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Pensieri rapidi #25


In una mattina di novembre mi trovo per un paio di ore in auto per commissioni. Sono “fuori orario”, perché solitamente sono orari in cui sarei in ufficio. Piove piuttosto forte e resto sinceramente colpito di più dall’indisciplina dei pedoni. Sembra che debbano mettersi in salvo da chissà quale cataclisma, ignorando sia le regole del buonsenso, che quelle del Codice della Strada. Mi è capitato, transitando su corsi a tre corsie di trovare pedoni che attraversavano, magari correndo, in assenza di strisce e attraversamenti. Si parla di adulti in “età della ragione”, eppure disposti non si capisce per quale ragione a mettere a repentaglio la propria vita e rovinare anche quella altrui. Fortunatamente era giorno, ma su alcuni corsi la visibilità era a tratti scarsa, complice il traffico. Il massimo è stato raggiunto da una donna con ombrello, al telefono, che attraversava sì sulle strisce, ma con il semaforo rosso già scattato. Per fortuna gli automobilisti hanno rallentato, ma io, senza voler moralizzare o fare paternali, mi domando: perché? Perché non si ragiona un secondo in più? Mi ci metto anche io, ma dovremmo tutti riflettere almeno sulle conseguenze di certi gesti.

Cambio completamente argomento, per non “intrombonirmi” oltremodo e constato l’ennesima conferma di ciò che ormai non è più catalogabile come tendenza momentanea. Mi riferisco alla crossoverizzazione imperversante, che non fa nemmeno più notizia soprattutto sui nuovi modelli, ma dal mio punto di vista è significativo notare come anche le “vecchie” monovolume vengano rimpiazzate da suv o simili. E’ ad esempio il caso della rinnovata Peugeot 3008 e della sua “sorella lunga” 5008. Entrambe, come dicevo hanno una ben definita identità da suv, rispetto alle forme più tondeggianti, appartenenti al trend degli scorsi anni, in cui le monovolume godevano di un buon successo. Un processo simile a quanto pare interesserà anche Opel con la prossima Meriva che si “smonovolumizzerà”, assumendo tratti più fuoristradistici. E’ il futuro, bellezza. Anzi, verrebbe da dire che è il presente, giacché spesso esistono delle fasi e delle mode, un po’ come per le monovolume e per le station wagon, che pure resistono come zoccolo duro, ma più che altro in Europa e in poche nazioni. La prossima? Lo dico ogni tanto e magari prima o poi l’azzeccherò: le berline tre volumi, che da anni si “nascondono” un poco, con linee da due volumi e mezzo o da coupé a quattro porte.

A stagione della Formula 1 terminata, si riaffaccia uno dei “tormentoni” degli ultimi anni, ovvero il ritorno di Alfa Romeo nel Circus. E’ un’ipotesi affascinante, ma personalmente mi pare davvero poco praticabile, per una serie di motivi. Prima di tutto, come direbbero a Arese, non ci sono i dane’, ovvero i soldi, perché mi pare che la Ferrari costi già parecchio di suo e sarebbe uno spreco di risorse duplicare un team, dove già il “titolare” annaspa vistosamente da qualche anno. Ci sarebbe l’ipotesi di rebadging della power unit Ferrari in Alfa Romeo, senz’altro più praticabile, ma poi a chi la si fornirebbe? Se un team spende fior di quattrini per aggiudicarsi il marchio Ferrari, utile anche ad attrarre soldi e sponsor, perché si dovrebbe affiancare un altro marchio? E, viceversa, sarebbe conveniente motorizzare una Sauber, che staziona nelle ultime file, per  un brand che dovrebbe essere rilanciato? Ovviamente no e immagino che Marchionne e il board FCA non siano così sprovveduti, ma stabilmente rilanci la notizia per creare un po’ di scompiglio e rubare la scena alla Corazzata di Stoccarda, che pare destinata a dominare ancora per un’altra stagione. Insomma, la notizia di Alfa in F1 è più che altro pane per giornalisti e azionisti, mentre vedrei come più praticabile, anche se con costi tutt’altro che ridotti, il ritorno in campionati in cui “si vede” di più il prodotto, come le serie Turismo nazionali o, il DTM, ma anche in quel caso l’investimento sarebbe ingente. Si sa, spesso conta avere una buona comunicazione e Sergio Marchionne, che continuo a vedere poco come uomo di prodotto e più come uomo di finanza, credo lo sappia molto bene.

Con questo, che è l’ultimo post del 2016, auguro buone feste ai miei lettori. Appuntamento al 2017.

Il foglio bianco


Questo blog è in piedi da diversi anni e scrivo, salvo eccezioni, almeno una volta a settimana. È un impegno, un esercizio di rigore anche interiore, che impone anche di pensare, osservare e si spera, di avere qualche argomento su cui scrivere. Alle volte, non lo nascondo, parto con il panico “da foglio bianco”, perché ciò che ho in mente non è detto che renda una volta scritto o peggio, che sia più di un “pensiero rapido”. Mentre rifletto, mi domando se e quante volte nel mondo dell’automobile si sia presentata tale situazione. Intendo, cioè, le volte in cui si è partiti da un foglio bianco per inventare “ciò che non esisteva”, sapendo, azzardando di entrare sul mercato con un prodotto spiazzante e nuovo.

Possono essere tanti modi di intendere il nuovo cui sto facendo riferimento, di genere, di forma, di tecnologia. Se dovessi pensare agli ultimi 15-20 anni, direi senza dubbio che il nuovo è stato identificato dai suv o dai crossover, praticamente di tutte le taglie, anzi soprattutto nelle taglie più piccole, dove sembrava ovvio che gli acquirenti di una vettura, ad esempio di segmento B, avrebbero ricomprato un’altra vettura di quel segmento, perché le necessità e altri fattori determinanti, li avrebbero spinti a comprare una vettura simile a quella posseduta. Invece? Invece no, perché da qualche anno persino le PoloFiestaClio208 cedono quote alle “sorelle” costruite sulla stessa base meccanica, ma con una forma e un che di novità, che le “alza” da terra e le fa diventare più versatili.

Pensando ancora a qualche genere di vettura “nato” dal foglio bianco, mi si consenta di tornare al genere di suv coupè, “inventato” da Bmw con X6 e seguito per ora solamente da Mercedes con forme praticamente “fotocopia” e in più da Mini Paceman  e da Range Rover Evoque. Citando quest’ultima non si può non pensare ad un suo “folle” modello, ossia la Evoque Cabrio, che fonde due generi parecchio in antitesi – suv e cabriolet, con “l’aggravante” europea del motore a gasolio.

Nella classifica “di quello che non c’era”, non si deve dimenticare la Toyota Prius, presenza ormai abituale del nostro parco auto, ma all’inizio del suo ciclo vitale era “impossibile” guidare qualcosa di simile e mi riferisco all’ibrido prima e all’elettrico poi. In questo campo, in realtà possiamo dire che ogni vettura che si affaccia sul mercato sia un po’ “il foglio bianco”, perché i costruttori stanno inventando quasi dal nulla questi prodotti, cercando la “rottura” con l’auto tradizionale, senza tuttavia “spaventare” più di tanto il cliente, che diciamolo, non è ancora completamente pronto per il salto.

Tornando indietro di qualche anno, mi vengono in mente due “punti di rottura”, in segmenti completamente differenti: Multipla e SLK. Penso ai due modelli, perché Fiat inventò qualcosa di davvero nuovo, formalmente e stilisticamente, anche se in maniera un poco controversa, ma credo che la Multipla meriti il plauso di aver scosso fortemente il settore delle vetture multispazio. Idem per SLK, che pur se anticipata da Peugeot negli anni ’30 del secolo scorso, contribuì se non alla rinascita, al rinvigorimento del settore delle vetture aperte per numerosi anni, in cui la soluzione del tetto rigido spopolò in molti segmenti.

Se poi pensassi “all’invenzione” come classificazione di genere, potrei ancora aggiungere il retrò-moderno, in cui inserirei Mini, 500 e in misura diversa per noi europei New Beetle, che oggi vivono di un successo a dir poco consolidato e inattaccabile, tanto da essere diventati brand autonomi.

Come spesso sostengo, c’è ancora e sempre molto da inventare, reinventare e scoprire ed è questo il bello del ragionare al futuro. Rimanendo in tema con il mio post mi sento di azzardare una possibile direzione di novità futura: l’ibrido o l’elettrico nei pick up, che da noi stanno tra l’altro vivendo un buon momento commerciale e la diffusione delle stesse tecnologie nei veicoli commerciali leggeri. Se invece dovessi pensare ad un mio desiderio di apporto tecnologico, punterei certamente sull’aumento massiccio di guida assistita e autonoma per i mezzi pesanti, troppo spesso causa di incidenti, molti dei quali sarebbero evitabili già con la tecnologia di cui disponiamo.

La mossa del Giaguaro


Spesso in questo blog ribadisco un progressivo cambiamento del mio stile di guida e del modo di affrontare l’automobile, dettato dal tempo che passa, ma nondimeno da ragioni economico-ecologiche che portano a scegliere un criterio orientato alla regolarità della condotta di guida. Detto questo -prevalentemente a me stesso – a me piace guidare. Punto. Non è che non mi capiti di farlo sul serio ogni tanto, ma se sotto il sedere, pardon, il piede destro ci si viene a trovare con un V6 sovralimentato a benzina da 380cv, coadiuvato da un ottimo assetto e, perché no, da una bella sonorità di scarico, per me è come risvegliare i sensi. Non ho avuto modo di testare al decimo di secondo lo 0-100 da 5,5 secondi, ma credo ci stiano tutti, però ho apprezzato le ottime sensazioni di sterzo, sospensioni e cambio, perfettamente “settabili” separatamente dal computer di bordo, così come i 550 Nm di coppia si fanno sentire e gestire dal sempre valido ZF a 8 rapporti. Siamo distanti dai “mostruosi” 700 Nm sprigionati dal cugino V6 diesel, ma sufficienti a spingere davvero bene. Dimenticavo: tutto questo bendidìo era ed è collocato sotto le belle lamiere di una Jaguar F-Pace. Sì, avete letto bene. Un suv, che tra l’altro non “va forte solo sul dritto”, ma che ha ottima trazione integrale (Jaguar è cugina di Land Rover) e che anche “girando il volante” fa capire che la vettura segue e pennella. Un merito, secondo me, perché va ricordato il baricentro più alto rispetto ad una berlina e parallelamente occorre ricordare che la vettura è sì sportiva, ma non estrema.

A riprova del fatto che Jaguar si stia ben comportando tra le concorrenti della “triade” del premium tedesco, non va dimenticato il restyling della XF, che mantiene una linea molto pulita e sufficientemente aggressiva da “giaguaro in corsa”. Anche per la XF, vale secondo me il ragionamento su XE e F-Pace, ovvero quello di essere validi prodotti, realizzati bene e soprattutto caratterizzati da un design personale: difficile confondere una XE con una Serie 3, a dispetto di qualche altra nuovissima realizzazione concorrente.

In più va ricordato che esattamente come qualche altra casa italiana, Jaguar ha avuto, parlo già al passato, perché il rilancio è in atto da qualche tempo, problemi a riconquistare il mercato a causa di modelli del passato non all’altezza, che ne hanno offuscato il blasone, ma si può affermare che la strada della riconquista di credibilità sia ormai tracciata. Lo si può dire soprattutto constatando che esista una gamma ben definita e molto giovane di prodotti, con il doveroso suv medio grande (non bisogna pestare i piedi a sua maestà Range Rover) sino all’anti-911, ovvero la F-Type, sicuramente affascinante e ben dotata di muscoli.

In quasi chiusura di post, sottolineo il buon lavoro di marketing e di promozione del marchio, che in questi giorni è in tour nelle città italiane, scegliendo location di prestigio e dando l’opportunità di provare tutti, ribadisco tutti, i veicoli presenti, con lo scopo di sollecitare una clientela potenziale e di un certo livello. Penso a ciò in riferimento al lancio della Giulia in concessionaria, con un doveroso e obbligato “porte aperte”, ma che a mio avviso avrebbe necessitato sin da subito di una campagna di lancio in luoghi ad hoc e con precisi bersagli. Non me ne voglia nessuno: la Giulia non è la Tipo, per la quale occorre “tirare” il cliente in concessionaria, con la speranza che firmi subito o che magari entri per la Tipo, ma poi compri una 500X o una 500L. Il cliente della Giulia va “catturato”, ma portando la vettura fuori dal salone e stuzzicandolo in eventi definiti. Nella vita conta certamente la sostanza, ma mi convinco sempre più che non sia sufficiente.

Prima di chiudere e per confermare che Jaguar non mi dia un solo euro, due piccoli nei: il pomello del cambio automatico a rotella e a scomparsa è stupendo, ma provate a fare velocemente un “retro-drive” o viceversa e noterete che almeno all’inizio dovrete abbassare lo sguardo, il che è svantaggioso. Secondo: nella XE il vano baule è rivestito decentemente, ma è insensato e imbarazzante il fatto che la parte alta sia in nudo metallo con i cablaggi ben in vista e a rischio aggancio con borse e valigie spinte rapidamente.  Fantasmi della Jaguar del passato? Credo di no, ma non si sa mai…

Attaccati al tram


Da assiduo lettore della rubrica “Specchio dei Tempi” pubblicata sul quotidiano della mia città, La Stampa, ho riscontrato che ogniqualvolta venga programmato in tv lo spot della Range Rover Evoque, girato durante la scorsa estate nel centro di Torino, siano numerosi i messaggi dei lettori che esprimono disapprovazione nei confronti del messaggio che lo spot lascerebbe trapelare. In estrema sintesi, per chi non l’avesse visto, lo spot racconta come sia vissuta fastidiosamente dai passeggeri la circolazione in tram, con continue e brusche frenate, che mettono a repentaglio la quiete e la sicurezza dei viaggiatori. Nel mentre, il corpulento manovratore è ammaliato dalla sfuggente Evoque che sguscia nel traffico e si allontana per una via traversa.

Molti lettori ritengono che lo spot evochi (!) un certo dileggio sia per la città di Torino, sia per il mezzo pubblico e in particolare il tram, ritenuto estremamente affascinante (sempre che non abitiate ad un piano basso, magari in una via stretta) e più ecologico dei bus. Premettendo che a questo punto il successo della pubblicità sia innegabile, giacché se ne parla ancora e a distanza di mesi, visto che le prime messe in onda risalgono al settembre 2014, ho sempre considerato particolarmente ironico lo spot, giocato anche su una certa atmosfera neorealista, interrotta poi dalla tecnologica Evoque. La pubblicità è allegoria, esagerazione e talvolta semplificazione della realtà, perché non deve ricostruirla, bensì veicolare un messaggio che per forza di cose è di parte e non lo nasconde, dunque è normale che nella “lotta” tra un tram e un’automobile, nello spot dell’automobile, quest’ultima risulti vincente, ma se per assurdo l’oggetto fosse stato il tram, esso avrebbe “polverizzato” le auto, perché quello sarebbe dovuto essere il risultato.

A chi poi ritiene che la nostra bella città ne esca danneggiata, con l’aggravante che a mettere “a ferro e fuoco” l’utilità del tram sia addirittura un suv (ovvero la madre di tutti i nemici della strada – ma fatemi il piacere-) io mi sento di rispondere che si dovrebbe tenere presente che a Torino siano stati girati parecchi spot, da quelli sui deodoranti, a quelli di telefonia o ancora a medicine o cibi, eppure mai mi sognerei di pensare che la città sia popolata da gente olezzante, famelica, malata o, persino da pinguini che scorrazzano in Via Roma in limousine, nemmeno fossimo al Carnevale di Rio. Sono felice che la mia città sia da anni un set cinematografico e sono felice di scoprirla in numerose campagne pubblicitarie (non ultima la Volvo XC 90 – ebbene sì, un altro suv) di qualsiasi prodotto, perché vuol dire che si preferisce lavorare qui e non in altre città. Va anche detto che da anni a Torino esiste la Film Commission, che è un ente che si prefigge di rendere appetibile la città come set cinematografico, con l’appoggio degli enti locali. Sono felice di constatare, inoltre, una città che seppur con i tempi sabaudi, quindi un po’ lenti e scettici su tutto e tutti, stia diventando più turistica e non faccia nemmeno lontanamente ricordare i tempi del grigiore, del traffico anche nel centro storico, con le facciate degli edifici poco curate.

Quando le auto venivano prodotte in città da un’altra azienda, l’immagine era probabilmente più simile a quella, mentre ora, con molte difficoltà e sofferenze, dovute al momento storico e al fatto che di auto non se ne facciano quasi più, stiamo respirando un’aria che solo dalle Olimpiadi del 2006 ci siamo resi conto di poter respirare. Mi piacerebbe conoscere il parere di altri cittadini, magari di Praga, Londra, Berlino, Parigi, New York, che sono spesso set di produzioni cinematografiche e pubblicità, per capire se anche lì ci si senta presi in giro quando non si sta girando uno spot di un kolossal, ma più semplicemente uno spot che può anche essere divertente. Forse non siamo ancora abituati ad una mentalità più aperta e senza troppi pregiudizi, pur se qui si parla pubblicità decisamente normali e non di cose che possano offendere il comune senso del pudore o per lo meno la sensibilità di alcuno.

Il mio consiglio, ai concittadini che vedono il male anche laddove probabilmente non c’è, è quello di abbandonare una certa miopia, altrimenti il rischio è quello di attaccarsi tutti al tram…ma questa volta senza la Evoque e con il rischio di rimanere un poco provinciali.

Piano, piano


Considerazioni non richieste sul nuovo Piano Industriale FCA. Ho atteso con curiosità la presentazione del 6 maggio, dal momento che sin dalla costituzione di FCA, era stato sottolineato come proprio il 6 maggio avrebbe rappresentato una data simbolica, una sorta di nuova rinascita. Da torinese, da italiano, da contribuente e da appassionato, non ho potuto rimanere indifferente ai piani di quella che è la più influente azienda italiana e che con la sua politica industriale è strettamente legata alla politica e all’economia del nostro Paese.

Mi propongo di filtrare una punta di malafede, ma non credo si possa essere scevri da ogni pregiudizio, dopo innumerevoli annunci e proclami, che hanno “rilanciato” il Gruppo numerose volte, perlopiù a parole. Intanto va dato atto alla dirigenza Fiat dell’ottima idea avuta sia con il divorzio da GM anni or sono, sia nell’aver annusato il matrimonio con Chrysler, segno dell’ottima visione economico finanziaria della dirigenza. Quello che invece ho sempre giudicato con scarsa fiducia è l’abilità nella manipolazione del prodotto, che è poi fondamentale, visto che la Fiat è un’industria e non (solamente) un gruppo finanziario. Ho già avuto modo di esprimere perplessità riguardo alla lenta agonia dei modelli, riscontrabile quotidianamente con i “buchi” nei listini e confutata da un fatto: quando sono stati presentati nuovi prodotti, 500L su tutti, il successo di vendita è stato notevole, segno che se i modelli ci sono e sono freschi, il mercato li premia. Lo ribadisco ulteriormente: il Gruppo è in ritardo in molti segmenti, come ad esempio i suv compatti e una vettura che sostituisca la Punto, senza arrivare alla Bravo: soprattutto in Europa, Polo, Fiesta e 206, confermano che una domanda su questo genere di vettura c’è e “fa numeri”, quindi la si può integrare, ma non sostituire, con i nuovi suv compatti, che grande successo stanno avendo.

Ancora due osservazioni, prima di approfondire gli altri argomenti: le reazioni delle borse sono state piuttosto nette e tendenti alla diffidenza. Il giorno seguente la presentazione del Piano, i titoli hanno perso sino al 11% e sono avvisaglie dei mercati che non si “fidano” delle affermazioni e delle prospettive di crescita. Vedremo: le borse sono talvolta “umorali” e magari premieranno le decisioni dei Marchionne boys. L’altra considerazione è che ormai, come si intuiva già da recenti affermazioni dei vertici Fiat, pardon FCA, possiamo considerare estinto il marchio Lancia, almeno nella forma in cui ce lo saremmo immaginato. Si proseguirà sino a fine ciclo con Ypsilon e pare con Thema, ma non ci saranno rimpiazzi e rimarchiature di veicoli Chrysler. Mi sono già espresso in merito in uno degli scorsi post e chissà se i fatti daranno anche in questo caso ragione alle scelte operate.

Dicevamo, il piano: 8 modelli Alfa Romeo fino al 2018, con l’unica prima vera novità Giulia nel quarto trimestre del 2015, un escamotage per non annunciare direttamente 2016. Finalmente ci sarà un’erede della 159 e si spera ancor più della fortunata (e ben disegnata) 156. E’ trascorso tanto tempo dall’uscita di produzione della 159 e ancor più dai ripetuti annunci di un’imminente uscita della Giulia. Puntualmente si è posticipata la messa in produzione, adducendo motivazioni tutto sommato sensate, vale a dire la ricerca di uno stile ancor più incisivo e di maggiore qualità. Elementi positivi, ma a vedere il rovescio della medaglia ci si può domandare cosa avessero progettato sino a quel momento. L’impressione di Alfa è quella di una squadra di calcio della quale si percepiscono i malumori sin dallo spogliatoio poco unito e quando si va in campo la sensazione è che ognuno giochi per sé o non sappia a chi passare il pallone. Potremmo immaginare che una squadra così per lottare per lo scudetto? Qui lo scudetto è tedesco e ha le sembianze di Audi, Bmw e Mercedes, con la bavarese obiettivo dichiarato del biscione. Sarà così? Più passa il tempo e più la faccenda si complica. Il resto della produzione Alfa vedrà la sparizione della Mito (ciao Mini e A1) un rimpiazzo in futuro per Giulietta, nonché finalmente un suv e vetture di lusso ulteriormente imparentate con le Maserati. L’impronta che si intende dare ad Alfa è di marchio nettamente premium, posizionato piuttosto nelle fasce alte, perché sono quelle in cui i margini di utile per vettura venduta sono maggiori. I motori saranno plurifrazionati (molti concorrenti stanno invece orientandosi al downsizing) e la trazione tornerà al posteriore. Sono elementi dai quali ci si attende molto e che spero vengano “cucinati” con sapienza, giacché a proposito di ingredienti non che se si li fa cucinare a Cracco o a me, il piatto sarà gradevole nella stessa misura.

Sembra quindi che Alfa Romeo voglia abbandonare la sua immagine di marca sportiva, se vogliamo anche per tutti o comunque per molti, scegliendo dunque una clientela più abbiente, quasi in controtendenza con i marchi tedeschi che da qualche anno stanno “scendendo” per venire incontro a una clientela più vasta.

Il marchio Fiat prevede sei modelli più o meno nello stesso arco di tempo di Alfa, con uno, la 500X, ampiamente progettato e inserito già nei passati piani, ma che comunque si immagina essere un probabile successo annunciato, visto cosa è riuscita a ottenere la 500L, che si pone come la cugina più funzionale della “X”. Presumo poi che la “fame” di nuovi modelli Fiat porterà non dico forzatamente, ma quasi, a scegliere anche questo modello. Le nuove Punto e Panda arriveranno molto in là, quindi la prima subirà forse un breve fermo, mentre la seconda dovrà arrancare mentre le concorrenti saranno già state rinnovate.Lo stesso destino della Punto, pare spetterà alla futura Bravo, lasciando dunque terreno libero a Golf, 308, Focus, per citare solo le prime che mi sovvengono. Ci sarà anche un nuovo Freemont, ma occorrerà attendere (anche per capire se il mercato vorrà ancora veicoli di questo genere e stazza) e arriverà l’erede della Barchetta o della 124 Spider, alla quale spetterà il ruolo di vettura “emozionale” del marchio per gli USA e magari avrà una declinazione Abarth.

Non è stata fatta menzione della 500 o comunque non in maniera così esplicita. Bisogna ricordare che l’attuale è del 2007 e per quanto si voglia considerarla “fuori dal tempo” ha pur sempre 7 anni, che mediamente sono la durata normale di un ciclo di vita di un modello. Riuscirà a tenere il tempo, per quanto riguarda gli standard di sicurezza ed ecologia? La Mini, pur apparentemente sempre uguale a se stessa è alla terza generazione dal 2000…

Maserati è il marchio che io vedo come “la Porsche” di FCA, non volendo commettere lesa maestà per nessuno dei due blasoni. Partendo da una gamma inesistente, sono stati compiuti enormi passi avanti con Ghibli e Quattroporte, mentre adesso toccherà al suv e alle sportive figlie del concept Alfieri, a mio avviso delle valide anti-Porsche o Jaguar. Il vantaggio di Maserati rispetto a Ferrari risiede nel non essere legata a troppi cliché, dunque via con motori 6 o 8 cilindri, benzina e gasolio, trazioni integrali e suv, ovvero ciò che il mercato vuole e mediamente acquista in Germania o al massimo nel Regno Unito.

La stessa Jeep sarà un’altra paladina del premium, con la base piazzata sulla Renegade, che è più europea o italiana, mentre il resto della gamma punta direttamente anche verso la Cina, dove con i numeri che si possono ottenere ci sono grandi speranze.

L’Italia? Non so cosa aspettarmi, sebbene Marchionne abbia rassicurato tutti, dicendo di non voler chiudere o spostare le produzioni, tanto che le nuove Alfa Romeo dovrebbero essere prodotte solo da noi. Le perplessità sono molte e in particolare due: con un piano industriale così proiettato verso il futuro – si parla di quattro anni- ci si deve aspettare che si stia quasi partendo da un foglio bianco, dunque con numerose incognite e con le linee di produzione ferme e personale a casa. L’altra perplessità riguarda la capacità produttiva italiana in relazione a quella complessiva e agli obiettivi sulle vendite in Europa. Un solo dato: l’intera produzione europea potrebbe essere assorbita dal solo stabilimento di Tichy e la cosa fa rabbrividire.

In conclusione, non so cosa attendermi dal nuovo Piano Industriale e mi auguro che alla pompa magna che ha caratterizzato l’evento , come avviene ormai da circa un decennio, non faccia seguito la dinamica del calciomercato estivo, dove molte squadre si fregiano degli scudetti ad agosto, ma non a fine campionato.

Acqua calda


Se non foste interessati alla scoperta dell’acqua calda, vi consiglio di non proseguire nella lettura, perché potreste annoiarvi, ma se avete intenzione di proseguire, vi metterò a conoscenza di alcune mie considerazioni, maturate come sempre al volante.

In occasione delle vacanze invernali, è ormai consuetudine per me il “pellegrinaggio” al Colle del Sestriere, dove Bmw è di casa nel realizzare eventi e presentazioni. L’occasione è spesso ghiotta, perché consente di provare le vetture su percorsi anche innevati e di avere al proprio fianco piloti istruttori di guida sicura. Quest’anno l’evento invernale al Colle era incentrato sul lancio della nuova X5, giunta alla terza edizione. Possiamo dire che se, da un lato Bmw non è stata la prima casa a lanciare il suv, quello più europeo per temperamento e dimensioni, probabilmente è stata la prima a declinare questo concetto (che a Monaco, in un mix di snobismo e furbizia chiamano Sav) in maniera sportiva.

Senza voler fare retrospettive spericolate, possiamo attribuire al Range Rover il primato nel campo dei suv, quando ancora si parlava di fuoristrada di lusso, o al più alla Mercedes Classe M, quello di aver dimostrato che i tedeschi ci sapevano fare. Alla Bmw X5 è toccato invece  il compito di trasferire sensazioni di guida e appeal da vettura sportiva. Non è un caso che persino Porsche abbia scelto di cimentarsi nel ricco segmento dei suv e che a 15 anni di distanza anche altri marchi sportivi come Jaguar,Maserati o Bentley presto “alzeranno da terra” le proprie produzioni. Insomma, a partire dalla prima generazione la X5 ha rappresentato il concetto di berlina da famiglia sportiva coniugato con una maggiore flessibilità di utilizzo anche sui terreni sconnessi o innevati. Fin da subito il suv (sav) di Monaco di Baviera non ha nascosto la scarsa predilezione per le buche, i guadi o i passaggi più impervi, lasciando, è il caso di dirlo, terreno libero ai concorrenti e in particolare al Range Rover alla Classe M, ma sull’asfalto o sul fuoristrada leggero, le doti della X5 non hanno mai faticato a emergere. Da una generazione all’altra sono aumentate le dimensioni esterne e lo spazio interno, così come si è progressivamente abbassata l’altezza da terra, in modo da ottimizzare tenuta di strada e efficienza aerodinamica, evidenziando la scarsa propensione dei propri clienti nell’avventurarsi in fuoristrada, al più sulle piste da sci. Che sia giusto o sbagliato tutto ciò non sta a me giudicarlo, anche se chi mi conosce e mi legge sa come io non abbia mai abbracciato la causa “NO SUV”, per infiniti motivi che non voglio ripetere, ma  anzi la mia linea guida sia “mi piacciono le automobili e non le categorie di automobili”.

Tornando a monte del ragionamento e alla famigerata acqua calda, nel mettermi al volante di questo bestione da quasi 5 metri e da oltre 2 tonnellate, ho apprezzato la posizione di guida che permette di osservare il panorama che si staglia di fronte al possente cofano, come fosse un terrazzo di un attico, ma in particolare e finalmente arrivo al dunque, ho notato una maneggevolezza e una facilità di guida, degna se non di una Serie 1, quasi di una 3. Avevo già guidato sia la serie precedente che la X6, con qualche settaggio già più sportivo, ma sulla nuova X5 mi sono reso conto di “non rendermi conto” di quanto fosse facile da guidare. L’enorme coppia motrice e la considerevole potenza del “tremila” diesel aiutano moltissimo questa mia percezione, ma senza un assetto adeguato e uno sterzo “sincero” certi valori non bastano a offrire sensazioni di piacere di guida. Stessa percezione laddove mi sia trovato a guidare su un percorso tortuoso; ovviamente in discesa e nei passaggi stretti ci si rende per forza di cose conto della mole della vettura, ma del resto anche vedendo Sergio Parisse nello slalom speciale avremmo qualche perplessità, ma se lo impegnassimo al 6 Nazioni, la musica cambierebbe.

Non sono in grado di affermare che la X5 sia la migliore del suo segmento, ma quel che è scaturito tra i miei pensieri mi porta a sorprendermi ancora oggi della facilità di conduzione, persino su strade non rettilinee. Ok, i puristi della guida e i più intransigenti mi faranno notare che per guidare davvero esistano Alfa 4C o Lotus Exige, piuttosto che Bmw M3 , Audi-RS-qualsiasi –numero, ma il mio pensiero è quello di immaginare una vettura che sia in grado di non essere specialistica ed estrema, bensì un’auto da tutti i giorni.

E’ indubbio che sul Nurburgring la “nostra” X5 farà più fatica di una berlinetta, ma su lunghe percorrenze autostradali o su statali “mosse” la musica cambia, eccome, così come il possibile carico stivabile a bordo.

Sono consapevole del listino tutt’altro abbordabile della X5, così come del resto è quello della 4C & C, quindi la morale è che se vogliamo i giocattoli belli, dobbiamo ahinoi sborsare cifre consistenti e siamo perciò punto e a capo nel ragionamento. Intanto il segmento dei suv è anche nel settore del lusso, quello che registra i maggiori margini di crescita e lo si evince dalla volontà di molti marchi insospettabili di calarsi nella mischia e di offrire, forse più in Cina e Usa che in Europa, cospicui guadagni a chi intende entrare in partita.
Insomma per chi vuole guardare lontano, occorrerà volgere lo sguardo verso Levante. E chi ha orecchio per intendere, intenda. Vero, Maserati?

Caro Babbo Natale


Caro Babbo Natale, il 25 dicembre si avvicina e io ne approfitto per scriverti la consu40eta letterina. Trascurando le doverose richieste, di salute per i miei cari, di pace e bene per tutti, passiamo agli argomenti “seri”, quelli che sicuramente conoscerai anche tu, se segui questo blog.

La lista sarebbe lunga, ma so che hai molto lavoro e cercherò di selezionare le richieste. Ti chiederei, in primis, di abbassare il prezzo dei carburanti : non pretendo che tu la porti a qualche cent, ma sarebbe bello se riuscissi almeno a dimezzarne il prezzo rispetto a quello odierno. In fondo, se pagassimo la benzina intorno al “1 euro”, staremmo comunque sborsando circa 2000 lire e la cifra sarebbe ben  più che congrua. Pensa: probabilmente costerebbero un po’ meno anche il cibo per le tue renne e i ricambi della slitta. Come dici? Tu vivi in Lapponia? Già, da te sono anni che avete i biocarburanti, le energie alternative e rispettate l’ambiente.

A proposito, ti chiederei di distribuire ai nostri amministratori pubblici, rapporti sul clima più precisi di quelli che abitualmente dicono di consultare, per informarli meglio sull’inquinamento prodotto dalle automobili. Per capirsi, loro citano una serissima e autorevole ricerca sulle relazioni tra inquinamento prodotto dai motori diesel e l’insorgenza del cancro. Io non intendo smentire chi è più preparato di me in materia, ma il dato si basa su motori diesel, impiegati in miniere, tra la fine degli Anni 70 e l’inizio degli Ottanta. Che i diesel di oggi o di 10 anni fa, siano un tantino migliorati? Lascio a te Babbo, che sei super partes, ogni possibile risposta, perché io non ho parole quando ascolto certi ragionamenti. E’ come se argomentassi una discussione in materia di crisi economica, facendo riferimento ad alcuni anni fa, in cui lo spread era di qualche decina di unità…

Non posso dimenticare di inserire nella mia “wish list” un bel carico di piste ciclabili nelle nostre città, ma piste vere e non strisce di asfalto “rubate” ai marciapiede o ai parcheggi, così da offrire ai ciclisti uno spazio sicuro in cui circolare. Se fosse possibile, ti chiederei di distribuire loro anche una copia del Codice della Strada, in modo che capiscano l’esistenza di regole anche per i ciclisti e non solo per gli automobilisti. Se ti avanzasse qualche copia del Codice, distribuiscila a noi automobilisti, perché penso che sia utile un po’ di ripasso anche per noi. Sai, in Italia, la civiltà e il rispetto delle regole non sono proprio come da te…

Chissà che nella tua lista, gentile Babbo Natale, non ci stia anche un po’ di ragionevolezza nei confronti di chi accusa i possessori di suv delle peggiori nefandezze commesse sulla strada: essi non le provocano perché possiedono un suv, bensì perché sono poco rispettosi delle regole. Un domani, essi  venderanno il suv per un’altra auto, ma saranno sempre dei prepotenti. Il problema è che la stampa, per cavalcare gli animi più forcaioli del “popolo”, addita i suv come arma finale contro l’ambiente, ma non si rende conto che in Europa circolino veicoli più pesanti e inquinanti, semplicemente con una silhouette meno appariscente. A proposito, Babbo, dalle tue parti, visto il clima e i km che percorri, usi ogni tanto un suv?

Proseguo la mia letterina chiedendoti di trovare un modo per far comprendere a noi italiani come ci si avvicina e si affrontano le rotonde, perché temo che molti non siano ancora preparati. Devi sapere che esistono sostanzialmente due categorie: una è composta da quelli che non entrano nel flusso di traffico fino anche non sopraggiunge nessuno per almeno 5 minuti, creando una coda interminabile alle loro spalle. L’altra corrente di pensiero è quella dei “rallisti”, che interpretano l’ingresso e la percorrenza con tempi e traiettorie tangenti, incuranti della presenza degli altri automobilisti. Accomuna poi entrambe le tipologie, l’uso praticamente assente o casuale degli indicatori di direzione, che potrebbero essere d’aiuto agli altri per comprendere le altrui intenzioni.

Ti chiederei anche di portarci tante automobili elettriche, che come saprai io non osteggio, ma per le quali nutro alcune perplessità. Magari, dico magari, ne userei una anche io in città, in settimana, per poi avere la possibilità di utilizzare nel week end, un’inquinante vettura a combustione interna, magari addirittura Euro 5.

Termino qui la mia letterina, Babbo Natale, con la speranza che tu possa esaudire qualcuno dei miei desideri. A dirla tutta, avrei un’ultima richiesta: se proprio avanzassi tempo e spazio nella tua capiente slitta, ti chiederei una Bmw M3. Grigio antracite. Opaco. Interni in pelle rossa e cerchi da 19″. Qualora ti sembrasse eccessivo, di’ pure alla tua collega Befana che nella calza mi accontenterò di trovare una Bmw Z4…

Grazie e auguri di buone feste a tutti. Ci vediamo nel 2013!

What women want


Esistono automobili “da uomo” e altre “da donna”? Ogni tanto me lo domando, senza alcuna preclusione di stampo maschilista o femminista. Il quesito, che appartiene alla categoria viaggio-in-auto-da solo-e-penso,  è prevalentemente orientato a capire se esistano automobili “tagliate” quasi su misura per un sesso o per l’altro o verso le quali si rivolge maggiormente l’attenzione di una delle due metà del Cielo.

Banalmente e più pragmaticamente, si può iniziare a ragionare sul differente approccio verso l’automobile rispetto ai due sessi:  per la gran parte delle donne, l’auto è quello che sembra, ovvero un oggetto che è poco più di un elettrodomestico “evoluto”.  Per i maschi, molti, ma non  la totalità, l’automobile rappresenta molto più di un mix di lamiera e gomma: è lo specchio di una passione, del possedere un giocattolo grande e bello, probabilmente uno specchio della propria personalità.

Lascio agli psicologi l’analisi approfondita delle eventuali turbe o nevrosi legate al concetto di “prolungamento del pene” spesso affibbiato a chi attraverso l’auto ostenta se stesso e mi limito ad osservare e ad inserirmi nella categoria di chi è ama le automobili perché…ama le automobili. Punto.

È indubbio, come accennavo in precedenza, che il senso di praticità femminile emerga sin dal momento della scelta dell’automobile, privilegiando alcune caratteristiche fondamentali: piccole dimensioni, facilità di parcheggio, bagagliaio comodo, economicità. La linea colpisce, ovviamente, ma spesso il gentil sesso sembra maggiormente disposto a sacrificare questo aspetto in funzione degli altri in precedenza elencati. Con ciò non sostengo che alle donne piacciano le auto “brutte”, ma più probabilmente si lasciano tentare in misura minore da questo fattore a dispetto, a mio avviso,  degli uomini.

I costruttori, ben consci delle malizie del marketing, spingono sempre più verso prodotti dal design accattivante, anche in fasce per così dire più “cheap”.  Come dicevo, sono molti i modelli di auto che strizzano l’occhio sia alle fashion-victims, che alle menti più razionali, quasi a voler dichiarare “Ehi sono alla moda, ma so fare bene il mio lavoro!”. È così che ad esempio la rinnovata Ypsilon o la sempreverde Mini non accennano a diminuire il loro appeal. Ci sono poi, giusto per citare un bestseller, la Panda, esempio di come l’oggetto da lavoro stia rifacendosi il trucco, poi ancora, molte automobili coreane stanno seguendo la tendenza, raffinandosi di anno in anno.

Godono di poca attenzione verso le guidatrici nostrane in particolare, le tradizionali berline, surclassate dalle varianti station wagon e ancor più dalle monovolume, di taglia media e piccola. Il modello di donna-mamma-lavoratrice impone la necessità di caricare molto e in maniera facile, nonché di usufruire di spazio a bordo: anche in questo caso siamo di fronte alla necessità di coniugare praticità d’uso e versatilità.

Non essendo a mio avviso insensibile, il pubblico femminile, anche ad una certa virilità e al senso di protezione che molte vetture offrono, è ormai routine vedere molti crossover e suv di taglia non certo mini, condotti da orgogliose proprietarie. Dunque viene smentito quanto affermato in precedenza? Direi di no, perlomeno rispetto al senso di sicurezza infuso da un veicolo possente, con un posto guida più alto della media. Esasperando il concetto, siamo di fronte ad una “corazzatura” a difesa della giungla urbana in cui viviamo.  Seriamente, ma non troppo, è probabile che molte donne anche in Europa, poiché in Usa i grossi suv sono spesso appannaggio delle mamme urbane, si sia consolidata la tendenza a guidare senza timore questi svariati metri cubi di lamiera.

Dalla mia personale indagine ho notato che le sportive attraggano (ça va sans dire) i maschi come le femmine, ma su alcune tipologie di vetture le donne penso preferiscano sedersi, mentre su altre desiderino davvero guidare. Mi spiego con un esempio: è difficile che una Bmw M3 o una M5 facciano girare la testa alle ragazze, mentre è più probabile che ciò avvenga grazie a una Z4 o una SLK. Insomma, il fascino del vento nei capelli ritengo vinca a mani basse rispetto alle supercar, magari mimetizzate dietro a modelli più tradizionali. E’ indubbia la percezione di Porsche, Ferrari, Lamborghini e così via, in primis direi legata alla percezione decisamente premium di quei marchi. Lo stesso avviene in fondo per me: una borsa Luis Vuitton è più riconoscibile che non una di Balenciaga.

In conclusione? Aria fritta? Probabilmente, ma non ne sono convinto e molte conferme giungono proprio da come si muove il marketing delle Case automobilistiche, decisamente attento a ritagliare ruoli e modelli su target molto precisi. L’idea è quella di far sentire a proprio agio l’acquirente con il proprio mezzo, con la certezza di aver scelto proprio ciò che si voleva comprare, anche se molto spesso sarà il prodotto a condizionare la nostra scelta.

Le belle automobili poi, non conoscono sesso, età, necessità di chi le compra: sono belle e mettono d’accordo tutti.

Autocontaminazione


Che il mondo (dell’auto) viva in una costante contaminazione di generi è un dato di fatto. Se seguite questo blog, avrete ormai notato come io sia appassionato di “qualunque auto mi piaccia”, ovvero non abbia una categoria di riferimento, ma “navighi a vista”, condotto dalle mie passioni.  Una delle tipologie del panorama delle auto nuove che più mi intrigano ultimamente, dal punto di vista estetico e da quello pratico, nell’utilizzo quotidiano, è certamente quella dei crossover. L’accezione è ampia e davvero trasversale, dal momento che il marketing delle aziende sfrutta massicciamente il termine, per collocare sul mercato i prodotti più trendy e per catturare il pubblico. Questa categoria spazia agevolmente dall’automobile suv ai monovolume, con numerose declinazioni, a seconda delle scelte progettuali dei costruttori.

Corro il rischio di ripetere, sia quanto sostenevo nel post intitolato “Su con i suv”, sia ciò che commentavo in altri blog in rete, ovverosia che i crossover siano presenti in tutti i segmenti e il fenomeno si stia diffondendo verso i segmenti più bassi. Nell’immaginario comune, il Suv è un veicolo enorme, ma la sua declinazione europea, è senza dubbio più “urbana” e per questo sconfina nella categoria crossover, che ingloba diverse tipologie e diverse taglie dimensionali di vetture.

La costante ricerca di novità è tra i fattori che spingono le Case a sperimentare, un po’ come avviene per la cucina, desiderosa di soddisfare i palati più esigenti.

Le utilitarie sono sempre tutte simili: ecco che si va verso un baricentro più alto, una linea di cintura più alta e fasciante, per finire magari con un aspetto da coupé. Le berline e ancor più le station wagon, pur se diffuse e versatili hanno “poco sale”? Prontamente i centri stile si adoperano per creare commistioni di “sapori” che possano essere accattivanti e che mantengano notevole versatilità. Con la crescita della propria “taglia”, il crossover “riceve” in alcuni casi la trazione integrale, che non lo renderà probabilmente invincibile, ma incrementerà la sicurezza e consentirà di “esplorare” le strade al di fuori delle città.

E se alle linee da suv si preferissero quelle delle monovolume 7 posti? Qui entrano in gioco a mio avviso gli elementi di spicco del concetto di crossover, che riguardano lo spazio a bordo e i posti a disposizione. Dagli anni ’80, anche noi europei ci siamo convertiti al culto delle monovolume che, nel tempo si sono evolute e da un lato hanno prodotto declinazioni in stile “van”, in altri casi hanno cercato di mitigare le proprie dimensioni non rinunciando a qualche tratto dinamico. La gran parte di queste vetture (in certi casi, non molti, verrebbe da dire furgoni) ha a disposizione mediamente 7 posti, ma si scende anche a 6 o ai tradizionali 5, ma con uno sfruttamento flessibile dello spazio interno, quello sì, maggiore di una station wagon, soprattutto in altezza.

In Europa le dimensioni di questi veicoli sono via via andate crescendo, per poi generare come in altri casi un sottosegmento, che poi è quello più “ragionevole” e consono alle nostre città, attestandosi sui 4,50 m al massimo di lunghezza. La sfida di progetto è più ardua, ma praticamente ogni costruttore affianca alla tradizionale station wagon, una variante monovolume o addirittura un crossover, più “attrezzato” anche meccanicamente, per affrontare il fuoristrada.

Anche i suv di dimensioni medie, si sono per così dire “crossoverizzati”: la loro immagine più rude e fuoristradistica ha sposato un abitacolo più spazioso, per offrire i 7 posti, o in alternativa un bagagliaio più capiente. E’ una scelta coraggiosa, perché in Europa la domanda di questo tipo di veicoli non è alta come negli States, ma a guardarsi attorno, se ne notano più di quanti si possa immaginare.

Il motivo di queste scelte? Suppongo sia individuabile nella flessibilità di utilizzo, nella possibilità di avere un’auto in grado di caricare oggetti e persone, di muoversi dignitosamente su ogni terreno e non ultimo, l’immagine. Sulla bilancia, anche nel senso letterale, ci sono alcuni tributi da versare: una massa più consistente, una sezione frontale maggiore, quindi consumi più elevati di quelli di una station wagon. Elevati, ma non enormi, grazie ai diesel di nuova generazione e ai molti accorgimenti per migliorare l’efficienza del veicolo.

Il crossover che possiedo, ha un consumo medio di circa 15 km/l, con una condotta regolare in città e in autostrada e qualche allungo su strade di montagna. Ed è un 2000 cm3, con una massa di circa 1600 kg. Non ambisco a nessun premio, ma credo che utilitarie a benzina con 70-80 cv non spuntino risultati molto più eclatanti e nel segmento di appartenenza c’è chi vanta consumi ancora più ridotti del mio crossover.

L’esempio che citavo vuole essere un semplice punto di partenza per comprendere quello che secondo me sarà il futuro, fatto di vetture molto trasversali, ma al contempo in grado di presentare caratteristiche di grande flessibilità. Avere 7 posti non significa utilizzarli continuamente, in virtù poi delle famiglie sempre meno numerose dei nostri tempi, ma il potenziale dei 7 posti può essere apprezzato per viaggi in compagnia, con più nuclei familiari, risparmiando il carburante di una vettura, che può restare ferma al cospetto di un veicolo più flessibile.

Se avessi disponibilità finanziarie illimitate, vorrei avere un coupé, una station wagon e un fuoristrada. Per il momento, esiste una sola risposta a molte delle mie esigenze. La prossima auto? Probabilmente un altro crossover

Corea del suv


Tempo fa, il passo rischiò di essere davvero breve. Verso cosa? L’acquisto di un’auto made in Corea. Nulla di deprecabile, ci mancherebbe, ma per me ha rappresentato un momento di svolta. E di stupore.

Ci troviamo in ambito non propriamente premium, quindi generalista, tuttavia nel mio immaginario l’aver considerato una vettura proveniente dalla Corea, è stato quantomeno sorprendente, rispetto alla mia “formazione automobilistica”, in cui per anni le auto coreane hanno incarnato, se non proprio l’eccellenza, diciamo l’emozione.

Non sono poi nemmeno tanto sorpreso, in verità, poiché l’industria coreana sta compiendo passi da gigante sui mercati europei, in termini numerici, in qualità e in design. Se ci sforziamo di immaginare una Hyundai o una Kia di 10 – 15 o addirittura 20 anni or sono, il primo pensiero che balza è senz’altro indirizzato alla “povertà” della linea e delle finiture, offerte però a buon prezzo. In estrema sintesi, le coreane apparivano come le “sorelle povere” delle jap, che già in quanto a design erano mediamente poco fantasiose.

L’ambizione dei coreani di rivaleggiare e primeggiare sui giapponesi ha fatto sì che assoldassero designer europei e creassero dei centri stile in Europa, allo scopo di sondare meglio i nostri gusti e studiare da vicino i prodotti concorrenti. La vera svolta è iniziata all’inizio degli Anni 2000.

Nell’arco di quattro-cinque anni hanno sfornato una, anzi due, gamme di prodotti davvero convincenti. La iX 35 di Hyundai o la sorella Sportage, danno filo da torcere al marketing di Ford, Nissan, Toyota e Volkswagen, per citare i concorrenti più stretti. La Soul è un esempio coraggioso di configurare un’anti Meriva-Idea&C, arrivando fino alla Juke, con un design originale e personale. E in questo periodo non è cosa da poco.

Ogni segmento, anche le cosiddette nicchie, che pure Hyundai già occupava negli Anni ’90 con la S-Coupe, sono presidiati da valide vetture: Veloster, Soul, i20, Picanto, i40 e via discorrendo. Siamo di fronte ad una potenza di fuoco davvero consistente, tale da impensierire il panzer VAG. L’ormai famoso video che imperversava sul web alcuni mesi fa, in cui Martin Winterkorn, presidente Volkswagen, esamina con attenzione tipicamente teutonica una Hyundai i30, lascia intendere quanto inizino ad essere temuti e considerati i prodotti made in Corea.

Un ulteriore e non di certo trascurabile aspetto, risiede nelle politiche di prezzi piuttosto aggressive praticate dal colosso Hyundai-Kia, che offrono vetture ben accessoriate con listini molto più convenienti, non solo di marchi premium, ma di costruttori generalisti. In più, per non svalutare l’usato, c’è la garanzia che di norma è di 5 anni, ma arriva anche a 7. Il che non è poco.

Vi domanderete cos’abbia scelto al momento dell’ordine. L’ho comprata poi, questa coreana?

No, alla fine mi sono orientato su un prodotto made in Europe, principalmente perché era quello su cui era scoccato il colpo di fulmine, poi perché, a livello di estetica c’era qualcosa che non mi convinceva appieno. La scelta di un’auto è sì un fattore economico, ma l’aspetto emozionale ricopre un ruolo per me determinante. La prossima? La decisione è ancora di là da venire, intanto qualche tabù è stato superato. Domani è un altro giorno, si vedrà.

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