire progetti già avviati da tempo, mentre la tanto annunciata nuova berlina e forse l’ammiraglia sembrano essere state ridisegnate più volte e riprogettate pensando a differenti piattaforme, per giungere alla soluzione, pare, dello sfruttamento dei pianali Maserati, che poi sono ancora lontani parenti dei vecchi Chrysler dell’era Daimler. L’appeal sportivo di Alfa sarà perciò affiancato e rinvigorito dalla parentela Maserati, tanto che anche lo sviluppo dei modelli pare stia avvenendo proprio a Modena, dove sono nate (progettualmente) Ghibli e Quattroporte. Speriamo che la produzione si mantenga il più possibile in Italia e non venga esportata in Usa o Canada e che i modelli consentano di recuperare margini di guadagno da reinvestire in ulteriori nuovi modelli da produrre da noi.

Insieme ad Alfa Romeo, come ben sappiamo, il marchio più internazionale del Gruppo è e sarà Jeep, che a differenza del Biscione non ha conosciuto minimi e scarsità di modelli, piuttosto una certa vetustà, che sta rapidamente perdendo. Il Grand Cherokee presente sul mercato da qualche anno è abbastanza svecchiato, così come lo sarà anche il Cherokee che prima o poi riusciremo a vedere sulle nostre strade, quelle italiane intendo. Presto partirà anche la produzione della “Jeeppina” che avrà una sorella Fiat e che andranno entrambe a presenziare il segmento della Punto. Sarà lei a non avere seguito e un po’ me ne dispiaccio e spero di sbagliare dicendo che la volontà di sostituirla con un crossover sia persino eccessiva. Mi spiego: tutti i concorrenti hanno varianti suv su piattaforme da segmento B, ma tendono ad affiancare il modello alla sorella di turno, che può essere Clio, 208, Fiesta, Micra mentre la scelta di passare tout court al modello rialzato sarà una scommessa da vincere per il gruppo italoamericano. Se è vero che arriverà anche una 500 a cinque porte, magari qualche cliente si sposterà su di essa, ma non sono certo che a tutti possa piacere di dover sostituire una Punto con un crossover. Mi si può obiettare che in Nissan il successo di Quashqai è scaturito proprio in un segmento di berline a 5 porte, quindi la mia considerazione non ha fondamento, ma per come la vedo io possono essere molti i fattori che spingono a scegliere una vettura di segmento B, diciamo più tradizionale, pur essendo io un amante dei crossover, come ben si sa. Quel che mi preme è che il successo di questi modelli non porti a diminuire ulteriormente la capacità produttiva italiana, ma al contrario la rilanci, per moltissimi motivi che è inutile ripetere e che sono sintetizzabili in “occupazione” e “serenità delle famiglie”.

Mi auguro che finalmente la gamma Fiat si possa ampliare e possa tornare a ricoprire i molti segmenti che negli anni ha abbandonato, berline e station wagon in testa, con modelli moderni e non “ricicli” di eredità Daimler, comprensibili in una prima fase di insediamento, ma non più alla luce di una politica di crescita globale. Appare evidente, lo ha affermato anche Marchionne recentemente sostenendo di non voler la Fiat come produttore di auto di massa, che saranno le produzioni “premium” ad essere trainanti sui mercati e a consentire maggiori margini di guadagno, non dimenticando però la base, cioè i modelli da “grandi numeri”. Come ricordo spesso, le difficoltà che io intravedo sono grandi, poiché sono molti i clienti persi dal gruppo Fiat e riconquistarli sarà arduo, vista la qualità della concorrenza. Inoltre, dal punto di vista occupazionale, mi domando se, quando e come sarà possibile far rientrare tutti (o la maggior parte) i dipendenti al momento in cassa integrazione. Il mio ragionamento, forse ingenuo e superficiale, si basa su di un punto: se passo dalla produzione di massa a quella “di elite”, vuol dire che smetto di “fare numeri”, per “fare utili”, cioè maggiori margini su produzioni anche meno cospicue. Da qui il dubbio di come si possano sfruttare stabilimenti calibrati su grandi produzioni, ritarandoli su numeri inferiori. Sono curioso di scoprire se ciò avverrà, augurandomi di sbagliare.

Il design sarà una delle armi, ma la qualità e l’affidabilità non dovranno essere da meno, con prezzi abbordabili, o meglio allettanti: una ricetta forse più coreana che italoamericana, ma possibile, dal momento che Hyundai e Kia producono gran parte delle vetture in Europa, quindi con costi in Euro.

È innegabile che  la “cura” italiana abbia giovato al ramo americano, perché è stato dotato di tecnologia e piattaforme più evolute ed efficienti di ciò di cui disponeva, adesso il “travaso” dovrà avvenire in direzione opposta e forse sarà da intendersi principalmente in profitti generati dalle vendite su suolo Usa e cinese. Per il momento possiamo godere di un successo aziendale laddove il Gruppo Daimler ha palesemente “toppato” (anche i tedeschi sbagliano…) e vedremo come un Gruppo “latino” come Fiat opererà in contesti dove la lingua giapponese e tedesca sono dei must.

Solo il tempo fornirà risposte alle numerose domande che affliggono i dipendenti italiani, non dimenticando che presto si tornerà anche a discutere sulla collocazione della “testa” del Gruppo: Torino o Detroit? Questa volta non mi esprimo, ma un’idea me la sono già fatta.  In ogni caso, buon anno Fiat-Chrysler, tanti auguri e figli…suv.

Auguri, campione


Interrompo la vacanza di questo blog anteponendo l’onda emotiva, con le parole di un tifoso non troppo distante come età da lui, Michael Schumacher o semplicemente Schumacher, senza il nome, come fosse esistito in forma di entità per i tifosi della Ferrari e per gli appassionati di automobilismo. Sì, sono consapevole che nella sua immensa tragicità, l’episodio che ha riguardato il pluricampione tedesco coinvolga e faccia palpitare i cuori più di quanto non lo scuotano altre tristi vicende della cronaca quotidiana in tutta la loro dirompente tragicità. Sono consapevole che loro, gli altri, cioè noi non “famosi” attraversiamo tante difficoltà che spesso non riescono nemmeno a superare la cortina del silenzio, ma in questo caso sento, spero non particolarmente in maniera ipocrita, di salutare e di incitare a vincere la sua gara più difficile a chi da tifoso mi ha reso più felice per qualche ora durante tante domeniche, chi mi ha fatto vivere per la prima volta nella mia vita, una Ferrari vincente e superiore a tutti, rendendo noiosi, spesso come oggi con la Red Bull (guidata guarda caso da un altro tedesco proiettato verso record inarrivabili), molti, moltissimi gran premi di F1.

Non ho conosciuto e non conosco praticamente nulla dell’uomo-Schumacher, dunque mi baso su emozioni e sensazioni ricevute in tanti anni di Formula 1, seguita in tv e sui giornali, su quel tedesco non troppo simpatico in pubblico, probabilmente timido e poco istrionico, capace di prestazioni impressionanti al volante della Benetton prima e della Ferrari poi. Un pilota che con la sua squadra, composta da personaggi vincenti e ben assortiti, secondo me vinceva i gran premi ancora prima di disputarli, grazie ad una capacità di messa a punto estremamente efficace. La Ferrari, prima di lui era una squadra dalle grandi potenzialità, ma incapace di canalizzarle, poi con il “team-Schumacher” si è visto cosa è diventato il pacchetto auto-pilota (esattamente come oggi con la Red Bull di Vettel).

Schumacher era un perfezionista, uno che fin da piccolo possedeva grandi doti e che è stato in grado di coltivarle e metterle in mostra al punto di farsi notare già dalla Mercedes che lo volle in una sorta di junior team nelle gare a ruote coperte e che poi Eddie Jordan, da gran (furbone) scopritore di talenti non si lasciò sfuggire. Schumacher, probabilmente solo come Senna, almeno tra i piloti moderni, aveva una disciplina interiore ferrea e una cura maniacale delle prestazioni del proprio fisico: per molti anni ci abituammo a vedere ai box il suo preparatore atletico e quasi “santone”, una sorta di tutore della forma fisica, a cui Michael non poteva rinunciare.

Sono innumerevoli gli episodi degni di essere ricordati con protagonista il sette volte campione del Mondo di Formula 1 e non si riuscirebbe a citarli tutti, ma io, mentre pensavo di dedicargli questi pensieri ho in mente almeno tre momenti del “mio” Schumacher. Il primo, a Spa, quando sulla griglia di partenza, la seconda partenza dopo l’incidente da lui innescato e che causò il ritiro di Senna, venne platealmente e volontariamente sgridato in mondovisione da un Ayrton in maglione e jeans, mentre lui in tuta, come un ragazzino che l’aveva combinata grossa, ascoltava e probabilmente tentava di replicare, ma Senna, l’adulto, il maschio-alfa del branco, forse intuendo le potenzialità del pivello, non voleva sentire ragione e lo zittì. Chissà cosa avrà pensato Schumacher rientrando nell’abitacolo, forse gli sarà passato per la mente un “Io, quello là, lo batto quando voglio”. Purtroppo il destino (e il piantone dello sterzo della Williams) ci hanno privato della possibilità di vedere cosa sarebbe potuto succedere. Mi piace immaginare che in questi giorni Ayrton abbia rivisto Michael e lo abbia nuovamente schiaffeggiato, per rimandarlo ancora quaggiù, con noi.

Il secondo Schumacher che ho nel cuore è quello, sempre a Spa, qualche anno dopo, già in Ferrari e lanciato a vincere un titolo. La lotta quella quella volta era con la McLaren di Hakkinen, ma quella domenica Micheae era impegnatosotto la pioggia a superare e “umiliare” un Coulthard non esattamente a proprio agio. Ebbene, lui, uno dei più forti di sempre sul bagnato, incredibilmente tampona la vettura dello scozzese autoeliminandosi e poco dopo anche il suo avversario si ritirerà. Ai box esploderà l’indole “calda” del tedesco di ghiaccio che con il casco ancora in mano andrà a cercare lo scozzese con lo scopo di regolare i conti esattamente come in un saloon ed esattamente come al tempo del saloon, sarebbe bastato ragionare un secondo di più prima di commettere sciocchezze di una certa portata…

Continuando sullo Schumacher-uomo e sulle sue debolezze, mi si permetta di vederle sotto questo punto di vista, avrete intuito che a me piacciano i supereroi tormentati, più Batman che Capitan America. In questo momento ho il ricordo di Michael in lacrime alla conferenza stampa dopo un gran premio di Monza. Era per i fratelli Schumacher un weekend terribile, perché era appena mancata la loro madre e in quel frangente non so quanti al posto loro avrebbero disputato un gran premio, eppure lui, per onorare la memoria della mamma, quasi a volersi isolare in quelle due ore, riuscendo a svuotare la mente, partecipò e vinse, con suo fratello Ralf giunto secondo. Al termine, in sala stampa, in mondovisione Schumacher mostrò così il suo lato più umano, allentando la tensione e scoppiando in lacrime. Forse fu quella una delle più belle vittorie, dal mio punto di vista: era prevalso l’uomo che si celava dietro la maschera di “invincibile”.

Potrei proseguire con parecchi altri episodi, come l’indimenticata “ruotata” rifilata a Jacques Villeneuve, all’ultima gara del campionato e in piena lotta per il titolo mondiale, che poi ovviamente perse a vantaggio del canadese figlio di Gilles, un ragazzo che di conti in sospeso con il destino ne aveva a bizzeffe. Schumacher perse anche i punti conquistati un quell’anno, a seguito della scorrettezza. Era uno che non ci stava a perdere, come tutti i campionissimi, ma ancora oggi quell’immagine mi brucia. Lo stesso vale per l’uscita di pista, anzi per la “messa a muro” della sua monoposto durante un gran premio di Monaco, addirittura durante il giro di riscaldamento, lasciando letteralmente a bocca aperta tutti noi.

Ha fatto battere forte i cuori anche il suo possibile ritorno sulla Rossa, qualche anno fa, per sostituire Massa in convalescenza, ma poi non se ne fece nulla, perché anche lui, si scoprì che si stesse curando a seguito di una caduta in superbike. Fece masticare amaro vederlo l’anno seguente scegliere la Mercedes per il suo ritorno in F1 e vederlo giurare amore eterno alla Stella a Tre Punte, quando credevamo tutti che lo avesse promesso alla Ferrari, fu un mezzo cazzotto nello stomaco. A posteriori si sa che la voglia di correre fosse ancora incontenibile e che l’unico volante prestigioso fosse quello di Stoccarda, che gli garantiva anche un futuro da uomo immagine, come successe fino ai giorni nostri con il lancio della nuova Classe C. Non si può dimenticare che lui è tedesco e da appassionati sappiamo che la voglia di correre in F1, più che ancora in altre categorie, lo animava come nient’altro. I suoi 40 anni e una vettura non da prima fila lo relegarono spesso nelle retrovie, mentre un ragazzino tedesco, cresciuto mentre lui iniziava a vincere, stava delineandosi come il nuovo Cannibale della Formula 1, demolendo qualsiasi record possibile.

E siamo a oggi, al suo 45esimo compleanno, trascorso all’ospedale di Grenoble a seguito dell’incidente di cui tutti leggiamo e parliamo. Ci sembra quasi impossibile associare a lui che ha rischiato spesso la vita, il termine “incidente”, eppure lui adesso è lì, in quel letto a lottare.

Auguri Schumi: non lasciarci, perché sei il nostro Campione, perché sei un marito, un papà e soprattutto un uomo.

P.S del 2019: oggi sono 50 anni e come tutti, l’augurio è che ovunque tu sia, possa cogliere l’affetto e il calore di tutti gli appassionati di automobilismo. #keepfightingmichael

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