Archivio | giugno 2014

100


Ebbene sì, sebbene non sia particolarmente affezionato alla simbologia, questo è il post numero 100, un numero come un altro a dire il vero, ma che per me rappresenta una cifra piuttosto consistente, perché 100 post significano 100 settimane, un appuntamento personalmente importante a cui tengo parecchio.

Come scrivevo, sono trascorsi due anni dal primo post, in cui raccontavo sostanzialmente la mia “infedeltà” automobilistica, che resta immutata anche se ho sempre lo stesso “ferro” di due anni fa, ma che sostituirei senza problemi se non ci fosse da dover badare al (vil) danaro. In questi due anni poco è cambiato nel panorama automobilistico, anzi no, oppure sì. Si vendono sempre poche auto e forse siamo in leggera crescita, ma non su cifre interessanti. Il nostro costruttore nazionale (?) non è più tale ed è un player globale, che come Balotelli, è in attesa di sorprenderci con una prodezza mozzafiato e talvolta vivacchia con quel che c’è (la famiglia 500). Le speranze, così come le prospettive di miglioramento di FCA, sono sempre elevate, così come la soglia del mio scetticismo, ma non voglio ripetere ulteriormente i soliti concetti, quindi mi fermo qui.

Riflettendo sul numero 100 e su quanto evochi istintivamente, c’è senza dubbio la potenza, il muro dei 100 cv, che in età più tenera (ormai ahimè 30 anni fa) parevano essere una potenza considerevole. Se mi fermo a pensare alla Regata 100S, che ostentava fieramente il numero dei suoi cavalli, o alla potenza delle Delta GT o ancora la Ritmo 105, piuttosto che le Golf GTI o le Peugeot 205 GTI della mia infanzia, ricorre proprio il valore di 100 cv (o giù di lì) che era spesso erogato da motori aspirati di 1600 cm3. 100 cv erano quindi una discreta potenza, anche di più, che consentiva alle auto di allora di essere considerate brillanti. Va considerato che la massa complessiva era nettamente inferiore rispetto agli standard attuali, quindi era più facile spostare i kg di quando non si riesca oggi e, a spanne, per avere prestazioni paragonabili ad allora, oggi occorrono 20-30 cv in più di potenza erogata, nonché più coppia.

L’ovvia evoluzione dei motori ha consentiti di ottenere rendimenti superiori grazie a tecnologie più moderne, in abbinamento a turbine anche per i motori a benzina, tanto che i “1600 turbo” odierni sono in grado di raggiungere quota 200cv, ma l’esempio più significativo è dato dalla possibilità di raggiungere i fatidici e i simbolici “100” con motori di appena un litro di cilindrata, come i tre cilindri Ford o il bicilindrico Fiat. L’aspetto notevole di questa nuova frontiera dei 100 è che questi motori, grazie al turbo e a un’erogazione maggiore di coppia, equipaggiano vetture tutto sommato differenti come genere e stazza, smentendo in parte quanto da me affermato qualche riga sopra, sebbene riferiti a soluzioni con motori aspirati.

Continuando il mio viaggio proustiano, mi balzano alla memoria l’Audi 100 e la Rover 100, entrambe portatrici della stessa sigla, ma con destini estremamente differenti soprattutto di marchio. L’Audi 100, soprattutto quella degli anni ’80, fu uno dei primi esempi di design aerodinamico e innovativo applicati ad una vettura di gamma alta, che incontrò parecchio successo e aprì insieme all’Audi 80, la strada al rinnovamento e al riposizionamento premium di Audi. Tanto per capirci, la 100 è la nonna, anzi la bisnonna della A6, con la quale, pur se sono trascorsi 30 anni, conserva una certa continuità nel concetto delle forme.

La Rover 100 è stata invece una piccola e sfiziosa utilitaria, erede della Austin Metro degli anni ’80 e se vogliamo, antesignana della Mini moderna nel proporre soluzioni glamour di gusto inglese e versioni sportive. Purtroppo (soprattutto per Rover) il successo fu parziale e in generale la Rover 100 fu investita dal tracollo del marchio Rover, tramortito della sfortunata liason con Bmw e poi ceduto ai cinesi con MG.

Insomma, il 100 è piuttosto ricorrente nella mia numerologia da appassionato, persino nel fatidico riferimento di accelerazione, lo 0-100 km/h per noi europei, che ancora oggi costituisce un valore di riferimento univoco per stabilire se una vettura è scattante o meno. E’ un valore altamente simbolico, soprattutto se si scende sotto i 10 secondi e ancor più nella fascia 5-7”, dove “abitano” le vetture molto veloci, senza andare a scomodare le supercar che riescono a stare sui 3,5 – 4”, dove non siamo a valori da F1, ma non ci si allontana idealmente di molto. Pur se di una vettura contano assai di più i valori di ripresa nelle varie marce, il valore sullo “zero a cento” rimane di indubbio fascino evocativo.

Sarebbe anche utile e pochi, per non dire nessun, costruttore ce lo propone, il valore inverso, cioè il tempo o meglio i metri utilizzati per fermarsi da 100 km/h, magari meno affascinante, ma più stringente rispetto al tema della sicurezza, visto che un’auto che frena “molto e bene”, può rivelarsi decisiva in situazioni di pericolo.

Il 100 mi è piaciuto e spero valga lo stesso anche per voi. 100 di questi post! Prosit.

Mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi pia’


L’argomento non è originale per questo blog e probabilmente nemmeno in assoluto, ma è quasi inevitabile che ogni tanto ricorra nelle chiacchierate tra amici o tra bloggers. Il mio disappunto, anche se il termine è forse un po’ eccessivo, nasce quando emergono da parte mia apprezzamenti verso modelli o soluzioni che talvolta possono forse apparire agli occhi del mio interlocutore momentaneo come dissonanti o assurde.

Come al solito, gli esempi chiariranno meglio il mio pensiero. Non è un mistero che negli ultimi anni io stia spendendo attestati di stima verso le tre volumi, che pian piano si stanno conquistando fette di mercato. Molte di esse sono ormai arrivate ad una evoluzione di stile tale per cui la linea appaia in più di una esecuzione “ai limiti del coupé”. Manifestando questa mia preferenza vengo spesso additato come “anziano”, nonostante i miei 37 anni, poiché nel pensiero comune la vettura a quattro porte è da sempre considerata territorio dei “cumenda”, o addirittura una vettura da guidare “con il cappello”. I luoghi comuni sono ovviamente duri a morire e spesso contengono un fondamento di verità, ma dal mio punto vista, cioè di uno che ha la passione per le automobili e per il car design, spesso ciò che attrae è rappresentato da prodotti in cui ravvedo qualcosa di “ben disegnato” e di riuscito. Con questo non voglio dire che tutte le tre volumi siano belle allo stesso modo, ma trascurando i validi esempi del trittico teutonico Audi – Bmw – Mercedes, esistono validissime vetture tre volumi, per le quali non proverei nessun disagio a farmi vedere al volante.

Analoga percezione di disagio è quella che si manifesta esprimendo apprezzamento per marchi che ai più figurano, forse con una punta di ipocrisia, come non sufficientemente blasonati. Se dico che mi piace una Dacia, una Skoda, una Seat o anche una Kia, noto ancora negli occhi di molti interlocutori un “Ma come? A uno come te piacciono quelle macchine?!”, come se fosse obbligatorio essere scettici nei confronti di alcune e non di altre, che magari sono di quattro lettere, iniziano con la “F” e non sono qualitativamente poi molto diverse. La ricerca sullo stile e sull’aumento della qualità percepita e reale di molti marchi, come quelli che citavo in precedenza, vanno a mio avviso elogiati e riconosciuti senza vergogna alcuna, così come non avrei problemi a guidare in futuro una Skoda, per alcuni motivi: qualità in costante crescita, garanzia di basi tecniche analoghe a quelle Audi-VW e il prezzo sensibilmente più basso. E’ vero, in VAG non vendono repliche Audi al prezzo di una Skoda, poiché non sono pazzi, ma giacché il livello di Skoda è assai elevato, quel che ci si può domandare è semmai se si vogliano spendere i soldi in più per avere il top, ovvero Audi, o se ci si possa “fermare” a Skoda. Nessuna intenzione di fare pubblicità gratuita a questi marchi, ma il mio discorso vuole essere esplicativo prima di tutto riguardo al pregiudizio diffuso.

Stesso discorso, il mio per alcuni modelli che Fiat non importa in Italia, come la Palio Adventure brasiliana o la Viaggio e la Ottimo cinesi. Il fatto di apprezzarle da parte mia, sta a significare la comprensione dell’esistenza di modelli che potrebbero essere sensati anche da noi, poiché hanno una linea o un’immagine non meno “scadente” di molti altri prodotti che vengono commercializzati in Europa e, al contrario, con il badge Fiat sul cofano riuscirebbero a convincere gli automobilisti della loro bontà.

Potrei continuare nel mio essere “diverso” raccontandovi lo scetticismo registrato quando discuto della Qoros, di cui ho già speso parole in altri post e che continua ad affascinarmi dal punto di vista della storia e della creazione come marchio. Certo, le solite “tre big – premium” tedesche sono in sé una garanzia, ma non ho nessuna preclusione nemmeno nei confronti di questo marchio.

Chi legge i miei post è al corrente del desiderio di non guidare e/o possedere per troppo tempo un’automobile, fondamentalmente perché perennemente attratto dalla novità o, per meglio dire, “da tutto ciò che mi attrae”: un pensiero forse banale, un poco infantile, ma che io motivo con la mia infinita passione e curiosità verso il mondo dell’automobile, in grado di produrre continuamente novità. Poi, come per quasi tutti, la realtà mi pone di fronte i limiti dati dal mio budget e dalle esigenze della vita quotidiana, ma per sognare e esplorare (senza comprare) le occasioni sono molteplici e il blog è indubbiamente una di quelle.

Fur go!


Ogni tanto vi rendo partecipi di qualche mia passione (perversione?) automobilistica, dal momento che, avrete capito, sono molte le declinazioni “a quattro ruote” che mi incuriosiscono e/o che vorrei provare. Ricollegandomi ad un post del passato, dal titolo “il box dei sogni”, è il momento di ritagliare al suo interno una spazio per i “furgoni”. Non si allarmi nessuno, sebbene poi non ci sia nulla di male nell’avere la passione dei veicoli commerciali (hanno pur sempre un design che si sta affinando), bensì di quelli che potremmo annoverare come variante “civile” dei commerciali.

A ben vedere, il mio “amore” è schierato e non è “di genere”, infatti punta dritto al Transporter della VW, anzi il Multivan, che nel corso degli anni e delle sue numerose evoluzioni, ha assunto dei tratti via via più “borghesi”, mantenendo un aspetto, se non rude, perlomeno deciso. Questa è almeno l’immagine che io percepisco e credo di essere in buona compagnia sostenendo ciò, visto che in particolare all’estero sono molti i suoi estimatori. Esiste infatti una cospicua fetta di automobilisti che per varie ragioni, spazio, famiglia numerosa, hobby sportivi “voluminosi”, è felicemente legata a quello che è il discendente del mezzo di trasporto prediletto dagli Hippy, ovvero il VW Bully, recentemente pensionato dopo una carriera lunga e gloriosa. Lungi da me trasformare il post uno spot per VW, ma soprattutto in Germania, o in paesi dall’influenza della cultura teutonica, il Multivan ha sempre goduto di ottima fama, al punto da essere annoverato stabilmente tra i veicoli prediletti dai tuner, che da decenni predispongono kit di trasformazione estetica e meccanica, con potenze e prestazioni quasi da GT, al pari di allestimenti interni sontuosi, degni di un salotto viaggiante di prima classe.

Da noi, in Italia intendo, forse potrebbero apparire indecifrabili certe passioni, o quantomeno il gusto di metterle in atto su di un semplice “furgone”, ma per quanto mi riguarda sono invece spesso assai incuriosito da quanto si possa realizzare su qualcosa che all’apparenza (solo quella) potrebbe stridere con certi ragionamenti. I tecnici Vw, sono certamente consci del successo di questi mezzi, tanto che di restyling in restyling, va aumentando il contenuto “automobilistico”, sia in termini tecnici, che potremmo dire ambientali, con la differenza che ci si trova seduti in alto, praticamente come su un suv, seppur con un volante forse ancora troppo orizzontale per ispirare grande guidabilità. Sono numerose le varianti e le serie speciali realizzate, spesso accompagnate da motorizzazioni possenti e con una discreta cavalleria, elementi che per quanto mi riguarda sono sufficienti a convincermi senza alcun pentimento. A contendere la fama (e il mercato) al Multivan VW c’è da parecchi anni il Mercedes Classe V, con il suo fratello leggermente meno “borghese” Viano/Vito, che incarna pressappoco gli stessi caratteri del concorrente di Wolfsburg, con un occhio in più al concetto di lusso. L’ultima evoluzione, presentata al salone di Ginevra si pone addirittura come variante “multispazio” alla Classe S, riproponendo atmosfere molto vicine a quelle delle berline di rappresentanza made in Stoccarda. Non va dimenticato infatti, che molti manager, capi di stato, rockstar scelgano questo tipo di veicolo per i propri spostamenti o per quelli dei propri staff, ricreando all’interno delle atmosfere da ufficio, in piena ottica “executive”, come fossero quasi una propaggine del volo privato che si è in procinto di prendere o dal quale si è appena scesi.

C’è insomma la possibilità di “farsi notare molto”, se magari si è scelta una certa personalizzazione, ma pure è possibile nascondersi dietro a vetri oscurati e tinte scure, con un veicolo di rappresentanza. Anche le nostre forze di polizia, prevalentemente nei servizi di scorta fanno ormai uso dei Transporter appositamente allestiti, a conferma dello sdoganamento della tipologia e delle qualità intrinseche.

Le Case poi, non lesinano neppure sulla disponibilità di aggiunte tecniche di primordine, come la trazione integrale, accrescendo la sicurezza e la capacità di movimento dei mezzi. Insomma quello che da noi svolgono i furgoni è quasi paragonabile al ruolo che negli USA hanno certi maxi suv, preferiti più che altro per la stazza ragguardevole.

I costruttori sono consapevoli dell’innalzamento degli standard qualitativi dei mezzi da lavoro e tempo libero, tanto che ormai tutti i nuovi modelli, o i restyling, sono improntati a offrire sin dal design un’immagine estremamente curata. Forme esterne, design di fanali e altri particolari denotano perciò una grande attenzione, così come l’ambiente interno, sempre meno spartano confermano quanto dicevo poco fa e dimostrano come ci si sia definitivamente allontanati dai mezzi molto rudi di 15 – 20 anni fa. Nuovo Ducato, Transit, Opel Vivaro/Renault Trafic, ma pure Fiat Scudo e soci, sono poi declinati anche in versione passeggeri, con ambienti quasi da ufficio. Certo, forme e dimensioni non saranno mai paragonabili a quelle di monovolume di lusso, così come la guidabilità, ma resta il fatto che questi veicoli siano molto “automobilisticizzati”.

Ci sarebbe parecchio da scrivere rispetto al fascino esercitato da alcuni tuning su veicoli VW o Mercedes, che ovviamente non sceglierei per divertirmi sullo Stelvio, ma per lunghe trasferte autostradali o semplicemente per “assaggiare un sapore diverso” dalle vetture. Un sapore, che già negli anni ’80 a Stoccarda, sponda Porsche, vollero testare allestendo una particolare versione del Transporter, che con la loro cura sapiente seppero rendere parecchio pepato e discreto, cosa che a loro dire lasciava letteralmente sbigottiti i proprietari di Golf GTI ai semafori, costretti con grande stupore a mangiare la polvere. Due indizi non fanno una prova, ma forse questo vuol dire che io stia preparando una migrazione in terra “ti Cermania”? Chissà…

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