Archivio | ottobre 2016

Il foglio bianco


Questo blog è in piedi da diversi anni e scrivo, salvo eccezioni, almeno una volta a settimana. È un impegno, un esercizio di rigore anche interiore, che impone anche di pensare, osservare e si spera, di avere qualche argomento su cui scrivere. Alle volte, non lo nascondo, parto con il panico “da foglio bianco”, perché ciò che ho in mente non è detto che renda una volta scritto o peggio, che sia più di un “pensiero rapido”. Mentre rifletto, mi domando se e quante volte nel mondo dell’automobile si sia presentata tale situazione. Intendo, cioè, le volte in cui si è partiti da un foglio bianco per inventare “ciò che non esisteva”, sapendo, azzardando di entrare sul mercato con un prodotto spiazzante e nuovo.

Possono essere tanti modi di intendere il nuovo cui sto facendo riferimento, di genere, di forma, di tecnologia. Se dovessi pensare agli ultimi 15-20 anni, direi senza dubbio che il nuovo è stato identificato dai suv o dai crossover, praticamente di tutte le taglie, anzi soprattutto nelle taglie più piccole, dove sembrava ovvio che gli acquirenti di una vettura, ad esempio di segmento B, avrebbero ricomprato un’altra vettura di quel segmento, perché le necessità e altri fattori determinanti, li avrebbero spinti a comprare una vettura simile a quella posseduta. Invece? Invece no, perché da qualche anno persino le PoloFiestaClio208 cedono quote alle “sorelle” costruite sulla stessa base meccanica, ma con una forma e un che di novità, che le “alza” da terra e le fa diventare più versatili.

Pensando ancora a qualche genere di vettura “nato” dal foglio bianco, mi si consenta di tornare al genere di suv coupè, “inventato” da Bmw con X6 e seguito per ora solamente da Mercedes con forme praticamente “fotocopia” e in più da Mini Paceman  e da Range Rover Evoque. Citando quest’ultima non si può non pensare ad un suo “folle” modello, ossia la Evoque Cabrio, che fonde due generi parecchio in antitesi – suv e cabriolet, con “l’aggravante” europea del motore a gasolio.

Nella classifica “di quello che non c’era”, non si deve dimenticare la Toyota Prius, presenza ormai abituale del nostro parco auto, ma all’inizio del suo ciclo vitale era “impossibile” guidare qualcosa di simile e mi riferisco all’ibrido prima e all’elettrico poi. In questo campo, in realtà possiamo dire che ogni vettura che si affaccia sul mercato sia un po’ “il foglio bianco”, perché i costruttori stanno inventando quasi dal nulla questi prodotti, cercando la “rottura” con l’auto tradizionale, senza tuttavia “spaventare” più di tanto il cliente, che diciamolo, non è ancora completamente pronto per il salto.

Tornando indietro di qualche anno, mi vengono in mente due “punti di rottura”, in segmenti completamente differenti: Multipla e SLK. Penso ai due modelli, perché Fiat inventò qualcosa di davvero nuovo, formalmente e stilisticamente, anche se in maniera un poco controversa, ma credo che la Multipla meriti il plauso di aver scosso fortemente il settore delle vetture multispazio. Idem per SLK, che pur se anticipata da Peugeot negli anni ’30 del secolo scorso, contribuì se non alla rinascita, al rinvigorimento del settore delle vetture aperte per numerosi anni, in cui la soluzione del tetto rigido spopolò in molti segmenti.

Se poi pensassi “all’invenzione” come classificazione di genere, potrei ancora aggiungere il retrò-moderno, in cui inserirei Mini, 500 e in misura diversa per noi europei New Beetle, che oggi vivono di un successo a dir poco consolidato e inattaccabile, tanto da essere diventati brand autonomi.

Come spesso sostengo, c’è ancora e sempre molto da inventare, reinventare e scoprire ed è questo il bello del ragionare al futuro. Rimanendo in tema con il mio post mi sento di azzardare una possibile direzione di novità futura: l’ibrido o l’elettrico nei pick up, che da noi stanno tra l’altro vivendo un buon momento commerciale e la diffusione delle stesse tecnologie nei veicoli commerciali leggeri. Se invece dovessi pensare ad un mio desiderio di apporto tecnologico, punterei certamente sull’aumento massiccio di guida assistita e autonoma per i mezzi pesanti, troppo spesso causa di incidenti, molti dei quali sarebbero evitabili già con la tecnologia di cui disponiamo.

Tanti auguri a te


Nei giorni scorsi mio figlio ha compiuto due anni e mi sono divertito ad immaginare tra 16 anni, quando lui potrà prendere la patente, come saranno le automobili. Intanto, va detto che ci sono subito due “se”: il primo è se tra 16 anni si prenderà ancora la patente a 18 anni o magari cambierà qualcosa, anche legato alle future auto. E qui, già apro un secondo filone di analisi. Secondariamente, ma di fatto sarà il fattore determinante, devo domandarmi se tra 16 anni, per i giovani sarà determinante avere una vettura o al limite, poterla guidare. In questo caso mi posso solamente basare sulle tendenze attuali, che vedono mediamente i giovani come poco interessati allo spostarsi con l’automobile, men che meno al possesso (senza tirare in ballo le difficoltà economiche delle famiglie e i costi di una vettura).

Quanto appena detto è dimostrato dal successo dei fornitori di servizi car sharing, che stanno lentamente riempiendo le nostre città, per i quali molti clienti sono giovani universitari che usano poco l’automobile e che, secondo me, nei week end viaggiano con auto dei genitori o con altri amici, poiché il car sharing è conveniente solo per brevi tratte e spostamenti…

Tornando alla mia visione, i 18 anni di mio figlio arriveranno nel 2032, una data che ho sottolineato per un motivo. Si vocifera (oggi) che intorno al 2030 potrebbe mutare lo scenario del panorama automobilistico, perché da quell’anno verrebbero “banditi” i motori diesel per i veicoli o, addirittura, in qualche paese europeo, anche le tradizionali vetture a combustione interna. Di sicuro certe possibili disposizioni potrebbero modificare il modo di produrre automobili, però c’è un “ma”: io ho posto il mio riferimento al 2032, ovvero 16 anni da oggi. Ragionando dal punto di vista progettuale, quel periodo non è poi molto lontano, perché corrisponde più o meno a “due vite” di progetto, ovvero a due nuovi modelli, praticamente come se parlassimo di Golf 5 e 7 o Serie 3 E46 e F30. Quindi tutto è rivoluzionabile, ma entro certi limiti, poiché da un lato esistono le visioni tecnologiche, dall’altro il modo di produrle e venderle, per cui non sono del tutto certo che tra 16 anni le auto saranno eccesivamente rivoluzionate.

Lo saranno, tuttavia, in molti aspetti tecnici e tecnologici, sperando che si diffondano materiali sempre più leggeri e resistenti. Saranno vetture diverse, perché probabilmente avranno sistemi di propulsione più moderni – vedi ibrido ed elettrico – anche se immagino che questo sarà il comparto che dovrà evolvere di più, ovvero quello delle batterie, sia in autonomia, sia in dimensioni e peso, per diventare davvero sostitutive di un “motore” inteso come sistema di movimento. Inutile aggiungere che si potranno avere le più belle e prestazionali vetture elettriche, ma senza una rete ed un sistema di produzione e distribuzione dell’energia elettrica, non andremo da nessuna parte, nel senso letterale del termine. Su questo sono un po’ pessimista, poiché se penso all’Europa e all’Italia, mi pare di non individuare una politica di sviluppo improntata su questa direzione, però si può sempre iniziare.

Tornando all’oggetto automobile, ciò che penso cambierà riguarderà certamente le forme: fanali, specchi, maniglie ad esempio, che potranno usufruire delle nuove tecnologie, per “sparire” o ridursi nelle dimensioni, senza perdere la funzione. Lo stesso dicasi per gli interni, che saranno sempre più connessi con internet e che saranno intrisi di domotica prima ancora che di automotive. Difficile capire in quali percentuali, perché così come oggi esistono vetture da 9000 euro e altre da 100000, è evidente che il travaso tecnologico difficilmente sarà spalmato equamente.

E il volante? Ci sarà? Il mio pensiero corre immediatamente alla guida autonoma, anche se continuo a pensare che avremo sempre più guida assistita, non dico senza accorgercene, quantomeno ne saremo attorniati e coinvolti, al punto di usarla senza troppi pensieri. Poi, come immagino, ci sarà qualche costruttore che magari lascerà delle “finestre aperte”, delle opportunità, per decidere di ridurre l’utilizzo. In fondo oggi su alcune vetture, come la mia, l’ESP è disinseribile “totalmente”, ma sinora non l’ho praticamente mai staccato, perché è poco saggio farlo nella guida quotidiana.

Quindi, in sostanza, cosa guideremo tra 16 anni? Onestamente non lo so, però suppongo che sarà al contempo poco diverso e tanto diverso da ora. Chissà? Chi vivrà, vedrà. E guiderà.

Occhio allo stile


Uno dei passatempi a mente libera, quando sono a passeggio o anche in auto, è guardare le altre… automobili. Mi rendo conto che l’originalità e l’imprevedibilità non siano dalla mia parte e a meno di non trovarsi su di un ghiacciaio sia impossibile non guardare automobili, ma tant’è. In realtà pur non sentendomi un maestro del design, mi piace osservare l’evoluzione dello stile dei vari marchi, perché come scrissi tempo addietro, le auto di oggi sono molto più “disegnate” di quelle di 30 – 40 anni fa. Con ciò non intendo mancare di rispetto allo stile di un tempo, che anzi ha sfornato prodotti di grande qualità, ma l’odierna estrema concorrenza, le esigenze di massa, aerodinamica, consumi, impongono di curare ogni dettaglio, senza trascurare il fatto che si cerca di rendere appetibile ed esclusiva sia l’utilitaria che la berlina, per far sentire “importante” e appagato il cliente che le scelga.

E’ così che noto con grande piacere il coraggio francese di entrambe le “sponde”, Renault e PSA, nel voler connotare e innovare le proprie gamme. Mi sento di dire, per quel che vale il mio giudizio, che in un ipotetico scontro tra nazioni europee, la Francia vincerebbe la sfida dello stile, proprio per il coraggio di rinnovare e reinventare gli stilemi dei marchi. La più frizzante in questo è Citroën, le cui auto stanno diventando, piacciano o no, oggetti di design; Peugeot non è da meno, con una nuova identità che abbandona il tema del “leone”, ma non lo fa del tutto, così da creare una rinnovata interpretazione di elementi “graffianti”, visibili nei fari e in forme tese. La Renault sforna modelli che si staccano dal passato recente, ma che riescono a essere fedeli alla marca. Se guardo verso la Spagna vedo una Seat che pur in evidente inquadramento teutonico – le sinergie con Vw impongono scelte vincolanti per le forme – dimostra un “rigore allegro” che onestamente mi piace. Sarà interessante vedere il prosieguo di questo corso stilistico con le imminenti nuove generazioni di Ibiza e Leon.

Volando sulla Germania si “vede” il rinnovamento più silenzioso ma costante, che interessa Ford, che spero si allontani dall’Aston Martin style dei musi, visto che l’azienda non è più nel gruppo da anni. Ciò detto, costruttore americano d’Europa è probabilmente quello che sta capitalizzando maggiormente il concetto di auto globale, anche come stile, perché molti modelli “nostri” hanno un omologo in diversi continenti, per cui il plauso va nell’individuare linee che possano piacere a diversi palati. Comunque: grazie Ford per la più bella Mustang degli ultimi 40 anni.

Gli “avversari” Opel sono secondo me nella “fase 2” del piano di rinnovamento, iniziato con le forme a boomerang delle fiancate di Insignia e attualmente stanno smorzando e ampliando il tema, per applicarlo ai diversi modelli, che forse sono più conservativi sui modelli piccoli e osano dalle medie in su. Sarà significativa a mio avviso la prossima Insigina.

Saltando velocemente qua e là, del mio apprezzamento per le nuove Volvo si è già letto e prima di tornare in Germania, penso a casa nostra, l’Italia. Difficile un giudizio omogeneo su FCA, perché le Fiat non hanno un vero family feeling, giacché la gamma è spezzata in filoni, da quello 500izzato al retrò moderno della 124. La gamma si riduce dunque alle sorelle Tipo, moderne senza voli pindarici e alla microfamiglia Panda, nuovamente autoreferenziale nello stile, che pur ritengo piacevole, ma che risente del principale difetto di casa Fiat, ovvero quello di non rinnovare i prodotti per tutta la durata della loro esistenza. Più articolato il discorso di Jeep, per la quale sussistono precisi stilemi che vanno preservati e che sono stati a mio avviso utilizzati tutti per la Renegade, facendone un prodotto al limite del manierismo, pur se complessivamente gradevole. L’ammiraglia Grand Cherokee e la minore Cherokee viaggiano su due piani differenti, perché sono appartenenti a due ere diverse del design, con la più piccola a mio avviso un po’ coreana in certi particolari. Sarà significativa la nuova Compass, destinata a fare grandi numeri, nella quale individuo qualcosa di già visto in Suzuki nel trattamento della fiancata e nell’allure del frontale. Tralascio la Wrangler, che tra qualche tempo sarà rinnovata e che è l’icona del marchio.

E poi Alfa Romeo, saldamente ancorata al trilobo introdotto da De Silva negli anni ’90 e che, non lapidatemi, costituisce a mio parere un enorme vincolo per il disegno dei frontali, “costretti” ad avere prese d’aria enormi e sempre nella stessa collocazione, per rimanere fedele alla marca. Non dico che il trilobo sia brutto, tuttavia secondo me si dovrebbe iniziare a pensare qualcosa che lo evochi, ma che lo sostituisca nel futuro, un po’ come stanno pensando in Audi, dove si erano “scavati la fossa” con la famosa mascherina “single frame” e che finalmente si sta evolvendo e modificando su nuovi modelli, al pari dei fari.

Già che siamo in Germania mi fermo, prima di concludere, notando come la stessa Bmw, legata indissolubilmente al doppio rene, ne abbia attuato negli anni una sua modifica, proprio per adattarlo ai nuovi frontali, rimanendo legata, ma non schiava dell’elemento formale; lo stesso dicasi per il “gomito di Hofmeister” sulle fiancate, visibile talvolta sono per chi lo conosce. Stessa “fatica” per Mercedes, che si vuole avvicinare a Bmw nella sportività e per la quale il famoso radiatore è stato evoluto o sostituito sulle versioni sportive, con una mascherina connotante, ma casual, adatta forme più aggressive.

La personale carrellata si ferma qui, ma il gioco continua, anche con la consulenza del mio bimbo di due anni, che libero da vincoli mentali, usa diversamente i propri sensi ed è in grado di riconoscere per stilemi diverse vetture.

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