Archivio | gennaio 2013

Micromachines


Nel post precedente ho affrontato il tema dei “guidatori in erba”, ragionando sull’opportunità di consentire, con accompagnamento, la guida ai minorenni. Non ripeto quanto scrissi, ma è il pretesto per collegarmi e approfondire alcuni aspetti.

Le mie perplessità erano legate alla possibilità di condurre veicoli “veri” e non avevo affrontato un fenomeno, che forse non è dilagante in tutte le città, ma neppure insignificante: le vetturette (mi arrischio a definirle così) senza patente. Secondo il Codice della Strada esse sono quadricicli a motore e devono sottostare a precise regole di progettazione, riguardanti essenzialmente la cilindrata, la massa complessiva e i posti a sedere. O il posto, perché taluni di essi possono essere affidati a quattordicenni, in possesso di quello che era il permesso di guida e da poco è divenuto una sorta di patente. Dal gennaio 2013 è in vigore un cambiamento del piano normativo che dovrebbe corrispondere ad un inasprimento delle regole, portando ad un miglioramento del quadro complessivo. Le ultime novità del Cds prevedono che la nuova patente Am per i ciclomotori sia conseguibile a 14 anni (all’estero sarà valida solo a partire dai 16 anni), con una differenziazione degli esami a seconda che si voglia guidare il motorino o la minicar e non sarà più un semplice “patentino” , ma una vera e propria licenza di guida, soggetta alla decurtazione di punti in caso di infrazioni, da conseguire presso un’autoscuola, mentre prima si tenevano corsi anche nelle scuole superiori. Resta invariata la norma che impedisce ai minorenni di portare passeggeri su moto, ciclomotori, tricicli e minicar.

Ci sarebbe inoltre da commentare che se da un lato i quadricicli non devono superare le limitazioni imposte dal Codice, pena il divenire veicoli, dunque soggetti a patente e regole più severe, il succo della questione e delle mie perplessità è contenuto in questa sfumatura. Mi spiego: per non essere considerati veicoli, i quadricicli dovranno, in soldoni, essere leggeri, poco veloci, dunque poco scattanti, ma al tempo stesso essi circoleranno sulle medesime strade delle “nostre” automobili, vale a dire veicoli con una massa come minimo tre volte superiore a quella dei “poveri” quadricicli. Una situazione da vaso di coccio in mezzo ai vasi di rame, anzi di lamiera…

A ciò sommiamo la possibilità che questi veicoli siano condotti (semplifico) da chi non ha la patente “vera” e magari possiede poca dimestichezza con la “giungla urbana” e con le malizie della guida in città. Mi riferisco alla città, poiché immaginare una di queste vetture, e ce ne sono, che circolano su una strada statale, mi fa rabbrividire all’istante. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo un ipotetico crash test, un po’ estremo, ma non improbabile, tra una di queste microvetture e un’auto di medie dimensioni, per non parlare di un suv o di una monovolume. Meglio non riaprire rapidamente gli occhi, prima che le schegge di quadriciclo ci possano colpire…

Dimenticavo di specificare che per rientrare nei limiti di massa, le microvetture sono prevalentemente realizzate con materiali leggeri e fragili, come la fibra di vetro o simile e, non essendo considerati veicoli, non devono sottostare a prove di crash. Tutto bene? Sì, se magari fossero concepite per circolare in un campo da golf, ma su strada? Ha senso che esse siano ritenute più protettive, anche per un giovane che diversamente circolerebbe su un ciclomotore? Ha senso, che il minorenne non rischi più di cadere, ma sia indotto a pensare di essere di protetto da una scocca “tradizionale”, che poi si rivela fatalmente fragile? Non è forse da ritenersi pericoloso, un veicolo che ha “tempi di reazione” molto lenti su strada?

Mi si può obiettare che la prudenza dovrebbe prevalere in ogni circostanza, ma non la ritengo un criterio sufficiente a garantire l’incolumità di chi viaggia su strada, tanto più che molti di questi veicoli sono poi condotti anche da chi ha una patente sospesa o ritirata, di certo non per motivi futili, anzi. Saremmo contenti di ritirare un porto d’armi ad una persona pericolosa, consentendole però di utilizzare una pistola ad aria compressa? Il desiderio di sparare e fare male al prossimo non dipende dalla fattura dei proiettili.

Le mie critiche non riguardano dunque i produttori di questi famigerati quadricicli, che anzi, negli ultimi anni hanno attraversato una fase di evoluzione stilistica formidabile, trasformando delle piccole “scatolette” di plastica, in veri e propri oggetti di design, con l’aggravante delle piccole dimensioni, che per i designer ha costituito un problema in più. Il futuro è addirittura orientato verso la propulsione elettrica, quindi all’innovazione pura, ma il limite di questa categoria di mini-veicoli è quello del prezzo, estremamente elevato a causa dei piccoli volumi di vendita.

Conservando tutte le mie perplessità in merito ai quadricicli, anche modaioli, ritengo che sarebbe doverosa una revisione del CdS, nell’ottica di aumentare la sicurezza per tutti: conducenti, altri veicoli, pedoni. Solo in quel caso potrei cambiare idea nei confronti di questa categoria di veicoli che, non voglio dimenticare, sono anche condotti da anziani o persone con ridotta mobilità, ma che proprio per questo motivo meriterebbero ancora più attenzione da parte del legislatore. Poi, come sapete, a me piacciono suv, pardòn, i crossover…

Guido piano


Accade che ogni tanto, nei blog e sui siti di informazione automobilistica (ri)emerga la questione legata ai giovani e all’età per la quale sia più opportuno iniziare a guidare. Contestualmente a ciò mi è capitato di incrociare vetture che riportavano il cartello “GA” giallo, ovvero guida accompagnata. Questa recente introduzione del CdS consente di guidare, per chi è già in possesso di una patente “A”, veicoli per i quali è consentita la patente “B”, solo se accompagnati da un adulto e patentato da un certo numero di anni. Dimenticavo, l’età a cui si può iniziare a guidare legalmente è di 17 anni. Mica male per chi come me avrebbe desiderato guidare, sul serio, in strada, anche prima, forse troppo presto. Già, perché da ex giovane, ma non da “vecchio” riesco ad immaginare ciò che si crede di fare al volante in “tenera età”, ma non se ne è in grado, magari non tanto per incapacità, quanto per (inevitabile) inesperienza. Inesperienza che però è colmabile, nell’unica maniera possibile: studiando ed esercitandosi, con istruttori veri.

La questione è controversa, poiché sicuramente esisteranno genitori scrupolosi e giudiziosi, con la capacità di trasmettere ai “guidatori in erba” preziosi consigli; tuttavia credo che il rapporto parentale tra educatore ed educato, nella guida come in altre casi, presenti dei limiti e delle barriere comunicazionali, che solo con figure “terze” possono essere superati. Mi si può obiettare che la “GA” sia consentita solo a chi è in possesso di un’altra patente, la A, che dunque è stata conseguita dopo aver sostenuto un esame di guida. Vero, dico io, ma stiamo pur sempre parlando di sedicenni e siccome tutti noi abbiamo avuto sedici anni, potremmo immaginare il senso di spavalderia e onnipotenza che si può provare se si sta “domando” un mezzo meccanico. Mi ci metto anche io parzialmente in quel gruppo: da adolescente avrò avuto tanti difetti, che però mai hanno portato a degenerazioni lesive, cosa che credo riguardi molti giovani di oggi e non solo di venti anni fa.

Quello che mi preme sottolineare riguarda però l’approccio con la vettura, inteso come insieme, che mediamente pesa più di una tonnellata e raggiunge velocità molto elevate, sia essa una piccola utilitaria o una media. Sarei più propenso a concepire la “GA” se essa fosse consentita in circuiti, scuole apposite, anche a 16 anni, per carità, ma non su strada e non da un “qualsiasi” adulto, senza voler sminuire alcun genitore o parente. La ragione di questa affermazione risiede principalmente nella necessità di insegnare a chi è una “tabula rasa” nei confronti della buona tecnica, non intrisa di errori e “vizietti” di chi, patentato da molto, ha per così dire fatto il callo a determinati comportamenti, non necessariamente cattivi, ma nemmeno tecnicamente efficaci.

Sarebbe assai bello e, per inciso, sarebbe piaciuto anche a me, un corso di guida, mirato alla conoscenza del comportamento della vettura e delle condizioni della strada, meglio se una volta ogni 6 mesi, con step successivi e richiami vari, prima di cimentarsi con l’esame di guida vero e proprio a 18 anni.

Non vorrei apparire ossessivo con la “professionalizzazione” dei ruoli, che però ritengo necessaria laddove sia richiesta una buona dose di tecnica, perché la guida è fatta di tecnica e andrebbe insegnata proprio con questo scopo e da persone preparate ed esperte in maniera. Più istruttori di “pilotaggio”, che di scuola guida. Lungi da me criticare le autoscuole – non è questa la sede, né l’argomento di cui si parla – quanto il metodo con cui in Italia si insegna a guidare, che non implica il saper condurre il mezzo, bensì il capire come “passare l’esame”; questo vale sia a 16 che a 18 anni, senza distinzione. Credo sia meno importante valutare se l’esaminato compie al volo un’inversione (il più delle volte non potrà nemmeno farla, vista la segnaletica stradale odierna), piuttosto avrebbe senso verificare i concetti legati alla perdita di aderenza, al modo in cui si affronta una curva, alla posizione delle mani sul volante. Sono motivazioni che non devono indurre a pensare che ci si debba calare in un rally ogni volta che si sale in auto, ma rappresentano ragionamenti utili a comprendere ed evitare situazioni di cui spesso si sente parlare (sproloquiando e speculando) sui giornali o in tv, quando si titola a proposito di strade “assassine”, “curve della morte” e così via. Esisteranno, ahinoi, porzioni di strade mal progettate e mal segnalate, però spesso l’errore di valutazione del guidatore è fatale e al contempo l’informazione preferisce non “infierire” sul guidatore, preferendo assegnare le colpe ai fattori esterni, secondo il vizio italico del “giustificarsi”.

Tornando a bomba, direi che si potrebbe anche guidare a 16 anni, ma non in “campo aperto” e solo in appositi stage da effettuarsi in strutture e con personale adeguato; sono consapevole delle difficoltà organizzative legate a tutto ciò, ma il grado di civiltà e di senso civico di una nazione passa attraverso l’educazione in genere e, la strada non dovrebbe essere un’eccezione.

In conclusione, giusto per condividere un’esperienza personale, la mia “prima volta” fu proprio a 16 anni, in un enorme parcheggio vuoto, con l’amore della mia adolescenza. Lei, consentitemelo, era una Delta Integrale 16v, rossa. Io ero un impacciato “sfrizionatore”, che alla fine riuscì a portare a casa una buona serie di “prima-seconda”, che mi parvero una prova speciale. Bellissimo. Pericolosissimo: sono cose che non si dovrebbero fare. Poi, fino alla patente non ho mai guidato e dopo sono stato un guidatore ansioso di dimostrare a se stesso di saper pilotare, purtroppo commettendo alcuni errori di gioventù, a riprova di quanto affermavo in precedenza: la tecnica e l’esperienza acquisita sono fondamentali.

Emozioni


Il mio 2013 “automobilistico” è iniziato davvero bene, avendo avuto il piacere di scambiare 2 fugaci chiacchiere con una persona davvero amabile, coraggiosa e ambiziosa: Alex Zanardi. L’occasione è stata quella di un incontro pubblico organizzato da Bmw al Sestriere, durante il quale Alex, permettetemi di chiamarlo per nome, ha raccontato al pubblico aneddoti e momenti salienti del 2012, anno da lui vissuto molto intensamente.

Da alcuni anni mi reputo tra i fan del personaggio-Zanardi e del suo carisma, nonché della sua forza d’animo, che emergono mai prepotentemente, in maniera boriosa, tutt’altro: una semplicità e una tranquillità quasi disarmanti, vengono da lui impiegate per descrivere le sue imprese,le sfide (anche quelle con la “S” maiuscola…) e nondimeno le sconfitte.

Zanardi, come saprete, è una persona il cui destino è stato segnato per via dell’incidente del 2001, ma è un simbolo per la forza di volontà e l’ottimismo. Come lui stesso ama ricordare, la sua vita è fatta di stop improvvisi e fantastiche ripartenze, spesso su percorsi in salita. Il kart, la F1, poi il dimenticatoio, poi la Formula CART e i titoli, la F1 e nuovamente la Formula CART. Ancora: l’incidente al Lausitzring, poi la riabilitazione e il Mondiale Turismo, infine i successi con la handbike e le meritatissime medaglie paralimpiche a Londra 2012. Alti e bassi, come nella vita di ognuno di noi, che Alex ha affrontato facendo tesoro a mio avviso anche delle sue qualità umane, prima ancora che di pilota, dimostrando a se stesso e agli altri come attraverso la dedizione, l’allenamento, la perseveranza, certi obiettivi possano risultare alla portata.

Mi ha colpito un ragionamento di Alex, a proposito dei successi a Londra 2012, in cui sosteneva che una volta a casa, osservando le medaglie, non riusciva ad emozionarsi come chi gli amici o le persone che incontrava. La sua spiegazione è decisamente logica e secondo me divertente: il motivo risiedeva nel fatto che “noi” vediamo solamente la parte finale del lungo lavoro di preparazione, ma lui, in cuor suo, dopo aver sostenuto estenuanti allenamenti era conscio di quanto potesse valere il lavoro fatto. Motivo per cui era già ampiamente soddisfatto di aver raggiunto gli obiettivi, poi, ovviamente ribadiva che il sapore di una medaglia olimpica rimane unico e indescrivibile.

Le mie parole sono quelle di un fan, dunque sono di parte, ma l’ammirazione nei suoi confronti è davvero elevata. Inutile aggiungere che Zanardi possa rappresentare la punta dell’iceberg, tra quelli che hanno avuto disavventure simili e sono riemersi in una vita normale e più ricca di quella “precedente”. La sua notorietà può certamente essere impiegata come volano per un movimento e per le persone meno fortunate, anche come risorse economiche. Ne è la prova il fatto che Alex abbia creato una fondazione, Bimbi in gamba, che aiuta i bambini, spesso stranieri e non supportati da un sistema sanitario come il nostro, che hanno difficoltà a sostenere interventi o costose protesi per camminare, e sorridere, di nuovo.

Confesso che negli ultimi anni mi sia commosso solamente in due occasioni davanti alla tv: in occasione della medaglia di Stefano Baldini ad Atene 2004 e alla consegna dei Caschi d’Oro di Autosprint nel 2001. Vedere alzarsi di nuovo in piedi Alex è qualcosa di difficile da descrivere, tanto che qualche brivido mi torna ancora,quando capita di rivedere il filmato. Quel momento è stato toccante e simbolico al tempo stesso, perché solo lui e chi ha avuto incidenti simili sa quali sofferenze implichi il percorso di ripresa, ma proprio per tale ragione quel momento è stato un riprendersi la vita, dimostrando a tutti che “si possa fare”.

Certamente Zanardi, come lui stesso sostiene, è stato fortunato ad avere una disponibilità di denaro e di sponsor per proseguire il suo cammino, ma quello che nessuno sponsor può dare è la forza d’animo e quel pizzico di incoscienza che caratterizzano l’uomo Alex, prima ancora che l’atleta.

Ascoltare i suoi racconti, gli aneddoti sulla preparazione fisica e del mezzo è qualcosa che lascia estasiati e diverte, perché inquadrano alla perfezione lo spirito di chi, sin da ragazzino con i kart, era abituato a sperimentare, sbagliare, modificare e modificare ancora, con le proprie mani in prima persona, per migliorare il mezzo, qualunque fosse: il kart, la macchina di F1, le protesi, la handbike e chissà cosa, in futuro. È questo il modo attraverso cui Alex “sente” più suo un oggetto: mettendo la sua esperienza, passando anche attraverso guasti, cadute e pure piccoli incidenti.

Il bello, con Zanardi, è ascoltare quali siano le sfide che è sempre pronto ad intraprendere, da curioso e “irrequieto” quale è, sfide che vengono affrontate con lo spirito di chi le prende sul serio e non lascia nulla al caso. Sarà un peccato non poterlo vedere al via nel prossimo campionato DTM, dopo che nel dicembre 2012 aveva avuto occasione di provare una Bmw M3 appositamente preparata e con la quale, per sua stessa ammissione, in una trentina di giri al Nürburgring, aveva registrato ottimi tempi. In questo caso le ragioni sono prettamente economiche e di regolamento: ogni team ha a disposizione un certo numero di giorni da dedicare ai test con tutti i piloti e, per mettere a punto la vettura di Alex, si sarebbe sottratto troppo tempo a quello degli altri piloti ufficiali. Peccato, ma dalle parole di Alex, non trapelava poi molto pessimismo, segno che magari qualcosa in futuro si potrà realizzare.

Vi sarò apparso retorico e credetemi: non era mia volontà apparire come tale, quanto piuttosto il dsiderio di tributare, nel mio piccolo, un sentimento nei confronti di una persona davvero speciale, persino nella sua semplicità e umanità.

…però quel Zanardi da Castel Maggiore!

Buon anno


Il primo post del 2013 dovrebbe (potrebbe?) contenere i buoni propositi per l’anno che verrà, ma intendo aprire con un’amara riflessione che riguarda il mercato dell’auto in Italia. Due dati: il 2012 si è concluso con un rosso degno della colore Ferrari, con valori che riportano agli anni Settanta del secolo scorso. Il secondo dato riguarda la vendita di biciclette, che ha superato come numero di pezzi, quella delle automobili.

Trascurando il fatto che fortunatamente una bicicletta costi decisamente meno di un’automobile, sono due a mio avviso le chiavi di lettura della vicenda. Possiamo finalmente ritenere che gli italiani abbiano una (nuova) coscienza ecologica e abbiano compreso l’importanza, come molti altri cittadini europei, dell’utilizzo della bicicletta negli spostamenti brevi. A corollario di ciò, va aggiunto che nel 2012 si è registrato un aumento degli utenti dei mezzi pubblici e dei treni.”Evviva!”, verrebbe da esultare, ma in questo mutamento dei nostri costumi intravedo un risvolto più amaro, legato all’insostenibilità dei costi legati al possesso di un’automobile.

Non me ne vogliano coloro i quali credono fermamente nei principi della mobilità alternativa, tuttavia il sospetto che di alternativo per gli italiani sia rimasto il pedibus calcantibus, mi è più istantaneamente balenato. Premetto di non voler apparire come un lobbista del cartello dei costruttori di automobili, sostenendo che la maggioranza degli abitanti del Bel Paese sia stata costretta a fare i conti con la realtà e abbia optato per un uso più parsimonioso della propria vettura. Che tutto questo abbia ripercussioni positive sulla salute degli individui e del Pianeta non può che rallegrarmi, ma penso sia più una conseguenza che una scelta oculata.

Gli aumenti del prezzo dei carburanti, delle tariffe assicurative, dei pedaggi autostradali, nel corso del 2012 hanno contribuito ad assestare un duro colpo al bilancio famigliare di tutti noi, costringendoci a compiere scelte che magari fino a qualche anno prima non avremmo preso in considerazione. Sono calati i consumi di carburante, si utilizzano meno i parcheggi a pagamento (logica conseguenza del lasciare a casa l’auto) e sono sempre più gli automobilisti che hanno deciso “di smettere”, vale a dire che hanno rottamato la propria vettura, ma non l’hanno rimpiazzata.

Ribadisco di non sentirmi particolarmente trionfalista rispetto al calo dell’utilizzo dell’automobile, perché non lo vedo come una scelta ponderata, mossa da coscienza ecologica, per alcuni, ma come unica soluzione per “tirare a campare”. Di conseguenza, come tutte le scelte obbligate o quasi, non va vista secondo me di buon occhio.

Sin qui il ragionamento riguarda tutti noi, ma di pari passo con il calo delle vendite di automobili, c’è il tracollo di un sistema, da chi le costruisce, sino a chi le vende. “E’ il mercato, baby!”, verrebbe da aggiungere, ma dal momento che i costi sociali per sostenere questo sistema in crisi vengono sostenuti da tutti, sarebbe il caso di riflettere sulle possibili soluzioni.

Trascurando quella più ovvia di andare tutti a piedi, avremmo probabilmente bisogno di aumentare il nostro potere di acquisto, di avere meno imposte e di avere un fisco in grado di pizzicare – presto e bene – gli evasori, in modo da avere un sistema più sano. Sono consapevole del fatto che ciò che in molti Paesi è civile, da noi appaia quasi come rivoluzionario e utopistico, ma si potrebbe provare. Così come sarebbe “da provare”, il sostegno vero e costante alle auto ecologiche, senza criminalizzare troppo quelle appena più obsolete. Probabilmente nel 2013 rischieremo di assistere alla prima amministrazione che valuterà di bloccare le vetture Euro 4: mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no.

Servirebbe dunque una spinta per i costruttori, al fine di introdurre vetture ancora più ecologiche, parallelamente allo sviluppo dell’auto elettrica che, diciamo la verità, è ancora poco più che una chimera. Un po’ di ibrido in più, magari accoppiato al diesel, non guasterebbe e rappresenterebbe il giusto passo per iniziare a sviluppare dei veicoli realmente fruibili. La speranza, come si dice, è l’ultima a morire e nel frattempo, ben venga anche l’utilizzo dei mezzi pubblici e della bicicletta, poi appena si riuscirà, giù con il gas, pardon, con il potenziometro.

P.S.: un sentito ringraziamento ai miei lettori, che da un anno hanno la voglia e la pazienza di leggere i miei pensieri. Con la speranza di continuare a divertirvi e di condividere alcuni miei pensieri/manie/nevrosi, a tutto voi rivolgo un sincero abbraccio (e un colpo di acceleratore).

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