Archivio | luglio 2016

Pensieri rapidi #21


Sta diffondendosi , a partire dal web ed anche in qualche telegiornale, la richiesta formulata da una mamma torinese, che non ha la patente e si muove con i taxi, di dotare appunto le auto pubbliche di appositi seggiolini per i bambini. La petizione on line sta riscuotendo molto successo e da papà di un bimbo in piena età “da seggiolino” mi sono posto alcune domande. Prima di tutto, la richiesta di maggiore sicurezza per i piccoli, va sempre vista di buon occhio, ma sapendo in cosa consti un seggiolino, mi sorgono immediatamente dei dubbi. Chi li utilizza sa bene che esistano differenti “taglie” di seggiolini, poiché la loro utilità viaggia di pari passo con il peso e l’altezza dei trasportati, quindi si porrebbe sin da subito un problema di adeguatezza del supporto, che diversamente non servirebbe a nulla. Altro problema è il notevole ingombro dei seggiolini, sia montati (portano via un posto), sia riposti nel bagagliaio (occupano praticamente lo spazio di una valigia), dunque si porrebbe anche un problema al taxista nel limitare lo spazio a bordo o quello di carico. Qualcuno suggeriva di pensare alla creazione di depositi “volanti” per i seggiolini, in modo che il taxista possa prelevare e riporre solo in caso di necessità, oppure di costituire speciali taxi, adeguati in tal senso. Non per apparire pessimista, ma anche queste opzioni sono secondo me complesse, perché se il taxista dovesse passare a caricare un seggiolino, su chi dovrebbe ricadere il costo del carburante e della corsa? La questione è controversa, perché se da un lato poggia su un sacrosanto diritto di sicurezza da garantire, dall’altro non può trascurare una possibile ridotta domanda rispetto ad un servizio. Insomma, c’è molto su cui riflettere e su cui ragionare in prospettiva, non ultima quella del diritto alla mobilità e qui tiro in ballo, giusto per provocazione, i veicoli a guida autonoma, che per una mamma senza patente potrebbero essere una soluzione praticabile. A proposito di taxi e sicurezza, c’è poi molto da dire, poiché solo recentemente i taxisti indossano la cintura e credo di essere uno dei pochi clienti (con lo sgomento del taxista) che la indossano quando salgono a bordo.

Rimanendo in tema di sicurezza stradale, ma molto spicciola, noto da tempo che la gran parte degli automobilisti che incrocio, sia su statale che in autostrada, trascuri l’obbligo di tenere le luci anabbaglianti accese anche di giorno. Fortunatamente una notevole fetta del parco auto è recente e dotata di luci diurne già dalla casa madre, ma constato con un lieve disappunto che come molte italiche abitudini, sia stata immediatamente recepita –capitava di vedere luci accese anche in città senza obbligo – per poi dimenticarla. Tra l’altro il Codice della Strada prevede una sanzione, che credo non venga comminata a nessuno. Come ho scritto altre volte, sarebbe bello esistesse, da parte delle FF. OO. anche una sorta di ammonizione per certi comportamenti, in modo da essere segnalati, ma almeno ad una prima volta non sanzionati.

Al recente GP di F1 a Silverstone le vetture sono partite, esattamente come a Montecarlo, dietro alla Safety Car, in quanto la pioggia e l’asfalto bagnati sono stati ritenuti pericolosi. Per gente che viaggia a 350 km/h. Che ha vetture in grado di percorrere curve a 200 km/h. Che fa questo mestiere e che si allena. Basterebbe questo per spiegare come mai il pubblico si disaffezioni con sempre maggiore velocità. Al di là di qualche battuta, fa sorridere che dietro queste partenze “moderate” si parli di paura di incidenti, quando da un lato si vogliono eliminare gli aiuti alla guida (sigh), mentre dall’altro si cerchi di aumentare la sicurezza, ma poi il caso Jules Bianchi gridi ancora vendetta, per la superficialità di certe operazioni. Fanno anche sorridere i commenti di numerose “team radio” dei piloti, costretti a tenere il passo di una vettura “di serie”, si sentivano rallentati e in grado di guidare. Torno a ribadire che solo con regolamenti più semplici e più liberi, la Formula 1 potrebbe ritrovare smalto e un effetto meno da videogioco.

Buone vacanze. Arrivederci a settembre

W i pick up


Il mondo dell’automobile è in continuo fermento e anche se l’affermazione suona un poco banalotta, val la pena di ricordare come se da un lato certe evoluzioni tecnologiche abbiano tempi lunghi – vedi l’ibrido – dall’altro si velocizzino molto le sinergie per la produzione di modelli dai numeri grandi, ma non enormi.  E’ ovvio che la logica vada verso la riduzione di costi di progettazione e di produzione, ma come accennavo pocanzi, entra in gioco anche il margine di guadagno riferito alla previsione di unità vendute. In soldoni, è il caso di dirlo, se so che non venderò moltissimo, mi conviene cercare un partner per condividere i costi di industrializzazione.

Gli esempi di questo modo di operare sono infiniti e non sono certo una novità di questo periodo, ma esistono da decenni, anche se mi piace citare uno dei più recenti, ovvero le sorelle, pardon, cugine Mazda Mx5 e Fiat 124. Ciò premesso, i casi che intendo trattare riguardano però l’ambito più commerciale, inteso come veicoli, dove si registra da qualche anno un ritorno di una possibile tendenza: i pick up.

Il genere esiste in Europa, nel senso che fa numeri significativi, all’incirca dalla metà degli anni 80, quando Nissan, Toyota e Mitsubishi iniziarono ad invadere i nostri mercati con mezzi da lavoro, che però avevano anche una valenza adatta al tempo libero e, immancabile, alla moda. Nei miei ricordi di ragazzino non mancava infatti la presenza di un po’ di tuning applicato a questi mezzi, che con cromature e ruote grosse, riecheggiavano una passione tipicamente yankee per la personalizzazione. Va detto che come per tutte le “nostre” vetture, intendendo quelle europee, anche la taglia dei pick up era commisurata agli spazi e non era extra large come per gli omologhi Usa, che tra l’altro possiedono anche una diversa collocazione sul mercato interno, costituendo reale alternativa alle vetture, tant’è che il veicolo più venduto sul mercato americano è storicamente un pick up e non una berlina.

Tornando al succo del post, noto come da qualche anno tutti i costruttori generalisti europei si stiano cimentando, per la solita logica di non lasciare scoperte nicchie di mercato, nell’introduzione  in gamma di pick up. Pareva quasi sconcertante come anni fa, dal nulla, VW si fosse lanciata con l’Amarok, ma difficilmente un gruppo così sbaglia un colpo, poi pian piano, a ruota si sono accodati altri costruttori, come Ford, che già aveva un modello condiviso con Mazda, ma ne ha valorizzato estetica e contenuti, proprio per porsi, come gli altri, in concorrenza con i modelli di berline. La stessa Fiat ha deciso di entrare in partita attraverso la partnership con Mitsubishi e lanciare il proprio Fullback, in modo da assecondare la logica, che io stracondivido, del “meglio un modello in più, che uno in meno”.

Non rivelo nessun segreto affermando che presto usciranno modelli Renault e Mercedes, tra l’altro frutto della reciproca connection che li lega a Nissan, a significare il grande interesse. Può generare un po’ di stupore l’esordio per un costruttore premium come Mercedes, che vanta tradizione fuoristradistica, commerciale, nonché di lusso, ma che dispone anche di mezzi specialistici come la Classe G Professional, quindi era quasi obbligatorio entrare in questa partita. Inoltre, da indiscrezioni che io darei come plausibili, pare che nel giro di qualche anno anche PSA avrà il proprio mezzo, suppongo in partnership con qualche altro costruttore, non necessariamente europeo.

C’è sicuramente un gran fermento per questa categoria di veicoli, sebbene in Italia le proporzioni siano diverse da quelle di altri mercati, a seguito di un Codice delle Strada che regolamenta in maniera poco chiara l’utilizzo di questi mezzi tra quello privato e quello professionale.

E’ troppo presto per dirlo, quindi mi limito a pure illazioni sul futuro, ma magari tra qualche anno avremo anche l’esordio della tecnologia ibrida a bordo di questi veicoli, utile anche per creare trazioni integrali “miste”, come già avviene per alcune vetture.

Autopilot


Purtroppo è accaduto. Ciò che molti si aspettavano, forse qualcuno anche augurava, è accaduto. Mi si passi l’enfasi, ma il riferimento è all’oramai arciconosciuto primo incidente occorso ad una Tesla, mentre aveva in uso il sistema Autopilot. Come induce a pensare già il nome, l’Autopilot è il sistema di “guida autonoma”, già disponibile su molte Tesla, anche se la definizione che ho appena usato è impropria. Infatti, ciò che si può utilizzare sulle vetture prodotte da Elon Musk, non è la guida autonoma tout court che immediatamente evoca le ovoidali Google Car, ovvero dei vettori senza volante “che fanno tutto loro”. A ben vedere e qui spezzo una lancia a favore di Tesla e contro il clamore mediatico creatosi immediatamente, l’Autopilot è una serie di aiuti alla guida, che lasciano decidere sì alla vettura cosa fare, ma sono più da vedersi (e usarsi, credo) come un super cruise control, più che un pretesto per leggere una rivista mentre si siede in auto.

Ciò detto, l’incidente, purtroppo con conseguenze mortali, occorso ad un entusiasta proprietario di una Model S, apre lo spazio a molte riflessioni, prima tra tutte quella riguardante la poca maturità della tecnologia e il tipo di approccio che se ne deve adottare. Da quel che è trapelato dai media, la vettura, procedendo a velocità sostenuta, non ha percepito un camion che procedeva nella stessa direzione, il quale ha svoltato repentinamente verso sinistra, mettendo davanti “agli occhi” del sistema un rimorchio bianco. Pare che a causa del colore dello stesso, molto simile al cielo e alla luce presente al momento, non ne sia stata percepita la presenza, portando la Tesla a incastrarvisi sotto, in un mortale incidente per il suo conducente, che al momento viaggiava solo (e probabilmente non aveva le mani sul volante).

Considerando le condizioni probabilmente sfortunate, ma non rare e irripetibili, sono necessarie alcune riflessioni. Sicuramente ciò che viene deliberato è ad un buon stadio di evoluzione, ma quando si parla di dispositivi di così elevata responsabilità vitale, forse è il caso di dire che i tempi non siano ancora maturi. Parallelamente va anche considerato l’approccio dell’utente verso la tecnologia, che indubbiamente ci sta cambiando la vita, spesso in meglio, ma per il quale dobbiamo essere correttamente preparati e addestrati. Leggevo che la stessa Tesla ha criticato alcuni video su Youtube, nei quali i clienti si filmavano senza mani sul volante, mentre utilizzavano il famigerato Autopilot. Mi permetto di aggiungere che i guidatori statunitensi ripongano generalmente troppa fiducia nei propri veicoli, vedasi anche il caso dei richiami sui cambi automatici “europei” che tornavano in posizione centrale con qualunque marcia inserita, non segnalando con una posizione fisica in quale punto del selettore fossero. Pare che siano occorsi parecchi incidenti a guidatori che scendevano dalla vettura, che poi “da sola” si muoveva. A chiusura della parentesi va detto che la mia auto, con cambio automatico, commuta da fermo automaticamente in P se (con pedale sul freno, ovviamente) si apre una porta, quindi è impossibile scendere con la vettura in D o che la stessa si muova autonomamente. Chiusa parentesi.

Tornando al caso dell’incidente sarebbe forse anche il caso che la stessa Casa ripensasse, per il momento, alla comunicazione del prodotto, proprio per non indurre a credere di disporre di strumenti fin troppo pensanti, aumentando una sensazione di invulnerabilità garantita dai sistemi.

Devo nuovamente ribadire il mio pensiero riguardante la guida autonoma terrestre, facendo un parallelo con quella aeronautica. Secondo me siamo ancora indietro come sperimentazione e tecnologia, non dimenticando che “su terra”, le variabili e il numero di veicoli sono ben diversi dal numero di aerei in volo, senza contare che per un velivolo la vicinanza critica è nell’ordine del km, mentre per un veicolo, nel raggio di 1 km, è presente mediamente un’infinità di elementi.

Ulteriore elemento su cui io continuo a riflettere, osservando la concorrenza e il mercato in generale, riguarda la commercializzazione di Mercedes su Classe E e S e grossomodo anche da altri marchi premium, di cruise control intelligenti in grado, oltre a frenare e accelerare, anche di cambiare corsia, sempre però con la presenza umana al volante.

Quindi, forse ci siamo. Forse no. Quasi. Probabilmente ci arriveremo, ma qualcosa cambierà nei prossimi anni.

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