Archivio | gennaio 2012

Io ce l’ho più alto


Perdonate l’apertura dalle possibili interpretazioni triviali, ma garantisco che non scriverò nulla di volgare in questo post. O perlomeno credo, viste le moltissime implicazioni e i riferimenti fallici associabili allo strumento automobile, in particolare nei confronti dei complessi di inferiorità del maschio. Si astengano dunque da emettere giudizi gli esperti di psicanalisi e torniamo in carreggiata. Scoprirò probabilmente l’acqua calda, ma nella guida cittadina sovente mi accorgo che il possedere un cofano ancor più alto, che non prospiciente, aumenti il senso di sicurezza e alimenti quello di “superiorità”.
E’ indubbio che il tema, soprattutto a causa di comportamenti poco civili, finisca col sollevare infinite discussioni e cercherò di tener fede al titolo del mio blog. Interpretiamo dunque questo pensiero come una mia autoanalisi.
Pur non possedendo una monumentale Audi Q7, mi accorgo che al volante del mio crossover si manifesti quasi involontariamente, il desiderio di brandire la mia mascherina, poco più alta della media delle auto, come monito minaccioso. Non mi accade sempre, giuro, tuttavia il muso alto e la conseguente massa della vettura, mi inducono, come ritengo accada anche ad altri, a “puntarla” verso chi ha appena fatto un torto o crea qualche fastidio al volante.
Ci si può riallacciare al post “su con i suv” e non vorrei smentire quanto scrivevo a proposito dell’arroganza dei proprietari di quei veicoli. Sono considerazioni che scaturiscono in maniera spontanea e delle quali mi rendo conto, cerco di fare tesoro di questa autoanalisi affinché non si verifichino.
Pare manifestarsi un meccanismo simile a quanto avviene nel calcio, quando il difensore marca in maniera più serrata l’avversario e come si dice in gergo, gli “fa sentire” la sua presenza. Proseguendo la similitudine, il giocatore sa che potrà stare addosso all’avversario, ma non dovrà commettere falli, pena la sua ammonizione.
In auto non siamo in gara con gli altri e ci troviamo spesso sotto stress, dunque è consigliabile non farsi mai trasportare dalla foga e cedere ai peggiori costumi.
Resta il fatto che con la sempre maggiore diffusione di veicoli dall’aspetto muscoloso, i comportamenti alla guida stiano mutando e il senso di protezione offerto o percepito, dai suv e dai crossover, trasformi in spavalderia l’agire di chi si trova al loro volante.
Non giustifico, ripeto, non giustifico il comportamento, però confesso di averlo compreso meglio, da quando guido seduto un po’ più in alto.

Ciò detto, non muto di una virgola quanto espressi nel post riguardante i suv.  Se qualcuno non fosse d’accordo, me lo dica in faccia, anzi in cofano…

A me gli occhi


Provo a condividere con voi una mia esperienza: vi colpisce mai l’espressione di questa o di quell’auto, all’anteriore come al posteriore? A me succede spessissimo e ringrazio i designer e l’evoluzione tecnologica, che mi forniscono negli ultimi tempi una gran quantità di materiale da “visionare”.

Sempre più di frequente il car design punta a conferire alle vetture delle vere e proprie espressioni, che possono essere sorridenti, accigliate, aggressive, talvolta stralunate, ma riconoscibili, esattamente come accade tra gli umani. In tutto ciò il marketing ha messo pesantemente lo zampino, con gli stilisti che hanno raccolto la sfida e stanno spostando l’asticella sempre più in alto.

Se devo pensare a qualche esempio, finisco per andare in Germania (sempre loro), con Audi, marchio che secondo me rappresenta lo stato dell’arte dei “giochi di luce”. Grazie a led e fibre ottiche, ogni frontale Audi ha uno sguardo che colpisce e rimane impresso anche a distanza e lo stesso accade per il posteriore. Avevo letto che in Audi hanno costituito un team di designer e ingegneri che si occupano esclusivamente di fanali e possiamo dire che i risultati siano sotto gli occhi di tutti. Lo stesso avviene per il resto della produzione del gruppo VW. Ogni marchio è riconoscibile attraverso una precisa forma della luce, emessa dai led anteriori e posteriori. Un esempio di stile nello stile.
Bmw era indubbiamente stata antesignana, grazie agli “angel eyes” anteriori, che ancora oggi restano una cifra stilistica dei modelli bavaresi, alla quale si aggiungono le fibre ottiche al posteriore, che compongono un’elegante serie di tratti orizzontali, con piccole discontinuità ai lati, per conferire dinamismo.
Lo svecchiamento di Mercedes passa anche attraverso il “gioco di sguardi” dell’intera gamma, grazie ai led anteriori e posteriori.
Tra i generalisti, Opel ha iniziato per prima a rendersi riconoscibile anche al buio, seguita da Ford, che però non ha ancora una completa uniformità di stile, mentre Peugeot sta compiendo grandi sforzi al pari della sorella Citroen.

La lista di “volti noti” sarebbe decisamente lunga, ma voglio sottolineare come Hyundai e Kia, appartenenti al medesimo gruppo, stiano compiendo enormi passi avanti e i loro “musi” e le loro “code” siano secondo me tra le migliori realizzazioni in circolazione, se non altro per la ricerca e la volontà di osare.

Domanda fatidica. E l’Italia? I “boomerang” posteriori della Lancia Thesis sono stati uno dei primi tentativi, seguiti da Delta, Musa e Ypsilon, mentre sull’anteriore non è ancora stato inventato un tratto distintivo forte. Lo stesso dicasi per Alfa Romeo che al bel fanale “Ferrari style” per il posteriore della MiTO e alla “turbina” persino troppo elaborata della Giulietta, non ha avuto il contraltare sul frontale. La fila di led che campeggia nel proiettore anteriore appare incompiuta e incapace di comunicare il “Dna Alfa” dritto negli occhi. Fiat appare ancora troppo “pasticciata” e confusa, con da una parte l’espressione mutuata dalla 500 e riecheggiata nei nuovi modelli, sminuita dall’assenza di led o “giochi di luce” particolari che possano valorizzare l’espressione, esattamente come può fare una bella donna con il trucco.
Scontiamo probabilmente un ritardo (l’ennesimo) tecnologico che ci pone alle spalle del design dei solidi – e soliti – marchi tedeschi (ahinoi capitanati da un italiano) e a poco a poco anche coreani, fattori che fanno, è il caso di dirlo, perdere smalto, pardon eyeliner, anche nel campo del design.
Coraggio, apriamo gli occhi!

Su con i suv


Sto per innescare una guerra. Nessuno la prenda sul piano personale, me incluso. Ecco la bordata: mi piacciono i suv. Mi piacciono anche i suv. La prima spiegazione è che da appassionato di automobili trovo affascinanti e accattivanti le auto indipendentemente dal genere. Certamente questa categoria gode di un effetto novità che rende il loro design una sfida aperta e un’occasione per i progettisti di inventare e sperimentare, più di altre categorie, dove molto è già stato proposto e dove si cerca la fusione di generi diversi per svecchiare i canoni stilistici.

I suv. Non li avverso come alcune frange che intravedono in loro un nemico, un assassino di ciclisti, pedoni e regole di bon ton (anche del Codice della Strada). A me non piacciono le armi in generale, ma non so se chiederei di abolire le pistole o se le favorirei rispetto ai fucili, in base al criterio dei consumi di polvere da sparo.

Sempre più di frequente accade che nei telegiornali o sulla carta stampata venga sbandierato l’acronimo suv, per creare un effetto odio immediato sull’opinione pubblica, forse anche suscitato dall’invidia dovuta al non potersi permettere certi veicoli, che costano parecchio e sono talvolta appariscenti. Lungi da me difendere evasori o prepotenti che si comportano da criminali al volante. E’ probabile che prima del suv avessero una grossa berlina e sarebbero passati più inosservati, ma non credo che la loro condotta al volante sia particolarmente cambiata e in peggio. Non mi piace e lo ribadisco, la demagogia con cui si tratta l’argomento sui media e non sono cieco di fronte all’affermazione “molti suv sono guidati da prepotenti”, ma  non tutti i suv sono guidati da prepotenti, così come molte altre auto sono condotte in maniera poco rispettosa e i suv sono auto, non un genere a parte.

Mi si potrà attribuire il coinvolgimento nella “battaglia”, sebbene non possieda alcun suv, bensì un crossover, che peraltro deriva come pianale da una monovolume compatta, che a sua volta condivide la sua meccanica con un’auto media. Tanto mi è sufficiente sostenere alcune idee, sempre, sottolineo sempre, senza toni da guerra santa.

Se potessi permettermelo, non escluderei l’acquisto di un suv da 4,80m, se lo reputassi affascinante e per nessuna altra ragione. Non mi sentirei nemico del pianeta per il fatto di possedere 1800 kg o più di lamiera, o perlomeno non in misura maggiore di chi guida berline o monovolume da 1800 kg. Il motivo? Hanno tutte la medesima massa e consumano pressappoco lo stesso quantitativo carburante (non obiettate: se la berlina consuma meno, molto probabilmente il guidatore pigerà di più sul gas, alla ricerca di migliori performances, quindi il bilancio effettivo e non aerodinamico sarà in pari con gli altri due generi).  E’ inoppugnabile che la sezione frontale di un suv sia maggiore rispetto a quella di una berlina, tuttavia se applicassimo alcuni criteri di risparmio energetico nella nostra vita quotidiana, non potremmo utilizzare il 90% di ciò che ci circonda.

La querelle è infinita, visto che si potrebbe sostenere che le auto grosse siano inutili od anche che le auto siano inutili in assoluto. Vero, ma chi criminalizza i suv pecca secondo me di superficialità, facendo di tutta l’erba un fascio. Come accennavo, i suv hanno sezione frontale maggiore, ergo consumano di più. Vero, ma ad esempio una Bmw Z4 ha una sezione frontale più favorevole di una X6, tuttavia se la prima monta un bel plurifrazionato a benzina e la seconda un diesel, potrà accadere che i consumi (e con essi le emissioni) saranno di poco a favore della seconda o forse in pareggio. Riflettendo, tra Z4 e X6 non so quale sceglierei, visto che mi piacciono i suv. Mi piacciono anche i suv. Certo che però le spider…

Poligamia


Mi duole ammetterlo, ma per le mie partner (a quattro ruote) non sono affatto fedele. Non riesco ad esserlo, perché è sufficiente che mi passi davanti agli occhi qualche bel pezzo di…lamiera e… zac!, la frittata è fatta.

Non disponendo del reddito di un calciatore o del sultano del Brunei, va da sé che la mia infatuazione debba essere controllata e indirizzata possibilmente verso ciò che il mio conto in banca può sostenere, o giù di lì.

Dal 1996, anno della mia prima vera automobile, ho avuto la fortuna di avere al mio fianco, anzi, sotto al mio sedere, diverse partner. Posso affermare senza timore di averle amate tutte, praticamente in egual misura. Forse il pensiero di qualcuna fa rivivere ricordi più belli, altre mi solleticano di meno, ma permangono ricordi legati a episodi e a persone che mi stanno intorno e non espressamente alle auto, per fortuna.

Le automobili sono oggetti, per qualcuno elettrodomestici. Per me rappresentano una passione, qualcosa di più viscerale, emotivo. Dipende da questi fattori il grande coinvolgimento che provo nello scegliere un’auto, nel guidarla o nel guardarla mentre salgo o mentre la lavo. Chi è appassionato probabilmente comprenderà quel che intendo dire, ma il rimanente gruppo delle persone sane di mente, immagino provi quasi compassione nell’accettare che qualcuno si possa affezionare ad un oggetto.

Ci sono persone che al momento della separazione dalla propria auto, soffrono come se si stessero allontanando da una parte della propria vita, mentre io non ci riesco: le saluto con affetto, ma con un occhio sto già cercando dove sia parcheggiata la nuova fiamma. Prima di venire tacciato di insensibilità o peggio, come affetto da svariate patologie mentali, comprendo il sentimento provato quando ci si separa da un’auto che ci ha accompagnato magari per dieci e più anni. Ricordo ancora molti anni fa, quando portai con mio papà una nostra auto dallo sfasciacarrozze, dopo 13 anni e tante magagne. Al ritorno a casa, nonostante sapessimo di dover ritirare la nuova auto il giorno seguente, ci siamo guardati e abbiamo parlato con tristezza dell’eutanasia che avevamo appena procurato alla nostra macchina, ma al contempo eravamo felici che dopo di noi nessuno l’avrebbe usata, che sarebbe stata solo “nostra e basta”. Ecco, in breve un lampante esempio di fedeltà e monogamia. Nonostante ciò, io non si manifesta in me il senso di malinconia per le mie “piccole”, al momento della separazione. Confesso che nel tragitto da casa al concessionario, mi capita di pensare che da lì a poco, non rivedrò mai più “il mio ferro” e mi domando dove andrà a finire, chi lo guiderà, come lo tratterà. Così, lungo il percorso mi regalo l’ultima galoppata, una marcia tirata più delle altre, quasi a voler cercare di ricordarmi di cosa fosse capace di fare lei per me, per poi parcheggiare, guardarci negli occhi e nei fanali: la chiusura di una porta, la mano che sfiora il cofano, poi ognuno per la sua strada.

Arriva il momento della “nuova”: in tutto il lasso di tempo che loro trascorrono con me, mi considero un partner premuroso, non facendo mancare cure e rispetto, da buon innamorato. A un certo punto (che poco poeticamente coincide con la fine del finanziamento) scatta il tradimento verso una nuova avventura, scelta, maturata e portata a termine nel segno della passione, perché quella tra me e questi impasti di lamiera, vetro e gomma, non manca davvero mai.

Fino all’ultimo, però non diminuisce il rispetto e l’affetto che mi legavano, poi la firma del passaggio di proprietà e l’inizio di una nuova storia. Fino a quando? Senza dubbio almeno sino alla prossima…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: