Audi gialla o forse no

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Nelle scorse settimane ha tenuto banco e di fatto accade ancora, nella cronaca e nei telegiornali, quella che è stata immediatamente battezzata come “la banda dell’Audi gialla”. Sorvolando sull’alone romanzesco che purtroppo si è posato sulla vicenda, si è trattato di alcuni criminali, mi permetto di definirli furfantelli, visto come hanno operato, i quali, una volta rubata a Malpensa in dicembre un’Audi RS4, con targa svizzera, hanno pensato bene di scorrazzare per circa un mese nel Nordest dell’Italia, mettendo a segno qualche furto e compiendo invece manovre molto pericolose su strade e autostrade. Prima di proseguire nel ragionamento, mi soffermo sullo stile per così dire narrativo che ha accompagnato le gesta di un gruppo di pericolosi incoscienti automuniti: spesso, si lasciava intendere che il guidatore di turno fosse anche un “manico” per le manovre che compiva, mentre si può semplificare dicendo che “andasse forte solo sul dritto”, quindi senza abilità, ribadisco, fosse solo incosciente.

Per confutare questo semplice ragionamento, è stato persino scomodato Miki Biasion, che ovviamente ha spiegato che le manovre compiute fossero banali dal punto di vista della tecnica ed esclusivamente pericolose, giacché compiute tra l’altro contromano e in autostrada. Prima di raggiungere il succo del mio ragionamento, mi soffermo sul modello di auto, non una supercar, ma di fatto molto vicina al concetto, per la quale, a corollario della notizia veniva aggiunto che avesse un “motore Lamborghini”, come se quasi fosse stata concepita nel garage di qualche elaboratore folle. Ora, magari come condimento della notizia al tg, ci può anche stare, ma tralasciando il fatto che spesso siano le Lamborghini ad avere motori Audi, sembrava realmente che si raccontassero le gesta di un gruppo alla “Fast&Furious”, mentre si trattava di tre criminali, non troppo scaltri, affezionati ad un giocattolo bello e vistoso, tanto da usarlo per un mese, facendo di tutto per mettersi in mostra e farsi catturare o per ammazzarsi con le loro stesse mani.

Di fatto, non è accaduta l’una né l’altra cosa perché, deludendo forse chi avrebbe preferito altri finali più romanzeschi, l’auto è stata data alle fiamme e dei figuri che la utilizzavano per scorrazzare si sono perse le tracce.

L’aspetto che più mi ha colpito dell’intera vicenda ha riguardato la polemica sulle difficoltà delle Forze dell’ordine nel fermare la il veicolo. Ora, pur non erigendomi a difensore delle FF.OO., occorre essere realistici e ragionare sulle difficoltà di fermare e peggio inseguire, in campo aperto e con il traffico, un veicolo che procede sul filo dei 200 km/h. Sicuramente chi fugge ha un vantaggio, anche solo in termini di tempo. In secondo luogo, la realtà non è quella dei telefilm, ma è composta da veicoli terzi il cui comportamento è assolutamente imprevedibile e non oso immaginare se una manovra degli inseguitori avesse scatenato un incidente, quali sarebbero state le conseguenze della e sull’opinione pubblica. Tutto ciò per sottolineare quello che forse già si sa, ovvero che il pattugliamento, specie delle autostrade, va accompagnato come avviene all’estero, dall’alto, ovvero da elicotteri, che si muovono più rapidamente e con meno pericoli per il traffico. Appare evidente e ne sono consapevole, che i costi sarebbero certamente maggiori, ma l’efficacia anche in termini di deterrenza, andrebbe di pari passo.

Notizia recentissima: pare che si stia diffondendo una nuova psicosi in stile Audi-gialla. Nella stessa zona “incriminata” pare che esista una “banda” che si muove su una Bmw nera o forse grigia. Domanda: guardatevi intorno e ragionate su quante siano le Bmw nere o grigie (tutte) e poi riflettiamo sull’impossibilità di intercettare la vettura e sulla dannosa psicosi che si può generare. I veri pericoli non hanno marca e occorrono metodi differenti per il pattugliamento.

Optional

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L’argomento non è particolarmente originale, visto che ricorre in molti altri blog, ma suppongo che prima o poi chiunque si sia posto, almeno per qualche istante la domanda “A quale optional non rinuncerei?”. Dal momento che lancio l’argomento, avvierò io la consueta autoanalisi.

Escluderei dalla lista gli ormai irrinunciabili alzacristalli elettrici, abs, esp, servosterzo, aria condizionata, giusto per citare un pacchetto che è divenuto in parte obbligatorio per legge, in parte dovuto al cliente, come equipaggiamento base, pur se ancora esiste qualche allestimento “civetta” che non comprende il “clima”, ma poi lo rende obbligatorio all’atto dell’acquisto.

E’ probabile che si sconfini nel campo dei gadget, ma nella parte alta della mia personale classifica porrei il cruise control, che utilizzo da circa 13 anni e che ho sempre richiesto sulle auto da me possedute. Non intendo dilungarmi, riguardo al peana già enunciato in post del passato a favore dell’oggetto, ma soprattutto in ottica tutor è un toccasana per evitare multe e viaggiare più rilassati.

Tra i top citerei poi i sensori di parcheggio, meglio se anteriori e posteriori, che a mio avviso aggiungono una sicurezza in più alle manovre di parcheggio e magari evitano spiacevoli inconvenienti con elementi scarsamente visibili, perché troppo in basso. Sia chiaro: meglio non rinunciare alla vista, ma confesso che sovente accade di buttare al massimo l’occhio al retrovisore, confidando nella pur sempre efficiente elettronica. Però, lasciatemelo dire, i parcheggi con il sensore sono più rassicuranti, anche se con l’andare del tempo possano inibire un po’ le capacità, ma con gran parte delle auto moderne e in particolare con quelle più grandi o con i suv, le forme e i lunotti non agevolano per nulla le manovre.

Altro posto d’onore nella mia personale classifica campeggia attualmente, perché confesso che i gusti possano mutare, il cambio automatico. Non saprei se considerarlo gadget, ma è certamente un optional che a mio avviso non mortifica il piacere di guida. Certo, c’è cambio e cambio, così come c’è motore e motore, dunque la miglior resa è certamente quella che fornita da un motore che ha una nutrita coppia, gestita da un cambio con molti rapporti, in modo da “spalmarla” per bene. Al massimo, potrei considerare come optional irrinunciabile le “palette”, al volante, in modo da poter gestire le marce in stile F1, senza staccare le mani.

Trascorrendo parte della mia giornata in automobile, soprattutto i molti momenti in cui sono da solo, non potrei più rinunciare nemmeno all’impianto vivavoce bluetooth, che permette di telefonare e rimanere con le mani libere e con più attenzione alla strada. E’ vero che sarebbe meglio non telefonare del tutto, per non distrarsi affatto, ma siccome i tempi cambiano e la nostra vita è giocoforza sempre più connessa, la possibilità di telefonare senza contorsionismi e soprattutto con la mani sul volante, mi sembra davvero irrinunciabile. Purtroppo, come ho già scritto altre volte, resto ancora stupefatto vedendo chi guida con la cornetta in mano, o peggio in vivavoce, appoggiandola magari sul volante, perché sarebbe sensato utilizzare almeno l’auricolare.

In ultimo, visto che come accennavo mi capita di trascorrere parte del tempo libero guidando, l’auto finisce per essere il luogo dove più ascolto la mia musica, quindi un buon impianto, senza sconfinare nel fanatismo, perché non sono un audiofilo, è un buon strumento per viaggiare con un bel suono, senza dimenticare, ovviamente quello che proviene dal motore, sia chiaro.

Non cito come irrinunciabile, tanto che per molto tempo non l’ho posseduto, il navigatore, ma su questo si potrebbe discorrere molto, perché prima di tutto dipende dal tipo di lavoro svolto e dalle esigenze che possono nascere a seconda di quanto si viaggi. Secondariamente, da anni gli smartphone ne sono ormai dotati, quindi abbiamo sempre uno strumento di navigazione con noi. Dal punto di vista estetico (non economico e lo sottolineo) però, ammetto che il navigatore integrato con la vettura vinca a mani basse il confronto con uno portatile, ma qui si entra davvero nel campo della soggettività pura.

L’ultimo e irrinunciabile optional? Certamente l’esistenza di questo blog e chissà che molto presto non possa dettarlo e pubblicarlo direttamente dall’abitacolo…

Ego Pro

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Percorro, come spesso mi accade, la statale del Colle di Tenda e talvolta capita di dover superare qualche veicolo che mi precede. Probabilmente chi guida non conosce molto bene la strada e procede lentamente, sbagliando rapporto e imballandosi. Si accende quindi l’animo “competitivo” che alberga ancora in me, pur se ormai sia quasi un “pentito” del genere, nel momento in cui mi accorga di essere “sverniciato” da alcune vetture che sopraggiungono alle mie spalle. La cavalleria non è che manchi nella mia scuderia, anzi, è ben fornita, ma è come se avesse mangiato della biada pesante ed infatti realizzo in pochi istanti di avere il tasto “Eco” premuto. In breve lo commuto in “Sport” e finalmente sento suonare la carica, potendo scattare più rapidamente, appena tocco il gas. Non è che l’abbia scoperto in quell’occasione, ma il tasto “Eco”, potrebbe anche essere rinominato “Ego”, dal momento che addolcendo l’erogazione del gas, contemporaneamente diminuendo sensibilità al pedale, fa sì che le accelerazioni siano meno brutali e dispendiose in termini di consumo, oltre a moderare le velleità bellicose. Fin qui sembra che io abbia denigrato la funzione, ma tornando seri la ritengo assai utile, perché unita ad una serie di azioni, consente un reale risparmio di carburante, magari non nei termini sbandierati dal costruttore, ma di certo qualcosa è ottenibile. In più, può anche essere considerata un espediente per calmare i bollenti spiriti, ben sapendo di poter rimodulare l’erogazione della potenza. Forse, dico forse, sarebbe anche da pensare in chiave “neopatentati”, sebbene la mia vettura non sia utilizzabile da un novello guidatore. Nella realtà, Ford ha già introdotto una soluzione simile, che attraverso una chiave personalizzabile, opera più o meno nella stessa maniera, anche se dal mio punto di vista è poco significativo “tagliare” la velocità massima, mentre forse un pedale dell’acceleratore meno “allegro” è più utile a regolare certi entusiasmi.

A completamento del ragionamento e del “tasto Ego”, riporto il commento della mia dolce metà, che a modalità Eco inserita, non notandolo caso, mi ha buttato lì un “Questa macchina non ha tanto spunto da fermo”, in occasione di una partenza ad un dare precedenza. Il mio orgoglio ne è rimasto ferito, però ha resistito al duro colpo, comandando la mia mano destra per switchare su “Sport” e restituire quel machismo da bar che ogni tanto non guasta. Confesso però di aver poi rapidamente ripristinato la posizione più ragionevole…

Sempre in tema di ego, in autostrada può succedere, visto che quella che io percorro più frequentemente è ricca di saliscendi, di trovare veicoli che procedono a singhiozzo patendo i cambi di pendenza. Non ritengo di criminalizzare nessuno, ma penso in particolare a furgoni e camper, che sfrecciano a 120 km/h in discesa, per poi imballarsi in salita. Ora, è pur vero che guidare un camper può essere frustrante, ma è a dir poco pericoloso il fatto che si accodino alle auto in fase di sorpasso, rivendicando quei “2 km/h” in più per sorpassare. Viaggiando a velocità Tutor, io ormai ho perso ogni velleità competitiva e sono solito cedere la strada, particolarmente per un motivo: la frenata. Ciò che viene ignorato da molti guidatori è che lo spazio di frenata di un mezzo così pesante e lanciato, si allunga di moltissimo, ragion per cui preferisco cedere la strada e sapere di non rischiare che un “bestione” si posi sul mio lunotto.

La passione

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Apro il 2016 del blog augurando un felice anno ai miei lettori e soprattutto con un pensiero per me “ricorrente”. Accade spesso, così come ne ho già scritto in passato, di domandarmi su cosa sia e cosa significhi essere appassionati di automobili al giorno d’oggi. L’interrogativo sorge dal momento che sempre più l’auto e il suo mondo sembrano essere messi in discussione sotto tanti profili: ambientale, sociologico e, non ultimo, economico. Soprattutto in Italia, la tassazione sull’oggetto-automobile, nonché su assicurazione e benzina è alle stelle, con una pressione fiscale praticamente in costante salita. Se da un lato osservo come il mercato si stia riprendendo, dunque si vendono finalmente più automobili, dall’altro riscontro un progressivo minore utilizzo delle stesse. Non occorrono strumenti sofisticati per accorgersi che il traffico sia diminuito – chiedetene conferma ad un qualsiasi taxista- ma l’aspetto drammatico, a mio avviso è che l’auto non sia utilizzata non per fini ambientalistici, bensì per risparmiare almeno sul consumo di carburante.

Tornando in tema, constatavo già tempo fa come le generazioni attuali siano poco interessate alle vetture e come lo siano magari di più di alcuni gadget in esse contenuti, su tutti la connettività, visto che ormai siamo praticamente e costantemente iperconnessi. Insomma, più smartphone-automobile, che automobile-smartphone, ovvero fattori che si allontanano un poco dal fascino di un oggetto fieramente meccanico. Dico questo, ben conscio di subire e apprezzare le innovazioni tecnologiche e il loro progresso: vorrei una 911 del 1970, ma nell’uso di tutti i giorni non disdegnerei una i8, perché non mi reputo nostalgico e non mi dilungo su di un concetto che ho già trattato in altri post.

Affrontavo invece il tema della passione, quasi dell’amore nei confronti dell’automobile, ovvero per me, quell’insieme di emozioni che scaturiscono guidando una vettura “precisa” tra le curve, assaporando la sicurezza di eseguire manovre sentendo che il mezzo “c’è” e ti supporta, senza necessariamente dover guidare al limite, anzi, percependo su strada proprio quell’insieme di sensazioni di controllo, coppia, potenza e trazione, sapendo anche di avere un certo potenziale per alzare il ritmo, senza doverlo per forza fare. Oppure, passione che si manifesta per chi come me è attratto dal design e “gode” del piacere di una bella linea, fatta di elementi ben armonizzati, meglio se poi appartengono alla vettura che si possiede. E così, capita di parcheggiare, scendere e guardarla mentre ci si allontana o magari osservarla da una finestra, quasi come capita ad un innamorato. In effetti, mi trovo ad essere innamorato di ciò che guido, per cui le sensazioni sono simili. Sia chiaro: un po’ si scherza e si ingigantisce, perché i miei amori sono in carne ed ossa e vivono con me, ma si parla di passioni e quindi si sconfina un poco nel campo dell’irrazionalità.

Passione, dicevo, è anche occuparsi della pulizia del proprio “cavallo”, un momento nel quale torno a vedere particolari e forme delle lamiere, ma passione è anche documentarsi, leggere, navigare in internet per cercare informazioni, oggi davvero numerose e a portata di mano, anche se il piacere di sfogliare una rivista o una monografia è per me ancora impareggiabile.

Questi sono alcuni degli aspetti in cui io identifico l’essere appassionato di motori, ma ci saranno molti e molti altri aspetti e prospettive, perché ciascuno vive a proprio modo il rapporto con l’automobile. Probabilmente esiste però in me un aspetto per certi versi in distonia con quanto sopra raccontato, vale a dire il non essere “fedele” per sempre ad una macchina. Per me il possesso è davvero marginale, poiché tanta è la mia voglia di spaziare che, se potessi, eviterei di avere una sola automobile. Purtroppo la realtà e la razionalità (nonché il conto in banca) impongono certe scelte, dunque questa rimane più che altro un’esternazione e un desiderio futuro.

Pensieri rapidi #15

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E’ dicembre e in un tardo pomeriggio qualunque, mi imbatto in un paio di vetture di autoscuole. Siccome c’è traffico, ho il tempo di affiancare e superare le vetture e noto che in entrambi i casi, al volante siedono giovani futuri (credo) patentati letteralmente intabarrati nei loro vestiti un po’ gonfi e con il cappello in testa. Lungi da me evocare e imporre stili di comportamento, ma il primo pensiero che mi attraversa la mente è: “Perché l’istruttore che siede a fianco non spiega loro che si guida meglio un po’ meno vestiti?”. Tutti noi avremo sperimentato almeno una volta nella vita come sia difficile guidare se i propri abiti sono “gonfi”, perché ci limitano nei movimenti e, sinceramente, mi fa specie pensare che un istruttore di guida non suggerisca o caldeggi loro di togliersi i giacconi, per guidare in maniera più sciolta e, di conseguenza più sicura. Sono ormai un ricordo gli abitacoli gelidi di molte vetture di trent’anni fa, quindi ormai qualsiasi automobile è in grado di riscaldarsi in tempi tutto sommato brevi. Può sembrare un punto di vista “pedante” il mio, ma sono sempre dell’idea che la sicurezza debba passare attraverso più forme e comportamenti e un istruttore di guida può impegnarsi anche in quest’operazione.

Sto per addentrarmi in una questione alquanto spinosa. La premessa è una, anzi sono due. Nei mesi di novembre e dicembre a Torino e un po’ genericamente in tutto il Nord Ovest, non sono cadute gocce di pioggia e, giocoforza, i livelli di inquinamento registrato sono saliti a valori preoccupanti (suggerisce niente il fatto che in questi due mesi siano accesi gli impianti di riscaldamento?). La seconda premessa è l’aver sentito per l’ennesima volta in radio che il car pooling da noi non decolla. A Torino l’amministrazione è anche arrivata ad offrire i mezzi pubblici gratis per ridurre il traffico, ma i dati hanno registrato un minimo incremento del numero di passeggeri. Il succo del discorso è che se non ci sono trasporti efficienti e capillari, non è il costo a frenarne l’utilizzo. Parallelamente, il car pooling non può essere immaginato come una soluzione a tutti i mali, per un semplice motivo: l’auto è, che lo si voglia o meno, lo strumento che più ha incentivato la libertà individuale, certamente del secolo scorso, ma lo è ancora al momento. Senza voler apparire più di parte di quanto non sia, reputo limitativo circoscrivere il discorso dell’abbassamento dell’inquinamento puntando il dito esclusivamente sull’automobile, anche solamente per i motivi di libertà individuale che citavo poco sopra. Sono consapevole che osservare ad un qualunque semaforo, la mattina, praticamente tante auto quanti individui, possa stupire un po’, tuttavia senza apparire come nemico del pianeta, ritengo che molte, se non tutte queste persone avranno percorsi, attività, impegni, necessità diverse, tutte da svolgere nell’arco di una giornata in cui si è anche al lavoro. Ho ovviamente semplificato un i ragionamenti, ma quello che intendo dire è che difficilmente si potranno condensare esigenze di natura diversa, con l’utilizzo di una sola automobile. Semmai, ciò che può accadere è che il car pooling si formi su spostamenti più lunghi, al limite del viaggio, dove in fondo l’auto sostituisce il concetto di “corriera”, ma nella quotidianità, per me è irrealizzabile, soprattutto come comportamento imposto.

Siamo, almeno spero, tutti un po’ più consapevoli del poter e dover inquinare meno, forse lo stiamo persino facendo inconsciamente, visto che a causa della crescita dei costi per i carburanti e delle spese che ruotano attorno all’automobile, il suo uso è un progressivamente ridotto. Proprio per questo motivo, dati alla mano, il fatto che il traffico diminuisca, ma l’aria resti irrespirabile, dovrebbe suggerire che l’unico nemico non sia confinabile all’automobile, ma per esempio nell’uso ancora diffuso del gasolio per riscaldamento e in generale gli impianti di riscaldamento delle nostre abitazioni, giacché il traffico non è stagionale, ma i picchi vengono raggiunti in inverno, quando è evidente che vi sia una somma di fattori. Non assolvo l’automobile da certe responsabilità, anzi sostengo che si debba lavorare verso tecnologie meno inquinanti e nel sostegno del car sharing. Gli strumenti ci sono: basta pensare a cosa fosse una vettura 100 anni fa e poi 50 anni fa. Impossibile non pensare che le attuali non siano “migliori” di esse e che tra 20 anni non lo possano ancora essere.

Spider(old)man

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Ho avuto occasione di vedere, come molti sul web, lo spot con cui verrà lanciata, almeno negli USA, la nuova Fiat 124 Spider, ovvero la gemella italiana frutto della collaborazione con Mazda e la sua Mx5. Posto che dalle immagini la vettura sembri davvero bella e intrigante, emozionandomi persino di più di quando vidi le prime immagini della Giulia, vorrei soffermarmi sul suo spot.

Premetto che le osservazioni siano estremamente soggettive, ma confesso di aver riscontrato altri pareri come il mio, quindi mi consolo nel non aver provato solamente io certe sensazioni. Lo spot: allacciandosi al filone di quello della 500X e della coppia non più tanto giovane, con necessità di pillolina blu (ma perché? la 500X è un suv) il protagonista, un signore non giovanissimo (Nini Salerno, che tanto ridere mi fece in gioventù con I Gatti di Vicolo Miracoli) non avendo a disposizione il cosiddetto “aiutino”, scorge dalla finestra una 124 Spider e vi si precipita per guidarla con grande gioia ed eccitazione. L’ingenuo spettatore, magari appassionato di automobili (io), a quel punto potrebbe anche supporre che il signore abbia scoperto un’alternativa alla sua compagna e lo spot possa terminare con lui che scorrazza allegro e appagato per le colline. Invece, accade quello che il mio subconscio non avrebbe voluto immaginare: la vettura provoca al signore esattamente l’effetto della pillola e i pubblicitari, nel dubbio che gli ingenui come me non lo potessero capire, prima di scendere, alza il volante e torna dalla sua amata in grande spolvero, con evidente soddisfazione di entrambi. Sì, avete capito bene: non siamo tornati alla commedia italiana sexy anni ’70, ma ci avviciniamo parecchio.

Da qui le mie considerazioni, già critiche quando per la 500X si utilizzava la metafora sessuale, con una punta di allusione, che con la 124 sparisce del tutto. Per mia (forse errata) convinzione personale – non sono un pubblicitario – ritengo che un po’ come nella comicità, quando si va a pescare nella sfera sessuale e lo si fa reiteratamente, significa essere un po’ a corto di idee e/o voler “vincere facile”, visto che su certi argomenti, il sorriso viene quasi sempre strappato. Ho la ingenua illusione che la pubblicità, debba e possa lavorare con linguaggi un po’ più sofisticati, anche e forse ancor più quando apparentemente il messaggio è molto semplice, perché un po’ come nella sensualità femminile, è meglio intravedere, immaginare, piuttosto che ostentare.

In più, ma qui da non esperto del settore, mi piacerebbe confrontarmi, mi pare che questo spot non sia poi nemmeno così inclusivo rispetto al target, quanto il contrario. E’ evidente che la clientela di queste vetture non sia, soprattutto in Europa, magari così giovane, soprattutto per il fatto che vetture come queste vengono acquistate da chi ne ha già altre ed ha una certa disponibilità finanziaria. Vedere però, un signore, praticamente coetaneo di mio padre, a cui fa l’effetto sostitutivo della pillola blu, cosa mi induce a pensare? Che sia una macchina “per vecchi”? Che chi è giovane e non ha certe necessità, non ha nemmeno quella di avere una vettura così? Sto esagerando, ma esistono altri linguaggi, registri per comunicare la gioiosità, il brio, anche la sensualità che una spider può sprigionare, senza andare a coniugarla come nello spot iper stereotipato della Fiat.

Dal mio punto di vista, non si tratta nemmeno di avere o meno uno spot politicamente scorretto, perché di fatto il messaggio che passa è fin troppo chiaro e allude, scusate se esagero, ad una certa filosofia bunga-bunga style che abbiamo da anni addosso e sulla quale dovremmo ragionare di evolvere, piuttosto che esportarla gioiosamente. Ho letto che gli americani, probabilmente i primi destinatari del modello, ergo dello spot, pare apprezzino questo nostro stile, tanto che molti altri spot di Fiat sono stati incentrati su tutta una seria di luoghi comuni che ci caratterizzano, non smentendoli, ma enfatizzandoli. Questo per dire, che pur se io mi annoveri (fieramente) tra coloro che non apprezzano questo modo di comunicare, è evidente che ai piani alti di Detroit qualcuno abbia detto “Sì, va bene” , deliberando questo e altri spot.

Non si tratta di essere, dal mio punto di vista, più o meno bacchettoni, ma ritengo si possa elevare un pochino il livello di una pubblicità, perché non sono convinto che valga sempre l’affermazione secondo cui “se ne parla, allora ha raggiunto lo scopo”, anzi la trovo sin troppo una banalizzazione.

Tanto per comparare, questo è lo spot della Mazda Mx5 …

http://blog.caranddriver.com/2016-mazda-mx-5-miata-commercial-driving-matters/

Pensieri rapidi#14

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Non so se l’abitudine che sto per descrivere sia italiana o una “specialità locale”, nello specifico della città in cui vivo, Torino, ma constato con sempre maggiore insofferenza l’utilizzo improprio delle “quattro frecce”, soprattutto sulle strade urbane. Il lampeggio è ormai inflazionato e spesso sostituisce quello degli indicatori direzionali, in particolare quando si è in procinto di fermarsi o di parcheggiare. Il disagio aumenta, proporzionalmente al fatto che queste vengano azionate su strade strette o, magari all’improvviso. Mi provoca particolare fastidio la leggerezza con cui non si segnala a chi segue che si stia per accostare o semplicemente ci “si faccia da parte” e si possa superare senza intoppi. Ogni tanto, esasperato, provo a discuterne con il “quattrofreccista” di turno, che puntualmente mi manda a stendere, forte del fatto che lui abbia segnalato la “situazione diversa” con il lampeggio di emergenza, che a ben pensare ha già nel nome il significato del suo utilizzo. Siccome non sono ipocrita, confesso di usare anche io le quattro frecce, solo dopo aver fermato la vettura, magari in sosta e poco visibile, ma sempre dopo aver utilizzato le frecce, per far capire agli altri cosa stia facendo.

Nella casa in montagna devo utilizzare un “nuovo” box, molto meno capiente del precedente e soprattutto parecchio “giusto” nell’imboccatura e nello spazio antistante, al punto di dover entrare in retromarcia, manovrando parecchio per “centrare” l’ingresso. Mi accorgo immediatamente dell’esistenza di due scuole di pensiero, rispetto all’ingresso in box, ovvero quella “di muso” a cui appartengo storicamente e quella “in retro”, cui ho dovuto aderire forzatamente. Sono davvero due mondi differenti, che implicano una diversa percezione degli spazi e degli ingombri della vettura (soprattutto se non è una city car), soprattutto, nel mio caso implica il doversi riaffidare ai propri sensi, ancor più che ai sensori, visto che con gli spazi molto stretti e con le fiancate da “far quadrare”, l’unico vero sensore è lo specchietto retrovisore. Anche questo è un piccolo allenamento, talvolta un po’ rischioso, ma utile a ricordare che la guida e il parcheggio sono pur sempre “piccole arti”. Detto poi da uno che non ha molte preclusioni sull’elettronica, la frase acquista parecchio valore.

Ho visto, come molti, le immagini della nuova Fiat 124 Spider e il suo spot, di cui parlerò in un prossimo post. Mi voglio soffermare brevemente sul nome e sul criterio di scelta, confermando le identiche perplessità manifestate per la Tipo. Sono conscio che la scelta sia ricaduta su un nome conosciuto anche negli USA, ma pur sempre su una vettura che non è più presente sul mercato da almeno 30 anni e che quindi non ha una continuità di presenza, tanto che le ultime Spider non erano nemmeno più Fiat, bensì Pininfarina e ribattezzate “Spider Europa”. Lo stesso dicasi in Italia, dove la spider era una delle molte varianti di una grande famiglia, quella 124, dunque il nome era una conseguenza della funzione. Sono evidentemente prevenuto, ma ribadisco quanto già scritto in precedenza: quando non c’è una continuità, è giusto e sensato anche reinventare, cambiare nome. Del resto, la stessa operazione fu fatta, a mio giudizio con successo, negli anni ’90, con la Coupè e la Barchetta, nomi nuovi per modelli nuovi. Sono queste le stesse perplessità che ho nei confronti di Hyundai, che è tornata sui suoi passi, dalla ix35 a Tucson, ma è anche comprensibile, vista la similitudine della sigla con quella di modelli di altri costruttori.

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