Andare al Max

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In un mondo non particolarmente giovanile come quello della F1, almeno se analizzato in ottica del pubblico e delle persone che vi lavorano, ha suscitato scalpore la vittoria nello scorso Gp di Spagna da parte dell’olandese Max Verstappen, divenuto il più giovane vincitore di un Gran Premio a non ancora 19 anni compiuti. Trascurando il fatto che Verstappen possa avere le carte in regola per diventare un possibile protagonista futuro della F1, va detto secondo me che il suo primo pregio possa essere quello di essersi trovato al momento giusto nel posto giusto, anzi nei posti: sedile Red Bull e non più Toro Rosso e posizione in circuito al momento del harakiri delle due Mercedes. Devo riconoscere che la fortuna aiuti gli audaci e quindi spesso certe situazioni capitino perché uno si pone nelle condizioni affinché accadano, ma occorrono alcune riflessioni, che forse riguardano tutto il Circus della Formula 1.

In passato ho già scritto e riflettuto sul fatto che il format attuale delle gare sia non particolarmente allettante per il pubblico e che questo pregiudichi il sistema Formula 1, reso quasi vittima di regolamenti complessi e iper articolati, che vincolano tantissimo il risultato finale e la libertà tecnologico-creativa dei costruttori, i quali giocoforza convergono spessissimo su soluzioni fotocopia per tutti. La ricerca aerodinamica esasperata fa sì che, non lo scopro di certo io, le vetture siano perfette…a patto che viaggino lontane l’una dall’altra, in piena contraddizione per una competizione in cui si vive di sorpassi e vicinanza. L’altro paradosso che rilevo da qualche anno è poi la soluzione ibrida, che è validissima come principio, basato poi sul trasferimento di tecnologia sulle vetture di serie, ma che se troppo incasellata in rigide soluzioni, finisce con l’appiattire o limitare il potenziale dei progettisti. In più, si aggiunga che sono poche le Case impegnate in F1 ad avere anche velleità ibride nella produzione, quindi si riduce a mio avviso la prospettiva della competizione.

Si aggiunga poi che le vetture e i volanti siano sempre più carichi di comandi e, mi si consenta il paragone, si stia trasformando tutto in qualcosa di simile ad un videogioco, ergo i piloti più giovani abbiano una marcia in più, non fosse altro per una propensione mentale, dettata proprio dalla giovane età, ad apprendere e a assimilare procedure complesse. Mi è capitato di leggere lamentele di piloti un po’ più maturi, che eccepivano riguardo al suddetto “videogioco”, ma ritengo che si debbano rassegnare all’idea che anche la Formula stia evolvendo in quella direzione. Da appassionato, ancor prima che da spettatore, mi interrogo spesso sul fatto che la F1 stia diventando un sport da ventenni, ma nella mia immaginazione permanga il marchio di categoria top del motorismo, nel quale, con tutto il rispetto per i giovanissimi, forse occorrerebbe maturare più esperienza, per confermare l’idea di disciplina (non facile). Del resto se 9 anni or sono Vettel conquistò il record di più giovane vincitore di un GP a 21 anni e 73 giorni e sembrò già essere imbattibile come traguardo, l’innalzamento dell’asticella con Verstappen (18 anni, 7 mesi e 15 giorni) rischia di distogliere l’attenzione da quello che è il mondo delle discipline formative del motorismo, di certo indispensabili per acquisire dimestichezza con mezzi e tecnologie.

Senza mancare di rispetto a Max Verstappen, occorre ragionare sull’enfasi che la stampa gli ha dedicato e aspettare di valutare in un arco temporale più vasto le sue prestazioni, anche nel suo interesse, per non bruciarne il potenziale.

Chiudo con una provocazione: Mick Schumacher ha due anni in meno di Verstappen e immagino un destino tracciato, pur se nel solco di un cognome pesantissimo. Possiamo azzardare un futuro in F1 in tenera età anche per lui?

Pensieri rapidi #20

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Su Repubblica.it è stato pubblicato qualche settimana fa un video che ritrae la corsa di un’ambulanza su una superstrada, fino all’approssimarsi dell’incidente. Si nota come sin dal luogo dell’impatto, i veicoli si siano disposti ai lati delle due corsie disponibili, creando una naturale corsia centrale di emergenza. Non si tratta di 10 macchine, ma di un numero ben più consistente, che sottolinea una forma mentis definita e radicata. Penso a ciò mentre percorro una via, ogni mattina, perennemente costellata da colonne di auto in doppia fila, sovente 10 una di seguito all’altra e in cui, quasi ogni volta in cui cerco di accostare o di non superare la coda, vengono scavalcato da chi mi segue con uno scatto fulmineo, andando poi a bloccare la via, in quanto se io accosto, è per non impattare su chi mi viene di fronte. Il caso della Germania sarà forse un felice episodio, non saprei, ma noi di strada ne dobbiamo ancora fare. Molta.

Recentemente ho acquistato una raccolta di Ruoteclassiche (Quattroruote) intitolata “Le Youngtimer”. Sfogliandola sono io a sentirmi youngtimer in primis, perché il periodo trattato è il 1986-1992, che corrisponde ad una fase sicuramente intensa del mio amore per le automobili, nonché ad un periodo in cui ero sufficientemente “grande” per appassionarmi e ricordare dati e modelli, che ancora oggi sono “salvati” nei miei spazi di memoria. Come ho già scritto altre volte, forse uno dei primi segni di invecchiamento è proprio il guardare con un certo entusiasmo certi oggetti che hanno caratterizzato il proprio passato, talvolta mitizzandoli un poco. Non mi reputo un nostalgico, men che meno in tema automobilistico, ma ho una buona memoria rispetto al passato, quindi sfogliare prove di vetture di fine anni ’80 risveglia in me molti ricordi. Del resto, le auto di questo periodo sono probabilmente le prime vere “storiche” per me, in quanto pur se degli anni ’70 ce ne sono di stupende che io desideri, quelle degli ’80 sono certamente più coeve e vissute per me. E’ singolare, nel leggere queste prove, notare come le dimensioni, le masse, gli abitacoli siano radicalmente diversi da quelli moderni, dominati da tecnologia e dalle norme sulla sicurezza, che hanno (giustamente) “inspessito” ogni particolare. Le uniche vetture per le quali si percepisce meno questo effetto sono le “ammiraglie”, sul genere BMW Serie 7 e Mercedes Classe S, che già 25 anni fa erano concettualmente più simili alle nostre vetture. Il motivo? Semplice: da sempre, non è una scoperta la mia, sono la vetrina tecnologica dei modelli futuri, anche di classe inferiore, magari con 5 – 10 anni di anticipo. Di certo, le vetture della fine anni ’80 sono state uno spartiacque tra il mondo “analogico” e quello digitale, per progettazione, meccanica, normative. Però, in garage, qualcuno di quei pezzi della mia infanzia lo parcheggerei volentieri.

Durante la settimana capita di recarmi spesso a casa dei miei genitori, a Grugliasco, nella primissima cintura ovest di Torino. Il “viaggio” termina sempre lì e la strada percorsa è sempre la stessa. E’ capitato di recente che dovessi invece passare dal lato opposto e mi sono sentito quasi uno straniero. Sovente mi muovo a piedi e conosco a menadito le vie, ma da un po’ anni a questa parte, anche in quel Comune è in atto una di quelle battaglie “contro” la circolazione, cavalcate in molti altri luoghi, attuate a colpi di sensi unici, dossi e stravolgimenti viari, un poco invasivi quando si tratta di luoghi con superfici di pochi km quadrati e moltissime vie. Ora, a rischio di apparire come un nemico pubblico e un fanatico dell’automobile, che comunque lascio volentieri a casa per passeggiare, sottolineo che certe politiche sembra vogliano recare più un fastidio, che non un vero incentivo ad un diverso genere di mobilità. Per fare più in fretta e non addentrarmi in un dedalo infinito di vie, ho scelto una strada più periferica, giustamente di “scarico”, ma l’entusiasmo è scemato in fretta, perché se uno predispone la “circonvallazione” e poi la costella di dossi e rialzi per non far andare troppo in fretta è come se uscisse a correre con le scarpe da training senza lacci, per cui la moderazione del traffico è sacrosanta, ma ci vorrebbe anche la moderazione dell’assessore di turno…

 

Fast and Furbous

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Sulle cronache locali de La Stampa e Repubblica era già comparso qualche settimana fa un articolo in cui si riportava per filo e per segno lo svolgimento di una gara di auto clandestina, alle porte di Torino, più precisamente tra i comuni di Rivalta e Grugliasco, su di una strada provinciale perfettamente rettilinea, di qualche km, con agli estremi due rotonde. Il giornalista raccontava del grande numero di partecipanti e di pubblico, che si assiepava ai bordi della Provinciale e delle due stazioni di servizio che si affacciano su di essa, trasformate in box/paddock. In un racconto tra la cronaca e il “Fast and Furious”, si raccontava poi che l’arrivo di una (!) pattuglia dei Carabinieri faceva disperdere rapidamente i partecipanti e forse qualcuno veniva fermato. A distanza di una decina di giorni sono ricomparsi articoli in cui si parla del ripetersi degli eventi e di una finalmente più massiccia presenza (ma mai adeguata) di forze dell’Ordine, che ha sequestrato mezzi e identificato alcuni presenti. Alcune considerazioni: sono anche io un fan della saga Fast and Furious, ormai diventata di pura fantascienza,  ma lungi da me pensare che sia poi così bello gareggiare su strade aperte al traffico, soprattutto sapendo che ciò è illegale e molto probabilmente è illegale anche il mezzo su cui siedo. Esiste però, purtroppo un sottobosco, che io non conosco e che evidentemente è florido, nel quale a partire dalla passione per un certo genere di tuning, che di nuovo non condanno e mi incuriosisce soprattutto se è made in Germany dove esiste una cultura di ciò, dicevo, c’è un sottobosco che segue e si muove parallelamente a questa pseudo passione. Penso di poter sostenere che dietro a tanto interesse esistano anche delle scommesse, ovviamente clandestine, perché dubito che sia la pura passione ad animare così tante persone come si vedevano nelle foto pubblicate dai quotidiani. Aggiungo che nella mia vita ho visto qualche rally e mi è bastato ciò per provare una giusta dose di paura, dal momento che in un rally le vetture transitato davvero molto velocemente e potenzialmente a fil di tifoso, quindi non proverei tanta voglia di posizionarmi a vedere qualcuno che non è un pilota professionista (magari crede di esserlo), non ha mezzi certificati e in più agisce in condizioni complessive non di sicurezza.

A ulteriore sostegno delle mie tesi, aggiungo di non ritenere poi così capaci i “piloti”, nel dover accelerare su di un rettilineo, poi frenare, curvare e riaccelerare, a conferma del fatto che queste “gare” siano proprio un pretesto per le scommesse e basta.

Sono da sempre un appassionato di auto e di guida, per questo motivo cerco continuamente di imparare, se posso e se riesco, così come mi piace cercare, quando le condizioni lo consentono, di guidare veloce, il che spesso non vuol poi nemmeno dire a velocità sconsiderate. Il fatto che io cerchi di rispettare il prossimo e il più possibile il Codice e sapere che poco distante da casa mia si gareggi, mi fa aumentare indubbiamente l’amarezza.  Mi auguro che così come certe informazioni siano pervenute ai giornalisti, lo stesso accada anche verso le Forze dell’Ordine, in modo da intervenire massicciamente, eventualmente con l’elicottero. In fondo, se l’atmosfera è da film per chi “gareggia”, che lo sia anche per il gran finale, in cui vincono i buoni…

Pensieri rapidi #19

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Mi immetto in tangenziale da un corso di grande scorrimento. Davanti a me ho una Punto dei Carabinieri. Facciamo la rampa di immissione a 40 km/h e pur se con qualche dubbio, non eccepisco, in quanto quella velocità è (sarebbe) quella imposta dal Codice. Eccepisco un po’ di più al momento dell’immissione, in quanto la eseguono alla stessa velocità, senza freccia, per poi accelerare lentamente. Ovviamente, li sorpasso e constato che stanno chiacchierando e in più non hanno la cintura allacciata, bensì avvolta attorno ai sedili, da dietro. Con una punta di amarezza, devo affermare che se questi sono gli esempi, purtroppo siamo davvero senza speranza.

Nei giorni scorsi, anzi il 1 maggio, è ricorso il 22esimo anniversario della scomparsa di Ayrton Senna, su cui ormai c’è purtroppo poco da aggiungere, se non che si sia sentita la sua mancanza in questi anni. Mi piace ricordare però un altro pilota che ci ha lasciati in maniera improvvisa e sempre su una pista: Michele Alboreto, scomparso il 25 aprile 2001 sul Lausitzring, lo stesso circuito su si verificò, pochi mesi dopo, il tragico incidente ad Alex Zanardi. Di Alboreto non ho tantissimi ricordi in Ferrari, perché ero relativamente piccolo e pur seguendo la F1, non ero come un appassionato adulto. Ricordo però piuttosto bene il mondiali sfumato e le lotte, soprattutto in quel 1985, con la McLaren di Prost. Su Alboreto ho letto poi pubblicazioni e visto documentari e mi ha sempre colpito la sua professionalità e la sua gentilezza.

La Ford Mustang è la sportiva più venduta nel 2015, in tutto il mondo. Il fatto non mi sorprende e trova la mia piena approvazione. L’ultima edizione della pony car è a mio avviso molto indovinata, forse perché, lo dico con presunzione, doveva essere commercializzata anche in Europa, dunque su un mercato e con un pubblico più sofisticato e attento. Di certo l’Europa non sarà stata determinante in assoluto per i numeri di vendita, ma certamente ha contribuito, giacché in Francia e in Germania, sì avete letto bene, la ‘Stang ha fatto grandi numeri. Certo, non è la migliore, ma neppure la peggiore, non sarà una Super GT, ma ha nel suo arco molte frecce accattivanti, in primis il prezzo. E’ difficile, se non impossibile, trovare nella concorrenza un rapporto euro/cv così favorevole. Va detto che la qualità complessiva è buona, ma non da premium tedesca, giusto per trovare un paragone, tuttavia è il complesso che diviene gustoso. Ovviamente, la versione preferita, anche in Europa è la V8 5.0. E in Italia? Preferisco non commentare e tacere anche sul superbollo.

La recente morte di una ragazza di 19 anni, travolta a Milano, in stazione, da un Frecciarossa, mentre attraversava incautamente i binari con le cuffie nelle orecchie, solleva un drammatico problema. Sempre più, anche in strada si circola isolati nel proprio mondo, siano le cuffie o semplicemente il cellulare. Fortunatamente non mi sono mai imbattuto in pedoni così tanto distratti da mettermi in difficoltà, ma spessissimo ne ho visti di assorti e ne ho “spaventati” alcuni, sperando di risollevare in loro il significato e il risvolto di certe azioni. Credo si possa fare poco per migliorare questa situazione, perché deve essere il singolo a comprendere l’importanza dei propri comportamenti, tuttavia ho avuto modo di vedere che all’estero, in luoghi ritenuti pericolosi si stanno studiando coadiuvanti per la sicurezza, come semafori ripetuti a terra con led, in modo che chi ha lo sguardo basso li veda, oppure con vernici particolari e molto riflettenti per le strisce degli attraversamenti. A me piacerebbe anche che ogni tanto un Vigile Urbano si prendesse il mal di pancia di “ammonire” e redarguire chi sta adottando un comportamento pericoloso. Anche quella è prevenzione ed educazione. Come dite? E’ utopia? Mi arrendo. Ripartiamo dal primo capoverso.

Mai più essevù

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Un recente post dell’autorevole Carlo Cavicchi su Quattroruote riprendeva una dichiarazione dei vertici Jaguar, a proposito della decisione di non realizzare mai più station wagon, perché ormai divenute un genere quasi di nicchia, apprezzato solamente in Europa e in particolar modo in Germania. Mi permetto di aggiungere che un po’ di successo venga ancora riscosso in Italia e a casa mia, giacché sia io che mio papà ne possediamo una, anche se qui l’esigenza è vincolata al tipo di trasporto: cane per mio papà e qualche attrezzatura sportiva per me, nonché il necessaire per il viaggio di famiglia e del mio bambino, che risulta essere ancora ingombrante.

I vertici Jaguar sono stati estremamente pragmatici e hanno analizzato a fondo i mercati, convenendo inoltre che nella ricca Germania, le station wagon preferite siano prevalentemente quelle dei costruttori nazionali (e che costruttori, aggiungo io). In un mercato ormai in continua evoluzione si è ritenuto di non investire nella progettazione di una variante sw delle berline medie, risparmiando certamente un bel gruzzoletto e reinvestendolo nel settore che più tira: le crossover. Ciò poi non esclude che la condivisione di componenti con altri modelli sia alta e remunerativa, così praticamente la versione sw “ufficiosa” della XE è la F-Pace.  A conferma della “forza teutonica” va osservato che le Case siano in grado di coprire sia i segmenti delle sw ad esempio con la Serie 3, sia quelli della F-Pace, grazie a X3, lo stesso dicasi per Mercedes e Volkswagen Group.

I ragionamenti fatti sin qui, direi pressoché incontrovertibili, stridono con quanto abbia pensato io, forse un po’ romanticamente, sulla necessità di una sw della nuova Giulia. È evidente che i vertici FCA abbiano ragionato in “fotocopia” con quelli Jaguar, rispetto alla redditività di un investimento. Va poi aggiunto, lo ribadisco anche a me stesso, che ormai la previsione di vendita vada concepita per il mercato globale, bypassando quasi quello continentale, puntando cioè su Cina e Usa. Di fatto la Giulia è di dimensioni un po’ più generose della Serie 3, ad esempio, a significare la volontà di intercettare un pubblico più vasto possibile e orientato sulla vettura più imponente. La futura suv Alfa Romeo, agirà poi con la stessa logica di quella Jaguar, sfidandola sullo stesso terreno, anche in termini dimensionali.

Ciò detto per significare che certi ragionamenti, per i quali alle volte non è sufficiente la passione, possano essere ribaltati. Cavicchi, nel post non esplora tuttavia il settore delle sw “da lavoro”, che ritengo essere, in Italia ed Europa, discretamente vincente, ma solo se concepito nell’ottica delle flotte, dunque lusso sì, ma con praticità e costi di esercizio vantaggiosi. Ne è prova il fatto che Renault, Peugeot, VW, Seat, Skoda, Ford, Opel e finalmente anche Fiat, si affaccino stabilmente per contendersi quote.

In conclusione, con la “messa al bando” delle sw, sembra si stia consolidando anche in Europa un’espansione e un crescente apprezzamento delle vetture tre volumi, come da me già scritto molti anni fa, fermo restando il “crossoverismo”. Le esecuzioni sono sempre più accurate e con forme talvolta sinuose da quasi-coupé, dunque pian piano sembra stia sparendo il pregiudizio che vuole al volante di una tre volumi un “anziano con il cappello”. Ah, nel frattempo, tanto di cappello alla lungimiranza di Jaguar e FCA e valuteremo se darà loro ragione il tempo.

Sosta selvaggia

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Due fatti di cronaca recente sono secondo me lo specchio di una realtà in cui i comportamenti sono ormai degradati, almeno nell’educazione e nel rispetto.

A Milano, ormai molti lo avranno letto, di domenica e durante una manifestazione di impegno collettivo di recupero e ritinteggiatura di alcune facciate, cerco di semplificare, viene individuata una macchina indebitamente parcheggiata su di un marciapiedi, che intralcia le operazioni. E’ un gesto di inciviltà, come tanti, purtroppo e come molti non sanzionato con tempestività. Dopo qualche attimo di indecisione, l’assessore a Lavori pubblici e Decoro urbano, decide, in attesa dell’arrivo dei Vigili Urbani, di dare una punizione “esemplare” al trasgressore, dipingendo sulla fiancata una striscia bianca di vernice, come segno “indelebile” dell’infrazione. Ora, trascurando l’aspetto comico della vicenda, ovvero che la cittadinanza stesse realizzando un’iniziativa anti graffiti, quindi quale miglior modo per sublimarla, è questo un esempio in cui si passa istantaneamente dalla parte del torto, pur avendo pienamente ragione. Fatto ancora più grave, è che a farsi prendere dalla “trance agonistica” sia poi chi rappresenta la legge e il suo rispetto. Il fatto è stato stigmatizzato da molti e forse ingigantito, ma non è da sottovalutare il fatto che l’assessore abbia ritenuto importante farsi immortalare nel gesto, quindi aggravandolo e caricandolo di significato. “Non è stato un atto vandalico, ma un segno da lasciare verso una grave maleducazione e sarei pronta a rifarlo – ha aggiunto -. Non capisco come si possano prendere le difese di quell’automobilista: la pennellata che ho dato sullo sportello dell’auto è stato un atto di ribellione ad un gesto di arroganza cui purtroppo continuiamo ad assistere ogni giorno”, ha affermato l’Assessore. Magari avrebbe potuto sfruttare le proprie “conoscenze” e sollecitare il collega con delega ai Vigili Urbani, per far arrivare più in fretta il carro attrezzi e dare il vero buon esempio.

A distanza di qualche giorno, a Torino, compare sulle cronache cittadine una foto che immortala una Ford Kuga parcheggiata sul marciapiedi antistante il Museo dell’Automobile. Non si tratta tuttavia di un evento commemorativo del marchio americano, tantomeno del fortunato crossover europeo, ma di sosta a dir poco selvaggia. Nell’articolo si sottolinea come la Ford sia stata parcheggiata più volte e più giorni nello stesso luogo, che tra l’altro è raggiungibile solo con una vettura più alta da terra, superando dei gradini. Non si specifica se qualche cittadino o i lavoratori stessi del Museo abbiano avvisato la Polizia Municipale, come mi auguro sia stato fatto, ma in questo caso leggo con amarezza, una sconfitta delle istituzioni. Mi spiego: assodato che il proprietario del mezzo si sia comportato da prepotente e arrogante, qui il traspare il messaggio di un’infrazione reiterata nel tempo, che nessuno abbia avuto voglia di reprimerlo. Il MAUTO è in piena zona ospedali, dove l’affluenza di persone è alta e dove è difficile parcheggiare, ma parallelamente mi stupisco che nessuna pattuglia della Polizia Municipale sia mai transitata nei paraggi della vettura o l’abbia notata, visto che si trovava in posizione ben visibile.

Qui si torna al degrado cui accennavo in precedenza, che purtroppo appartiene a molti, ma che forse con esempi di corretta “repressione”, mi si passi il termine eccessivo, si dovrebbe scoraggiare o almeno lasciar intendere che non passi indifferente comportarsi in un certo modo. Ammetto che risulti più facile giudicare a posteriori, ma parallelamente ritengo che ciascuno dovrebbe prima di tutto avere più rispetto per il prossimo e per le regole, a prescindere dal ruolo che si ha, altrimenti si rischia di legittimare un certo far west, in cui spesso vinceva chi sparava per primo.

L’ora del Te(sla)

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La mobilità elettrica è il futuro, scusate se lo ripeto anche a me stesso, ma continuo a pensare che sarà il futuro. Punto. Spesso mi sento quasi costretto a ribadirlo, forse perché io vivo una sorta di “paura del diverso”, però non è questo l’argomento che intendo sviluppare. Credo che chiunque abbia assistito nei giorni scorsi, al fenomeno Tesla Model 3, ovvero la presentazione del nuovo modello della Casa californiana, che come suggerisce il nome, è il terzo della gamma, abbia pensato ad un assaggio del succitato futuro.

Dopo aver presentato e prodotto sinora vetture di grosse dimensioni e per portafogli piuttosto gonfi, l’obiettivo di Tesla è quello di attaccare il mercato “più normale” delle vetture elettriche, pur se il prezzo indicativo di 35000 dollari, non sia proprio da low cost. A ben vedere, le cifre per questo genere di vetture non si discostano molto. Di Tesla e di questo nuovo modello mi hanno colpito due cose: la prima è che Elon Musk, il fondatore, ha ben chiaro il concetto di comunicazione di prodotto e di filosofia di marca, giacché Tesla è un marchio giovane, poco diffuso, ma ottimamente conosciuto e ormai percepito come e più di ben più di affermati marchi “a scoppio”.  L’altro motivo di ammirazione e un po’ di stupore riguardante il fenomeno Tesla è l’accoglienza riservata al modello, che secondo alcune fonti ha collezionato oltre 300 mila pre ordini (a 1000 dollari ciuascuno) in poche ore. Questo fatto è sintomatico del potere di convincimento – e del lavoro – operato da Musk e Tesla nei confronti del mercato, risultando, ripeto, molto più convincente di molte marche premium.

Sostengo ciò partendo da una semplice constatazione: la Model 3 non “esiste” o meglio, è ancora allo stato di prototipo avanzato e vedrà la luce tra un anno negli Usa e a seguire nel 2018 in Europa. Credo che forse nemmeno una Ferrari sarebbe in grado di catalizzare attenzione e attesa in maniera più efficace e massiccia. Purtroppo, considerando i 35000 dollari e ipotizzando in euro una cifra simile, la considerazione più ovvia è quella che una vettura, pur con autonomia dichiarata di oltre 300 km, sia ancora lontana da essere appetibile per una larga fascia di pubblico e torno ad affermare che in Italia manchi una politica di indirizzo e di supporto per questi veicoli. A scanso di ogni dubbio, non intendo che con ciò si debba criminalizzare e penalizzare chi utilizza le vetture con motore termico, ma ribadisco che sia necessario lasciare che entrino investitori e capitali di chi è in grado di offrire un rinnovamento alla rete elettrica del paese, anche in chiave autotrazione.

Il potenziale di Tesla, sul mercato e sulla rete è in teoria altissimo, ma a mio avviso occorrerà ancora qualche anno prima di saggiarlo a pieno titolo in Europa, pur se già molto presente, così come in Italia. Con Tesla cambierà anche il concetto di mobilità, in quanto, sul lungo raggio, che poi immaginiamo essere i 400km, distanza che un diesel medio si “beve” come niente, bisognerà riprogettare il viaggio, passando per una stazione Tesla, un Supercharger e sostare per il tempo necessario, circa un’ora, forse ancora troppo.

E’ ancora qui secondo me il vero limite di questo genere di mobilità, al momento ancora troppo piegato verso le esigenze della batteria, più che su quelle del guidatore, ma sono praticamente certo che presto ci sarà anche evoluzione in questo settore. Del resto, con gli smarthphone siamo tornati  a caricare il telefono praticamente tutti i giorni e quasi non ci lamentiamo, forti di tutte le innovazioni e potenzialità che la tecnologia ci offre. Che sia la stessa strada di Tesla per i prossimi anni?

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