Archivio | febbraio 2012

Corea del suv


Tempo fa, il passo rischiò di essere davvero breve. Verso cosa? L’acquisto di un’auto made in Corea. Nulla di deprecabile, ci mancherebbe, ma per me ha rappresentato un momento di svolta. E di stupore.

Ci troviamo in ambito non propriamente premium, quindi generalista, tuttavia nel mio immaginario l’aver considerato una vettura proveniente dalla Corea, è stato quantomeno sorprendente, rispetto alla mia “formazione automobilistica”, in cui per anni le auto coreane hanno incarnato, se non proprio l’eccellenza, diciamo l’emozione.

Non sono poi nemmeno tanto sorpreso, in verità, poiché l’industria coreana sta compiendo passi da gigante sui mercati europei, in termini numerici, in qualità e in design. Se ci sforziamo di immaginare una Hyundai o una Kia di 10 – 15 o addirittura 20 anni or sono, il primo pensiero che balza è senz’altro indirizzato alla “povertà” della linea e delle finiture, offerte però a buon prezzo. In estrema sintesi, le coreane apparivano come le “sorelle povere” delle jap, che già in quanto a design erano mediamente poco fantasiose.

L’ambizione dei coreani di rivaleggiare e primeggiare sui giapponesi ha fatto sì che assoldassero designer europei e creassero dei centri stile in Europa, allo scopo di sondare meglio i nostri gusti e studiare da vicino i prodotti concorrenti. La vera svolta è iniziata all’inizio degli Anni 2000.

Nell’arco di quattro-cinque anni hanno sfornato una, anzi due, gamme di prodotti davvero convincenti. La iX 35 di Hyundai o la sorella Sportage, danno filo da torcere al marketing di Ford, Nissan, Toyota e Volkswagen, per citare i concorrenti più stretti. La Soul è un esempio coraggioso di configurare un’anti Meriva-Idea&C, arrivando fino alla Juke, con un design originale e personale. E in questo periodo non è cosa da poco.

Ogni segmento, anche le cosiddette nicchie, che pure Hyundai già occupava negli Anni ’90 con la S-Coupe, sono presidiati da valide vetture: Veloster, Soul, i20, Picanto, i40 e via discorrendo. Siamo di fronte ad una potenza di fuoco davvero consistente, tale da impensierire il panzer VAG. L’ormai famoso video che imperversava sul web alcuni mesi fa, in cui Martin Winterkorn, presidente Volkswagen, esamina con attenzione tipicamente teutonica una Hyundai i30, lascia intendere quanto inizino ad essere temuti e considerati i prodotti made in Corea.

Un ulteriore e non di certo trascurabile aspetto, risiede nelle politiche di prezzi piuttosto aggressive praticate dal colosso Hyundai-Kia, che offrono vetture ben accessoriate con listini molto più convenienti, non solo di marchi premium, ma di costruttori generalisti. In più, per non svalutare l’usato, c’è la garanzia che di norma è di 5 anni, ma arriva anche a 7. Il che non è poco.

Vi domanderete cos’abbia scelto al momento dell’ordine. L’ho comprata poi, questa coreana?

No, alla fine mi sono orientato su un prodotto made in Europe, principalmente perché era quello su cui era scoccato il colpo di fulmine, poi perché, a livello di estetica c’era qualcosa che non mi convinceva appieno. La scelta di un’auto è sì un fattore economico, ma l’aspetto emozionale ricopre un ruolo per me determinante. La prossima? La decisione è ancora di là da venire, intanto qualche tabù è stato superato. Domani è un altro giorno, si vedrà.

Pedone su A4


Il titolo evoca la mossa durante una partita di scacchi, invece più tristemente potrebbe comparire su di un articolo di cronaca, con i protagonisti di un investimento. Perdonate l’apertura macabra, ma da qualche tempo osservo con maggiore attenzione i movimenti dei pedoni (e dei ciclisti) per le vie della città.

Doverosa premessa “anti guerra santa” tra automobilisti e pedoni in genere, per non incorrere nella marchiatura di razzista. Nell’arco della giornata mi considero più automobilista che pedone, tuttavia non appena  scendo dalla mia auto, il mio status cambia istantaneamente e la situazione si ribalta. Questo per spiegare come alcune posizioni che assumerò saranno di parte, ma non accecate dall’odio verso altre categorie di persone.

In centro città, dove vivo e dove spesso passeggio, osservo un comportamento poco civile da parte di molti pedoni che attraversano all’improvviso, senza guardare, ignorando le strisce pedonali; altri non attendono il verde sul marciapiedi, ma lo fanno un passo avanti, in strada, creando apprensione per gli automobilisti e pericolo per loro stessi.  Esperienza personale: non è infrequente che,  iniziando una manovra in retromarcia per uscire da un parcheggio nei pressi delle strisce pedonali e lo faccia con il semaforo rosso per i pedoni, i miei (santi) sensori ancora prima dei miei occhi, mi avvertano che qualche incauto (incosciente?) passante sta transitando dietro alla mia vettura.

Basterebbe un po’ più attenzione? Io penso di sì.

Sui marciapiedi, la maggior parte di pedoni cammina con lo sguardo verso terra e non si rende conto di dove stia andando, tantomeno del sopraggiungere di pericoli. Altri comportamenti rischiosi riguardano gli “scattisti del bus”, pedoni che nel timore di perdere il mezzo pubblico (per carità, con tutti gli annessi e connessi di un ritardo) mettono a repentaglio la propria incolumità con forsennate corse zigzaganti sui marciapiedi o peggio, in mezzo alla strada.

Capitolo ciclisti. Io non odio nessuno, sia chiaro, perché sono stato cicloamatore e so quanto sia una giungla il traffico cittadino, ma mi domando per quale motivo molti si ostinino a pedalare sui marciapiedi e, ancor peggio svoltare e circolare contromano (!) per moltissime vie. Altri, in barba alla pista ciclabile che corre parallelamente alla loro strada, pedalano nel traffico, costituendo ostacolo e pericolo in primis per loro stessi, poi per l’incauto automobilista che si trova a distanze “da ammiraglia a Tour de France”, dal Gimondi di turno.

La bicicletta esprime perfettamente il concetto di libertà di movimento, ma in alcuni casi può rappresentare un grosso problema per chi in automobile ha un campo visivo differente e una velocità di spostamento maggiore.

Denominatore comune di molti comportamenti è il telefono: così come per gli automobilisti, anche per i pedoni e ahimè anche i ciclisti, l’essere al telefono è fonte di enorme distrazione, “annullando” in certe occasioni la percezione della situazione circostante. Analogo effetto è dato dalla moltitudine di persone che procede con auricolari e cuffie, magari ad alto volume. Figuriamoci come si possa rapidamente avvertire un pericolo, un rumore, se questo proviene magari dalle spalle.

Anticipo alcune obiezioni, che poi in parte condivido: gli automobilisti, molti dei quali da pedoni attraversano in stile “roulette russa”, si comportano da arroganti anche al volante e parcheggiano senza curarsi di strisce e attraversamenti. Altri bloccano o circolano sulle piste ciclabili, che molto spesso sono inadeguate e pericolose, quindi poco fruibili. Molti non osservano la luce gialla e si esibiscono in incaute e interminabili accelerazioni per superare l’incrocio, dove i pedoni stanno per iniziare ad attraversare la strada con la luce verde.

Siamo di fronte ad un problema di educazione, da parte di tutti, nel senso che coinvolge tutti noi. Le regole esistono, ma non ci appartengono “culturalmente”, almeno non sempre e non per chiunque. Prima di qualsiasi gesto dovremmo immaginare le conseguenze e pensare di “non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi”, nell’ottica di un comportamento più civile e improntato alla convivenza, non all’individualità.

Sono consapevole della complessità di attuazione, intesa come modus operandi di ciascuno di noi e dovremmo impegnarci e sforzarci per non mettere a repentaglio la nostra incolumità e non alimentare situazioni di pericolo. Mi auguro di non aver scritto delle banalità, anzi di aver sollevato un problema di cui vorrei discutere con voi.

Lato B(erlina)


A dispetto di quanto lascerebbe intuire il titolo del post, sempre di più mi sorprendo a osservare per strada e sulle riviste, le berline 3 volumi. Non penso di desiderarne davvero una, né ho mai posseduto una , tuttavia sono un felice testimone del lavoro dei costruttori per fornire nuova linfa ad un genere di auto ultimamente non particolarmente desiderato.

Da parecchio tempo si assiste ad una corsa di tutti i produttori, verso l’invenzione di nuovi generi e nicchie di mercato, dai crossover di tutte le taglie, alle piccole monovolume, alle coupé-cabrio, ai coupé-suv, persino ai coupé a quattroporte. Per aumentare le vendite si cerca di innovare, di essere trasversali, in modo da catturare nuovi clienti e di stuzzicare se non piegare i gusti verso qualcosa che non esisteva.

Durante  tutti questi anni, loro, le berline classiche, più classiche di un gessato grigio o di una cravatta Regimental, non hanno mai cessato di esistere. Semmai era calato il loro fascino, per via del design di quel terzo volume “appiccicato sul di dietro”, che faceva poco giovane e molto guidatore-col-cappello.

Sta di fatto che, tedeschi in testa (nemmeno qui come praticamente ovunque, si sono risparmiati) si è voluto tentare di rivitalizzare il design di una categoria tra le più longeve in assoluto nella storia dell’automobile. Penso si possa afferamre che, tolte le utilitarie, dal dopoguerra sino agli anni 70 e quasi 80, l’auto era per definizione “tre volumi”. Spesso persino i coupé riprendevano quasi completamente il profilo dalla berlina da cui derivavano.

Nel corso degli anni sono rimaste 3V le auto di rappresentanza tedesche (guarda caso) e gli altri costruttori hanno tentato di esplorare il settore delle berline attraverso silhouette da non berlina, senza o con poco successo.

Il tre volumi “tira” ancora nei paesi dell’est Europa, dove vengono commercializzate versioni che ad esempio in Italia non conosciamo, dalle Dacia, alle Peugeot, alle Citroen alla Fiat Linea. Anche negli USA apprezzano parecchio le berline, tanto che probabilmente uno dei motivi della rinascita del genere è proprio da imputare alla volontà dei gruppi tedeschi, di aumentare le vendite negli USA e di proporre a noi europei il risultato di alcune operazioni.

Tra le migliori realizzazioni io vedo senza dubbio la VW Jetta, persino più equilibrata della Passat, o le nuove Audi A6 e Bmw Serie 5 e serie 3, senza dimenticare lo sforzo di Mercedes, nel voler svecchiare la gamma con un look più dinamico anche delle C e E berlina. Lo sforzo del gruppo VAG è apprezzabile nei prototipi delle future Skoda e Seat, che continueranno o torneranno a possedere in gamma una classica tre volumi.

Notevoli, in primis come scelta coraggiosa, premiata dai mercati, sono secondo me le Opel Insignia, la Peugeot 508 e la Hyundai i 40 e tra le più cheap, la Chevrolet Cruze, a dimostrazione che un design appropriato possa far convergere gli automobilisti verso generi che si credevano antiquati.

E l’Italia? Con una punta di malcelato patriottismo, posso affermare che in Italia sia stata concepita e prodotta la capostipite del nuovo filone delle 3 volumi sportive ed eleganti: l’Alfa 156.

Con essa, il team diretto da Walter De’ Silva ha riscritto alcuni canoni del trattamento delle superfici e, nuovamente con un pizzico di presunzione e di orgoglio, mi fa piacere individuare nelle sue creazioni Audi il movimento di alcune linee e nervature sulle fiancate, che probabilmente erano state sperimentate in Alfa Romeo. Se vi capita, osservate di tre quarti posteriore una A4 del 2008 e la prima 156 e noterete parecchie analogie nei rapporti di forme e curve del lunotto e del terzo volume.

C’è anche la Linea della Fiat, che in assenza di un sostegno del marketing torinese, almeno in Italia, non si capisce se per favorire qualche Punto, Fiorino Qubo, Bravo o qualche Dacia di più, meriterebbe più attenzione. Non sarà indubbiamente una di quelle vetture che fan girare la testa, però è da apprezzare la pulizia delle forme della coda e la dissimulazione del terzo volume di una sagoma innestata in una Grande Punto.

Chissà, in futuro si assisterà alla seconda, terza vita delle 3V, che oltretutto possono vantare un’aerodinamica più efficiente rispetto alle due volumi e una capacità di carico per batterie e serbatoi non trascurabili. Ai posteri(ori) l’ardua sentenza.

Analogico


Quanto dichiarerò da qui a poco, all’istante mi marchierà come anziano, al cospetto dei molti tecnofili della generazione di internet 2.0 e dei giovani “nativi internet”.

Siete pronti? Mi piace da impazzire sfogliare le riviste di automobili e mi piacciono i depliant: di carta. Giù con gli insulti, adesso.

Ammetto a mia discolpa di essere, in pratica da quando internet è diventato diffuso, un assiduo frequentatore di siti di case costruttrici, di riviste, di news e di forum di appassionati di automobili. Esiste un’offerta tale e vasta da soddisfare chiunque sia alla ricerca di informazioni e di anteprime, che da ragazzo mi sarei sognato di avere sottomano.

È risaputo, è il bello del web, ma al contempo è uno dei suoi limiti: essere una tavola talmente imbandita da poter essere difficilmente consumata in maniera integrale. Ecco, se da un lato mi appaga il poter vedere in tempo reale l’ultimo modello, la novità, le foto, il rovescio della medaglia sancisce la fine dell’attesa, dello scoprire tra un mese, quali saranno i futuri modelli, le prove.

Il momento dell’arrivo della rivista coincide per me, oggi come 20 anni fa, con il momento della sorpresa. Quando esco dall’edicola, provo un piacere sincero nello sbirciare per strada, tra le pagine e i contenuti. Per non parlare poi del momento della lettura, mai tutta di un fiato, magari qualche pagina per volta, con il dispiacere di vedere di aver quasi raggiunto la fine: il regno dei listini. Le pagine della tentazione, praticamente mai soddisfatta, ma puntualmente stuzzicata con il classico pensiero “ se avessi x mila euro, quale comprerei?”. Tra quelle pagine hanno navigato e lo fanno tutt’ora moltissimi sogni proibiti, da accessoriare e da mettere in strada, fino all’ultimo euro, rigorosamente calcolando a mente.

I cataloghi, i depliant o se volete i depilantes di frassichiana memoria, un tempo erano fonte di discussioni familiari, dal momento che ogni occasione, dal Salone dell’Auto all’autosalone, era utile per procacciarsi il cartaceo di turno. Interi armadi sarebbero sufficienti a farmi diseredare per direttissima. Vale anche in questo caso lo stesso ragionamento della rivista, ovverosia quello che potrei definire il “fascino del voltare pagina”, un piacere, anche olfattivo, attraverso cui interagisco con ciò che sto leggendo.

Non intendo apparire come e non mi ritengo affatto un nostalgico. Spero che qualcuno tra voi abbia afferrato quanto sostengo. Volendo spingersi ad un paragone, il cartaceo per me rappresenta ciò che è la filosofia slow food, rispetto al nostro tradizionale modo di consumare i pasti e di selezionarli, soprattutto.

Il web possiede enormi pregi che non finirò mai di elogiare, come ad esempio la possibilità di visionare direttamente i siti dedicati a qualunque modello in produzione o a cercarne informazioni, ma non esiste .pdf che mi abbia tentato al punto di volerlo stampare e poi leggere. Io li vedo come fossero due piani differenti di comunicazione, seppure con lo stesso soggetto. In epoca di rispetto dell’ambiente è indubbio che si risparmi molta carta, ma per me e forse per molti di voi, non è la stessa cosa.

Il potenziale della rete viene espresso appieno quando si entra nella galassia dei configuratori, per me una sorta di videogame e antistress, in cui non vinco nulla, sebbene anelerei a “vincere” spesso l’oggetto della configurazione. Con pochi clic posso attingere al cassetto degli optional, con ciascuno di essi sono in grado di confezionare l’auto che voglio (vorrei) e di conoscere l’esatta cifra che verrà a costare. Rispetto al cartaceo qui  c’è un evidente enorme vantaggio, dal momento che sui depliant non vengono riportati gli importi e che sul web sono caricate anche le possibili configurazioni per ciascun allestimento.

Il match come si conclude? Per me carta batte internet, non 1 a 0, ma 2 a 1, per i motivi che enunciavo in precedenza.

Siete d’accordo con me? Stampate il post, leggetelo e poi ne discutiamo.

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