Archivio | dicembre 2013

La numero 1


In occasione dello scorso Natale scrissi una letterina indirizzata a Babbo Natale, come molti credo (!), ma non avendo ricevuto ciò che gli chiesi (sicuramente a causa della crisi), ho deciso che quest’anno non gli darò altro lavoro. Per rimanere ugualmente nello struggente clima natalizio, vi racconterò una breve storia, che riguarda un bambino di 1 anno, a cui regalarono un’automobilina di latta, di quelle a molla e certamente non particolarmente pregiata, ma del resto sarebbe finita tra le mani di un bebè che certamente non aveva ancora grande sensibilità al tatto. Quell’automobilina in effetti venne un po’ maltrattata, ma molto probabilmente ebbe un potere particolare, contribuendo alla nascita e alla crescita di una passione motoristica praticamente senza fine in quel bambino. Con il trascorrere del tempo i giocattoli posseduti dal bimbo aumentarono e la percentuale di auto e camion fu sempre predominante sugli altri generi di giochi. Certo, i Lego e i trenini ci furono, ma in fondo erano pur sempre un corredo con cui costruire giochi e situazioni in cui tornavano ad essere presenti le automobili. La macchinina di latta, invece, scomparve per molti anni, finché non venne ritrovata (a dire il vero non fu cercata) durante lo spostamento di qualche scatolone in cantina. La Numero Uno era dunque abbastanza intatta e il bambino, che ormai era diventato adolescente decise che anche lei (scusate se non scrivo “essa”) sarebbe potuta entrare nella hall of fame dei modellini che nel frattempo avevano sostituito i giocattoli del fanciullo un po’ cresciuto.  Da quel giorno la Numero Uno divenne dunque il simbolo della passione di quel ragazzo, un po’ come una magica spada dei fumetti o come un’altra Numero Uno, ben più famosa, ovvero quella di Paperon de’ Paperoni. Un feticcio, penserete voi, forse un oggetto con un valore affettivo maggiore di altri o più semplicemente una sorta di mascotte.  Interrompo l’atmosfera dickensiana che nel frattempo si sarà creata, per rivelarvi che quel bambino ero (sono) io e il pretesto del gioco sulle metafore natalizie un po’ struggenti era per introdurre e far comprendere, posto che interessi a qualcuno, quanto la mia passione si sia “stratificata” nel corso degli anni.

La mia famiglia a tal proposito è stata spesso complice e forse vittima del suo supporto, non ponendo freni alle mie passioni, collezione di cataloghi e riviste su tutte, lasciando insomma molta libertà di movimento ai miei desideri. Ricordo le passeggiate con i miei genitori o miei nonni  in cui, pur non avendo ancora imparato a leggere, ero (a loro dire, perché non ricordo) in grado di riconoscere i modelli, oppure quando cercavo di decifrare io le marche o le targhe. Mi piaceva guardare dal balcone di casa le macchine parcheggiate, cercando di identificarle, così come, sempre da piccolo, tentavo di disegnare automobili o talvolta di “colorare i depliant”. Non c’è stata una fase della mia crescita che non abbia comportato un’evoluzione della passione: i giocattoli, poi i modellini in scatola di montaggio, le riviste, il fotoritocco al computer e, ovviamente le auto vere, finalmente da guidare o per le quali il desiderio di guidarle può essere considerato tecnicamente possibile.

Sebbene molti di voi avranno a questo punto individuato in me numerose patologie e turbe, tengo a precisare che nonostante l’apparenza di una monomania, ho avuto parecchi altri interessi e una vita (tutto sommato) normale, ma indubbiamente nella “zona calda” delle mie passioni ci sono sempre state le automobili e il mondo dell’auto in generale. Certo, come molti bambini ho desiderato diventare pilota, più di rally che non di F1, ma ben presto il sogno è diventato quello di “fare il designer” ed è questo probabilmente l’unico o quasi dei desideri non soddisfatti. Forse per compensare, ci sarebbe la voglia di diventare giornalista automobilistico e questo blog non è che una piccola valvola di sfogo e una palestra per allenarmi.

Al netto delle chiacchiere sin qui proposte, ogni tanto mi domando come un ragazzino di oggi possa appagare la sua “voglia di automobili” o se davvero sia interessato alle automobili, non solo come oggetto interattivo, ma come “meccanico”. E’ sempre più marcata la tendenza a trasformare le auto reali in luoghi multimediali, ad un passo dal videogioco, condizione che può certamente avvicinare i giovani “nativi internet”, ma infastidire chi pensa all’automobile, come oggetto da guidare. Io stesso non disdegno e non rinnego la tecnologia a bordo, ma apprezzo e desidero che l’auto mi trasmetta poi anche delle emozioni dinamiche; va riconosciuto che i momenti in cui si può utilizzare l’auto “da automobile” siano davvero pochi e che molta tecnologia “di supporto” si riveli utile, con l’accortezza di non scambiare l’automobile per un pc con le ruote, ma che rimanga un mezzo di trasporto.

Siamo ai saluti, per questo 2013 e l’appuntamento con chi avrà piacere di leggermi è per gennaio 2014. Nel frattempo, se il caro Babbo Natale non si fosse stancato del mio post e volesse esaudire qualche desiderio…saprà come fare o al massimo potrà rileggere quello dello scorso Natale…

Pago Pago


In uno dei primi post di questo blog, vi raccontai della mia scarsa “fedeltà automobilistica”, ovvero del fatto che io desideri una vettura, me ne innamori, ma poi non sia di quelli che giurano amore eterno a quella vettura, per un decennio o più, non avendo occhi che per lei. Ecco, io non rimpiango mai le mie scelte, perché sono sempre fatte col cuore sin dalla firma del contratto, ma dopo qualche tempo, mi viene voglia di provarne un’altra, con la quale magari sostituirei la mia.

Prima che possa sembrare il figlio del Sultano del Brunei o il cugino di Cristiano Ronaldo, spesso il mio è più un volere e non potere, che non si concretizza allo schioccare delle dita o della penna sul libretto degli assegni. Mi interrogo però su un aspetto: mi interessa davvero possedere una vettura o più semplicemente utilizzarla? Credo che la domanda abbia sfiorato molti altri automobilisti, magari non necessariamente per gli stessi “capricci” che mi riguardano, quanto piuttosto per motivazioni di natura economica.

Il mio ragionamento verte sulla convenienza tra il possedere in toto la vettura, spesso acquistata a rate nel caso di importi consistenti, o la possibilità di pagare sempre delle rate, che però sono circoscritte a periodi di due, tre, quattro anni, al termine dei quali si sceglie se restituire la vettura e ricominciare (continuare) la tiritera delle rate o magari saldare e tenersi l’auto. Per uno come me, che vorrebbe “guidare tutto”, è evidente che sarebbe ottimale avere una sorta di canone mensile di utilizzo, con la possibilità di “mollare” l’auto e sceglierne un’altra, su cui continuare il pagamento “del servizio”. Sono perfettamente consapevole che accendendo un finanziamento vi siano automaticamente dei costi, tra i quali gli interessi, che gravano per tutta la durata scelta e che al termine comportano un esborso maggiore del contante. In più, al termine del finanziamento “totale”, l’auto diviene a tutti gli effetti nostra, dunque si possiede realmente qualcosa, mentre con le forme cui io facevo cenno, si è intestatari in molti casi della vettura, ma se poi la si riconsegna e se ne prende un’altra, la percezione è quella del non avere mai una macchina propria, non dimenticando ovviamente che le rate sono pagate sul nuovo, ma vi è poi una svalutazione del mezzo.

Chi percorre molti chilometri e sfrutta l’auto, può essere più attratto da una forma contrattuale che non sia vincolante per il possesso, in modo da liberarsi con facilità del mezzo, al termine del periodo, non dovendo “portarlo alla fine”, con costi di manutenzione che aumentano nel tempo.

Il mio sogno sarebbe dunque quello di una sorta di car sharing evoluto o a tempo determinato, dove però vorrei essere io a scegliere la nuova vettura e non mi interesserebbe averne una usata da altri. Certo, il mio desiderio non è poi così dissimile dal noleggio a lungo termine o dai leasing anche per privati che stanno prendendo piede e forse tutto questo vuol dire che qualche Casa stia escogitando dei “trucchi” per attrarre clienti che diversamente sarebbero spaventati da certi listini. Come contraltare c’è, lo ripeto per non sembrare superficiale, l’onere di non finire mai di pagare rate, dunque di impegnare il bilancio familiare “a vita”, ma d’altra parte sarebbe l’unica soluzione per saziare una certa “fame di nuovo”, che fa gola anche ai produttori, poiché incrementa pur sempre il numero di vetture immatricolate nuove e in periodi di magra come questi, non è un fattore trascurabile. Di contro, più per i produttori che per i clienti, vanno messe in conto molte immissioni sul mercato dell’usato, che tuttavia se di marchi e modelli premium non sarebbero totalmente deleterie, poiché magari incontrerebbero il favore di chi non è interessato ad averle nuove.

Tuttavia, tornando a quello che è il mio sogno di bambino un po’ cresciuto, si tratterebbe di “pagare il biglietto” e usufruire per un anno di quello che è il proprio sogno (non necessariamente una Porsche, ma commisurato al proprio budget) e poi “montare in sella” al nuovo destriero, in un gioco e ribadisco gioco, poiché di questo intendo parlare, infinito o quasi. Chi mi concederà questo ballo? Non dite il Superenalotto, perché ci avevo già pensato…

L’abito fa il Monaco


L’occasione di un viaggio in Baviera nei mesi scorsi, con annessa visita al famoso BMW Welt di Monaco, nonché al museo Bmw, è servita come stimolo per alcune riflessioni. Prima di tutto va spiegato, per chi non lo sapesse, cosa sia quel complesso di edifici: al di là del rappresentare La Mecca dei fanatici dell’Elica, l’operazione compiuta dai vertici della Casa bavarese è stata quella di costruire un edificio che fungesse da vetrina dell’intero Gruppo, moto comprese e che avesse vicino a sé il museo storico della Casa. È stata posta particolare attenzione all’architettura, moderna e tecnologica, in modo da essere elemento di attrazione a sé, a prescindere dalle lamiere luccicanti che contiene. A dire il vero, il rapporto tra Bmw e l’architettura era già sottolineato dalla famosa torre, che campeggia a pochi metri dal Welt, costruita in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972 e divenuta uno dei simboli della città bavarese, così come lo è il complesso del Welt, che ogni anno attira migliaia di visitatori.

Si sarà intuito dal tono entusiastico, che la visita abbia lasciato un ricordo positivo in me, ma quello che voglio evidenziare è quanto sia importante, almeno nei confronti di una certa cerchia di appassionati, avere una scenografia di quel genere come “evento collaterale” alla scelta, all’ordine e al ritiro della propria vettura. Non avevo ancora spiegato che presso il Welt si possa programmare il ritiro della propria vettura, da ogni parte del mondo e che quel “fatidico momento” avvenga in una zona separata, ma visibile a tutti i frequentatori, mettendo il cliente nel ruolo di protagonista della scena. Qualcuno potrà obiettare che tale e tanta teatralità sia pura apparenza e forse sarà in parte vero, ma credo sia importante per il cliente comprendere che l’oggetto acquistato e la sua persona abbiano un valore per la Casa e non siano semplicemente numeri in un resoconto Excel. Per un marchio premium è tutto più “facile” dal momento che si rende evidente il fatto di aver acquistato un prodotto dalla maggiore qualità percepita, ma a ben vedere non sono esclusivamente i marchi “top” a concedere queste attenzioni. Probabilmente un cliente Dacia (non me ne voglia nessuno) si entusiasmerà di meno per i “salamelecchi”, ma è quasi inevitabile, visto che comprando quel genere di vettura avrà badato alla sostanza, in ogni sua accezione.

Va aggiunto che in Germania, praticamente tutti i costruttori dispongano di un loro museo, un parco tematico, un edificio simbolo che viene aperto al pubblico e che diventa un luogo identitario per il prodotto. Per “noi” torinesi, il luogo simbolico esiste già da alcuni anni ed è rappresentato dal Motor Village, della Fiat, spazio multifunzione ricavato da un’ala dismessa dello stabilimento di Mirafiori. Là si possono trovare tutti i marchi del gruppo torinese, con i modelli esposti, più uno spazio mostre ed eventi. Rispetto ai “colleghi” teutonici, il Motor Village, pecca secondo me sotto alcuni aspetti, primo fra tutti la “grandeur”. Esso è secondo me percepito principalmente come un grande concessionario, prima che un luogo simbolico e questo lo priva secondo me di una buona dose di “poesia”. Non voglio sminuire una delle poche idee recenti del Gruppo Fiat, anzi, mi è sempre sembrata sensata, ma sarebbe bello potenziare ulteriormente le attività. Sarebbe bello poter utilizzare la pista di prova retrostante per delle sessioni di prova dei modelli, più di quanto lo si faccia attualmente e in maniera più strutturata. Anni fa ebbi l’occasione di partecipare ad un aperitivo in pista, con relativo giro di prova a fianco di un pilota e ancora oggi ho dei ricordi positivi dell’episodio. Perché? Perché gli appassionati e i potenziali clienti vanno secondo me coccolati, serviti e stuzzicati attraverso iniziative che facciano capire loro quanto sia “divertente” essere parte di quella squadra (cioè comprare). Un’altra cosa che mi piacerebbe vedere a Mirafiori è il Museo Fiat, che peraltro esiste, ma è poco accessibile al pubblico, perché poco pubblicizzato dalla stessa Casa, così come sarebbe bello poter effettuare delle visite in stabilimento e nei luoghi più significativi del sito di Mirafiori. Tutte cose possibili in quel di Monaco e che a Torino accrescerebbero a mio avviso (anche) il valore turistico di una città che pur sempre è (stata) la capitale italiana dell’auto.

A  proposito di musei monomarca, pare che finalmente ad Arese si stia muovendo qualcosa e si possa partire con i lavori del museo Alfa Romeo, una delle marche sportive più gloriose al mondo, non dimentichiamolo mai e a Maranello e Modena esistono i musei dedicati alla Ferrari e a Enzo Ferrari. In Italia la passione e i marchi storici non mancano, mentre invece latita una visione ludica e di business che possa riguardare il mondo dell’auto. Insomma, senza arrivare al Ferrari World di Abu Dhabi, si potrebbe capitalizzare meglio il prodotto automobile.

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