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Pensieri rapidi #24


Su una strada semiperiferica, scatta il giallo mentre sono a pochi metri dalla riga d’arresto e decido, viste le condizioni, di accelerare per superare l’incrocio. Pur non essendo su una Huracàn, la mia turbodiesel fa il proprio lavoro e mi fionda “di coppia” oltre l’incrocio. Trovandomi in modalità “Eco” alzo immediatamente il piede dall’acceleratore e la vettura, più saggia di me, commuta in “veleggio”, per farmi risparmiare energia e combustibile. Il peccato è che qualche centinaio di metri dopo io debba frenare per immettermi in una rotonda, perché diversamente potrei veleggiare a velocità decorosa per altre centinaia di metri ancora. Risultato? Ho sprecato energia, perché non ho capitalizzato il surplus di accelerazione e in più ho anche dovuto frenare, disperdendo e ulteriore energia. Così, come già in altre occasioni, penso al mio stile di guida che negli anni si è giocoforza evoluto, portandomi a privilegiare la guida efficiente, verrebbe da dire a quella deficiente, ma basta etichettarla come poco saggia. Soprattutto in città ormai prediligo la scorrevolezza alle accelerazioni, con un occhio ai semafori e al traffico molto più avanti rispetto a me. Non voglio insegnare nulla a nessuno, tantomeno ergermi a modello di comportamento, ma penso che se tutti facessimo più attenzione a cosa accade 200 metri almeno oltre a noi, la circolazione sarebbe certamente più fluida, senza continui strappi e persino l’inquinamento ne gioverebbe. Poi, sia chiaro, se mi deste un giocattolino tipo Mustang, non garantirei di essere un santo tra tutti i semafori, ma intanto, come ho già detto, l’obiettivo della guida quotidiana è diventato quello di ottenere km di bonus segnalati dal computer di bordo.

Premetto e sottolineo che la politica non c’entra con quanto sto per scrivere. Mi riferisco all’annuncio della sindaca torinese Appendino, risalente ad una decina di giorni or sono, a proposito dell’uso del pugno di ferro da parte dei vigili, rispetto a doppie file e infrazioni varie. Sin da subito ho trovato – mio personalissimo parere – superfluo ancor più che demagogico il messaggio, in primis perché trovo sia poco utile dichiarare come novità ciò che è nel mandato istituzionale di una funzione, perché è come se il provveditore agli Studi rilasciasse un comunicato in cui si afferma la secca volontà di far insegnare ai docenti (è il loro mestiere, lo facciano e basta). In seconda battuta, questo genere di proclama asseconda la fame di giustizia di tutti, salvo poi far emergere il malcontento del singolo, quando puntualmente viene colto in flagrante, inveendo contro il nemico-governo-sistema. Ho esagerato, ma qui giungiamo al terzo punto, forse l’aspetto più divertente della vicenda, ma non meno significativo. Qualche giorno dopo l’annuncio, viene immortalata, ovviamente dagli avversari politici, l’auto blu che ha condotto il vice sindaco ad un incontro pubblico con cittadini e amministratori, parcheggiata sulle strisce riservate ai disabili. Apriti cielo. Ora, sapendo che il vicesindaco non guida quell’auto, mi pare sproporzionato chiederne le dimissioni, ma non mi pare affatto fuori luogo adottare procedure interne alla Polizia Municipale, al Comune e/o a chi istruisce e governa gli autisti. Serverebbe per fissare delle linee guida di comportamento, in modo che il cittadino che osserva le regole non si senta sopraffatto dal potere di chi le infrange, soprattutto se non si tratta di un’emergenza, ma di normale condotta quotidiana. Gli esempi sono importanti. Siccome non mi rimangio quanto scrissi tempo fa, rispetto al concetto di “repressione” nei confronti di chi infrange le regole, per la quale mi dimostrai favorevole, ritengo che vada attuata attraverso una circolare interna agli uffici e non sbandierata come una novità, che ben sappiamo si può estinguere in poco tempo, perché dovrebbe essere una regola. La paura, mia, è di incappare nel solerte vigile interpretato in uno stupendo film di Alberto Sordi, molto ligio, finché non multò il sindaco interpretato da Vittorio De Sica…

Passando ad argomenti ben più faceti, lo scorso Gran Premio del Brasile, di cui non tratterò alcuna vicenda di gara, per non tediare chi legge sulle assurde regole della F1, ha visto il saluto da parte dello sponsor principale della Scuderia Williams, la Martini e Rossi, che per qualsiasi appassionato significa livree su molte auto famose, Lancia, Ford, Porsche, a Felipe Massa. Devo confessare che la formula di sostituire il nome dello sponsor, con il cognome del pilota su tutti i marchi è stata semplicemente geniale, quanto umanizzante per la F1. In più, sullo spoiler posteriore faceva bella mostra la scritta “obrigado” a ribadire il concetto. Sarà stata una decisione furbamente studiata dal marketing, con un risultato di grande effetto, ma voglio far parlare il bambino che è in me, per dire che ogni tanto qualche gesto di sport e di educazione non guasta, soprattutto per un pilota, magari non fuoriclasse, ma veloce ed educato, tanto quanto sfortunato. Non capita a tutti di vincere una gara, l’ultima, laurearsi Campione del Mondo e perdere il titolo pochi secondi dopo perché il pretendente si è classificato quinto, grazie ad un sorpasso ottenuto in maniera molto generosa. Chissà cosa avrà pensato Hamilton in proposito. E chissà Timo Glock…

 

Scuola guida


La zona in cui si trova il mio autolavaggio abituale è altresì frequentata da molte scuole guida, perché con i loro allievi possono testare numerose manovre, essendo presenti salite, precedenze a destra, stop e segnaletica varia. Incrociando i futuri utenti della strada, ripenso prima di tutto alla mia esperienza di scuola guida, secondariamente mi piace osservare gli atteggiamenti e i movimenti dei guidatori in pectore. Senza elevarmi ad istruttore, basta poco a rivelare la percezione di molti per guida e traffico come un “problema”, una fatica, quindi temo saranno guidatori svogliati o timorosi. I più disinvolti sono difficili da individuare dall’esterno, perché le manovre sono molto “legate” per capire a colpo d’occhio se uno faccia il “ganassa” già da subito. Per dovere di cronaca, io mi devo inserire in questa categoria, perché pur se a scuola guida sia mai stato redarguito, confesso che il mio istruttore mi consigliava sempre di non sopravvalutarmi e con il senno di poi, un po’ di maturazione e una Cinquecento Sporting rovesciata per eccesso di impeto, confermarono una certa ragione. Del resto la “lezione” mi è servita e ho sempre cercato di migliorare, nel mio piccolo, guida e senso di responsabilità.

Tralasciando la parentesi personale, che in un blog intitolato “Autoanalisi” non può mancare e a proposito delle scuole guida, credo che andrebbero rinominate in scuole di comportamento alla guida o al più di avviamento alla guida, perché pur se da appassionato ho apprezzato lo studio di alcuni argomenti, ciò che viene insegnato è secondo me legato ad un mondo che nel frattempo non esiste quasi più, un po’ come certi limiti di velocità, che sembrano tarati sulla Fiat 127, più che per il mondo moderno. Lungi da me criticare quiz su precedenze, anche se poi su strada, pur avendo studiato incroci a 5 strade più tram, capita che la semplice precedenza da destra sia disattesa dai più, che non si interrogano neppure sul tipo di via che stanno percorrendo (ne ho conferma ogni mattina, 100 m dopo l’uscita dal box) ma valutano il diritto in base alla larghezza della via, sbagliando, ovviamente.

Non voglio criticare neppure gli istruttori, sia chiaro, ma che credo si trovino a insegnare e valutare modi e modalità che molti forse assorbono con sufficienza, come se guidare fosse un atto dovuto e non fosse poi così importante sapere tutto prima. E’ indubbio che l’atteggiamento del singolo influisca sul risultato finale, anche nella modalità di apprendimento. Qui torno alle righe iniziali, facendo riferimento al modo che ognuno di noi ha di vivere la guida: per alcuni è sofferenza, fastidio necessario, per altri come me è piacere di apprendere una tecnica e provare a migliorarla, evolverla. Va da sé che in circolazione ci siano tutti gli appartenenti alle varie categorie e che ognuno dovrebbe fare la propria parte per non appropriarsi della strada, né chi si crede prudente su una statale a 50 km/h, ne chi ci viaggia a 130 perché “tanto non c’è nessuno”.

Tornando a ciò che pensavo sulle scuole guida, continuo a pensare che la guida vera sia ben altra rispetto a quella insegnata, che può essere certamente il lasciapassare per capire a cosa servano un volante e  dei pedali, ma che anche per la circolazione in città, occorrerebbe possedere ben altre doti e riflessi, in modo da interagire sempre al meglio con pedoni, ciclisti, motociclisti, perché ad esempio guidare di sera, sotto la pioggia non è uguale a farlo di giorno, così come non lo è in autostrada con la nebbia o, chiudo, provare a frenare su un fondo sdrucciolevole. Non tutti provano a farlo in una strada isolata, per “capire”, ma sarebbe necessario.

Non voglio apparire oltremodo trombone, ma invecchiando sto sviluppando un differente rapporto con la percezione dei rischi che mi si presentano davanti e attorno, notando sovente di essere il solo o quasi a percepirli e la cosa non mi mette per niente di buon umore.

Discesa (non) libera


Riflettendo a mente libera, ho ripensato al fatto di non gradire la guida in discesa, intendendo ovviamente non quella di una rampa di un box o di un supermercato, bensì numerosi km compiuti magari dopo aver valicato un passo montano. Sia chiaro, non agisco nel panico adottando uno stile da neopatentato, ma soprattutto guidando con brio, gradisco poco la sensazione di essere “trasportato” dalla strada. Se poi si aggiunge un poco di traffico, il disagio sopravviene fisiologicamente dalla guida in colonna, che amplifica il tira e molla, sommando i tempi di reazione, molto diversi, degli automobilisti. Alle volte non è nemmeno sufficiente mantenere una certa distanza, già utile per limitare le frenate e gestire meglio i rallentamenti, ma spesso lo spazio viene occupato da chi vuole sorpassare l’intera colonna, per aggiungersi all’elenco dei “frenatori in faccia” a chi segue.

Guidando ormai da 13 anni vetture a gasolio, sono abituato ad un certo freno motore in rilascio, che sovente utilizzo in discesa per mitigare la frenata, ma noto come siano invece parecchi i guidatori che usano moltissimo il pedale del freno, anche in luoghi dove forse è più psicologica che reale l’idea che la frenata serva, visto che spesso, subito dopo riaccelerano. A volte sarebbe sufficiente una visione più a lunga distanza e un uso del rilascio più calibrato, per poi eventualmente riprendere la vettura con l’acceleratore. Il tutto, sia chiaro, a bassa velocità, perché non sto parlando di traiettorie da pista, ma di piccole brevi manovre, su cui gli effetti di sotto o sovra sterzo non incutono timori.

A proposito di discesa, ad una di esse è legato uno degli episodi più “pericolosi” che io ricordi nei tempi recenti, proprio legati ad un certo senso di impotenza. Dicembre 2013, ritorno del primo weekend della stagione sciistica, domenica sera, poco dopo il tramonto. Il giorno precedente era nevicato, fino a bassa quota, ma le strade erano perfettamente sgombre. Sulla Statale 24, ad un certo punto, poco prima di Susa c’è la possibilità di deviare dal tracciato e imboccare una stretta strada, in discesa e con curve e tornantini, che permette di saltare i cosiddetti “tornanti di Susa”, dove si possono formare code e rallentamenti. E’ una strada che conosco come le mie tasche, in salita come in discesa, ma quel giorno commisi non uno, ma due errori. Il primo fu imboccare la scorciatoia, il secondo fu di farlo con la vettura sostitutiva che guidavo al momento – una trazione posteriore, senza purtroppo le gomme invernali – facendomi pentire amaramente della scelta, dopo appena un centinaio di metri. Il motivo? La strada era pulita dalla neve, ma quello che sembrava umido era in realtà uno strato ghiacciato. Con un pizzico di freddezza e di fortuna riuscii a rallentare la marcia fino al passo d’uomo, evitando di andare a muro, giacché praticamente tutto il km o poco più scorre tra uno due muretti di contenimento. A completare la sciagurata decisione, il minore freno motore, dovuto al cambio automatico. In barba al risparmio di tempo, ricordo di essermi mosso ad una velocità inferiore a quella che avrei avuto percorrendo la strada di corsa, ma a quel punto la priorità era di portare a casa la pelle, anzi la lamiera, per di più di una vettura non mia.

Inutile dire che non si debba mai sottovalutare la situazione, né il mezzo che si sta utilizzando, che per inciso non era un “cancello”, ma senza le gomme termiche era notevolmente in crisi. Al di là della questine un po’ romanzata, il fattore determinante era la mancanza di grip, con gomme inadeguate. In salita, con le termiche avevo avuto occasione di arrampicarmi durante una copiosa nevicata ,in maniera un po’ rallistica, ma efficace con una Bravo mjet, che però aveva le ruote motrici anteriori ed anche questo è un fattore da non trascurare. Del resto, non andrei mai a correre con i mocassini, dunque le scarpe sono sempre fondamentali.

Tornando alla discesa, che obbliga a frenare di più e sbilanciare un po’ le masse in gioco, continuo a preferire la salita, dove il gioco di traiettoria è anche questione di acceleratore e motore. La discesa, però mi piace assai sugli sci e in bicicletta, ma qui entrano in gioco altri meccanismi mentali.

Avrò chiuso il gas?


Non voglio interrogarmi su quel che vi sto per raccontare e se ciò possa o meno essere interpretato come un segno dei tempi o piuttosto dell’invecchiamento. Mio. Mi riferisco alla mia più recente passione e modifica dello stile di guida, in trasformazione da “energy dissipator” a “energy saver”. Vi avevo già scritto mesi fa a proposito della dieta da acceleratore in settimana, con lo scopo di “regalarmi” degli sforamenti durante il week end, su strade in cui far arrivare un po’ più in alto la lancetta del contagiri. Ebbene, ormai sto convertendo progressivamente lo stile di guida in prospettiva di massimizzare la resa e minimizzare il consumo.

Confesso, ipocritamente potrei addurre motivazioni ecologiste, che il cambio di rotta sia prevalentemente mirato al risparmio di carburante, il cui prezzo negli ultimi 10 anni è praticamente raddoppiato, ovvero è come se il serbatoio fosse diventato più grande o più piccolo, a seconda di come si voglia interpretare lo svantaggio-cliente, perché in sostanza è dimezzato il nostro potere di acquisto. A completamento del mio coming out, aggiungo che probabilmente se avessi a disposizione del carburante meno caro, le mie accelerazioni sarebbero spesso più decise, pur se inutili ed ecologicamente scorrette.

La quotidianità mi porta ad essere maggiormente “predittivo” nel traffico, sfiorando il pedale del gas e osservando con attenzione il traffico, gli ostacoli, i semafori, per sfruttare inerzie e fasi di rilascio. Idem con i rallentamenti e le rotonde, dove magari l’istinto mi indurrebbe a cercare un approccio “racing”, arrivando a tirare la staccata a ridosso, per poi riaccelerare “di coppia” e partire. In questi casi, laddove è possibile, ormai lascio scorrere la vettura dalla distanza e, con poco gas rilancio l’andatura. Lungi da me impartire lezioni di guida a chicchessia e ancor più tengo a precisare che è possibile mantenere ritmi e andature non “da nonno” mantenendo una certa attenzione al consumo e ai comportamenti.

Viene in aiuto a ciò, contribuendo a stimolare quella che può essere la nuova sfida quotidiana, il tasto “eco” presente sulla mia automobile, attraverso il quale so di addolcire la curva di coppia, di ottimizzare i consumi di elettricità e tutti quegli assorbimenti ritenuti non continuamente indispensabili. La sfida è dunque “contro” il display che mi informa su quanto sia “Eco” la mia guida e che mi permette di vedere salire o scendere il valore visualizzato. Così, per assecondare lo spirito di competizione, l’ipotetico avversario da battere non è il cronometro (siamo su strada e certe cose sono vietate), bensì l’econometro, conscio del fatto che il risultato della performance andrà a mio vantaggio se sarò stato bravo e di riflesso ne trarrà giovamento l’ambiente.

Sono ormai parecchie le vetture dotate di dispositivi di contenimento dei consumi ed è un campo in cui la Fiat è stata (una volta tanto) pioniera qualche anno fa, organizzando un challenge sul web tra tutti i proprietari, con la possibilità di condividere le proprie prestazioni, al fine di valutare chi fosse il guidatore più ecologico. Va da sé che per essere più “eco” nella guida si debba adottare uno stile non dispendioso, quindi anche i consumi ne trarranno giovamento.

Non che ambisca a inserirmi tra i “nemici del Pianeta”, ma confesso di vivere una punta di frustrazione in questo nuovo comportamento e ammetto che, se potessi essere meno attento, presumibilmente lo sarei e godrei di quel piacere che solamente chi è appassionato comprende, ovvero la spinta, l’accelerazione e il rombo di un motore che “prende i giri”. Sono conscio di aver appena sostenuto un’idea politicamente scorretta, ma ci sono (sarebbero) emozioni alle quali è difficile rispondere con razionalità. Riconosco tuttavia che l’aver sposato il nuovo trend in fondo non mi dispiaccia, perché (almeno per indorarmi la pillola) si tratta pur sempre di affinare la tecnica di guida e di cimentarsi con un avversario fittizio, con la consapevolezza di dare un (minimo) contributo all’ambiente. Poi, ogni tanto una sgommata liberatoria me la concederete, no?

On the road


L’argomento non è di quelli da affrontare a cuor leggero ma, non fosse per il fatto che la cronaca quotidiana sia ahimè infarcita di episodi come questi, mi sento in “dovere” di condividere con voi il mio parere in materia di incidenti stradali.

Più che i fatti, occorre analizzare lo stile e il tono che spesso i giornali e i telegiornali adottano quando si deve descrivere i tristi episodi. Trattandosi di cronaca, i media dovrebbero innanzitutto limitarsi a raccogliere e divulgare informazioni relative ai fatti ed eventualmente alla dinamica, se già conosciuta. Invece, spesso si è costretti a sentire o a leggere “curva assassina”, “rettilineo fatale”, “pioggia mortale” e così via in un tripudio di accoppiate sostantivo-aggettivo che hanno l’intento di colpire l’uditore. L’effetto a mio parere è quello di disinformare o quantomeno di informare male, dal momento che si manifesta spesso un senso di “pietà” o di “pietoso rispetto” nei confronti di chi è rimasto vittima e magari aveva anche causato l’incidente. Io non ritengo che si debba infierire o mancare di rispetto a chicchessia, ma se uno ha compiuto una manovra imprudente, se non ha rispettato i limiti, di velocità e del buonsenso, andrebbe indicato semplicemente come chi ha compiuto l’infrazione.

Per educare, per far sì che il lettore o lo spettatore provino una qualsivoglia empatia – che può tranquillamente manifestarsi: non mi ritengo un mostro – andrebbe superato l’atteggiamento “penoso”  e sottolineata invece la condotta. Provo a spiegarmi: se chi guida è ubriaco, imprudente, incosciente e mette a repentaglio la propria vita e quella degli altri, andrebbe trattato come uno che “ha scherzato con il fuoco e si è bruciato” ; se si è poi bruciato tanto è perché giocare con il fuoco implica esattamente questo rischio e non lo si può pensare come uno scherzo del destino.

Mi scuso per la crudezza del ragionamento, visto che frequentemente i coinvolti negli incidenti sono giovani e giovanissimi guidatori e passeggeri, ma proprio per questa ragione andrebbe proposto loro un modus operandi , anzi narrandi, che facesse capire come non sia la strada a rivoltarsi contro i guidatori, ma sono i cattivi comportamenti a generare effetti talvolta disastrosi.

Giusto per non apparire più trombone di quanto non sia, cito ad esempio un episodio personale, fortunatamente conclusosi bene, visto che sono qui a raccontarvelo. 19 anni, 500 Sporting (54 cv, dunque non una Porsche) e una strada che conoscevo molto bene anche da non patentato. La voglia di sentirmi pilota mi porta, notte dopo notte, a voler approcciare l’ingresso di una rotonda, la sua percorrenza e l’uscita, via via più rapidamente. Nessuna velocità iperbolica, del resto la velocità va messa in relazione alla dinamica e alle leggi della fisica ed è così che, inevitabilmente, una volta oso di più e una delle mie ruote sfiora un cordolo a sinistra, si intraversa e colpisce il cordolo a destra, cappottando. Tre volte. Interminabili e distruttive. Cosa aggiungere? Imprudenza e poi fortuna di “aver portato a casa la pelle, aiutata semplicemente dalla cintura di sicurezza. Sarebbe stata un’ottima “strage del sabato sera”, ma io, che ancora oggi provo vergogna per la stupidaggine commessa, la derubricherei a pura e semplice imprudenza, da “condannare” e non giustificare o peggio ancora accostare ad analisi sociologiche particolari.

Quindi, in analogia con quanto avviene in materia meteorologica, sarebbe opportuno abbandonare il tono sensazionalista e adottarne uno più realista, che permetta realmente di informare, educare, senza spaventare. È un meccanismo simile a quello che porta ad abusare del termine “pirata della strada”, che può significare tutto o niente e spesso viene poi appioppato ad intere categorie, come i possessori di suv. Sono perfettamente consapevole del fatto che molti di essi commettano infrazioni, ma dal momento che nelle nostre città circolano più berline che suv, credo che statisticamente siano le prime a rendersi protagoniste di manovre “allegre”. Va da sé che una manovra di una Punto o una Fiesta passi più inosservata di quella che può effettuare una Q5 o una X5.

Nessuna difesa d’ufficio per nessuno, men che meno per i possessori di suv, piuttosto l’accusa va agli “umani” a noi, a chi non valuta i pericoli o non ha rispetto per gli altri, pedoni, automobilisti, ciclisti. Mi rendo conto di apparire persino un po’ demagogico con queste affermazioni, ma ritengo che prima di tutto sia necessaria una corretta educazione, accompagnata da modelli “positivi”, che possono essere rappresentati anche dalla Tv o dai giornali, sebbene già dalla scuola dovrebbero insegnarci a stare correttamente in strada. On the road.

Occhio alle curve


Consueta apertura con premessa. In questo post tratterò il tema della velocità, ma non per tesserne un elogio fine a se stesso. La velocità è, se vogliamo, l’essenza dell’automobile, anzi degli automobili, al maschile, in omaggio al manifesto dei Futuristi degli anni 30 del Novecento. All’epoca l’oggetto automobile incarnava progresso, dinamismo e tecnologia, con sensazioni che al giorno d’oggi è difficile evocare. Mi sento di spingere in avanti il paragone e associarlo a quanto oggi ci trasmetterebbe il teletrasporto, se iniziasse a diffondersi. Ciò detto, per provare a fornire una radice della sensazione di velocità, tuttavia potremmo spingerci sino alle corse sulle bighe e forse ancor prima, per trovare esempi in cui il movimento a forte velocità ha fornito all’uomo una certa ebbrezza.

L’automobile (insieme alla motocicletta) ha indubbiamente “democratizzato” il concetto di velocità, in particolare dal secondo Dopoguerra, con la motorizzazione di massa. Il solo fatto di viaggiare, sulle nuove autostrade, pur se a bordo delle utilitarie dell’epoca che lambivano i 100 km/h era in sé motivo di grande soddisfazione. Non che il muro dei “100” non fosse mai stato abbattuto prima, tutt’altro, visto che le sportive da 200 km/h  e oltre esistevano già, ma il fatto che tutti potessero essere motorizzati e potessero assaporare l’ebbrezza della velocità, ne colloca a mio parere l’origine in quel periodo, almeno come “godimento automobilistico”.

Inoltre e non esclusivamente nell’immaginario collettivo, ma a partire da quanto le Case stesse propongono, la velocità è uno dei parametri secondo i quali si valuta (per non dire vende) una vettura. Sin da piccoli cresciamo con la domanda “quanto fa?” ben impressa e persino chi non è avvezzo alle questioni automobilistiche, ponendosi di fronte ad un’auto sconosciuta la affronta, seppur sommariamente, domandando quale sia la sua velocità massima. Il secondo probabile interrogativo sarà “quanti cavalli ha?”, forse ignorando il nesso tra i due fattori, dove la velocità è proprio conseguente alla potenza espressa.

Giungiamo al punto, ovvero a ciò che per chi è appassionato di auto, conta davvero: velocità sì, meglio se intesa come velocità massima di percorrenza. Proverò a spiegare quello che emoziona di più me. In sostanza, non mi diverte tanto la velocità assoluta in rettilineo, quanto la quella “massima possibile” (tenendo conto dell’esistenza della forza di gravità) ad esempio in curva. Ovviamente non significa che io trasformi nel “Turini” qualsiasi tragitto non rettilineo, ma non nego che il piacere di “sentire” una vettura, condurla con lo sterzo e giocare di freno e acceleratore, sia impagabile, rispetto al “pigiare tutto” il gas e raggiungere velocità da decollo. A volte ciò può essere emozionante, ma sul lungo periodo lo trovo poco appagante.

Lo “spingere tra le curve” poi, può anche essere divertente e non necessariamente va condotto a ritmi folli. Ogni auto ha i propri limiti (per non parlare del guidatore) e se la si conosce bene, può essere sfruttata senza maltrattamenti e può restituire un minimo di soddisfazione. Bisogna sempre tenere sotto controllo la situazione del traffico, visto che ci si trova su strada, quindi prima di tutto va salvaguardata la sicurezza.

A questo fattore contribuisce e fornisce un aiuto “divino” l’elettronica, come ho avuto modo di raccontare in altri post e non mi sento di condannarne la presenza, anche se concepita come “aiutino”. In fondo non si tratta di “staccare il tempone” sul giro, quindi l’obiettivo principale è il divertimento in sicurezza.

Per spingere forte, perlomeno per provarci, c’è la pista, luogo in cui le velleità di ogni piede pesante, vengono ridimensionate. Già, perché là, in pista, si è da soli con l’asfalto e le curve. Non ci sono ostacoli e le accelerazioni e le frenate assumono un senso differente. Si possono affrontare traiettorie e occorre essere precisi. Bisogna resettare la mente e tararla su nuovi riferimenti. E’ una bella esperienza, che consiglio a chi ha il piede pesante, perché consente di valutare davvero quanto si vale e al tempo stesso di apprendere quanto un certo stile di guida possa risultare pericoloso su strada.  Anche in questa circostanza, a prescindere dal veicolo, ci si misura con la “velocità che è in grado di sviluppare” ed è indubbio che una M3 possa offrire più emozione di una Panda, al prezzo di maggiori difficoltà nel condurla al limite e del rapporto con la sua indole più esuberante. Come è giusto che sia, ma ribadisco chiunque può scoprire a mio parere un’auto diversa nella propria, se la guida in pista.

In autostrada, invece è decisamente meglio optare per il cruise control e avere poche preoccupazioni, per sbizzarrirsi, non mi stanco di dirlo, senza esagerare e con indubbia soddisfazione, su un percorso ondulato, ricco di curve.

In fondo, lo sosteneva già Stirling Moss: “i rettilinei sono soltanto i tratti noiosi che collegano le curve”.

The passenger


Durante il periodo di quasi totale inattività di scrittura, causa dito della mano destra fratturato e tumefatto, ho dovuto forzatamente rinunciare, tra l’altro, a guidare. Impossibile e indubbiamente non “da Codice” l’utilizzo del cambio, con una sporgenza di alcuni centimetri dal dito (pur se con un automatico le cose sarebbero andate bene) e certamente poco sicuro dover tenere il volante in una condizione di mano poco flessibile e reattiva. Quindi nisba, niet: fermi ai box.

Per questo motivo mi sono dovuto calare in un ruolo che non ricoprivo più da anni,  al quale avevo  quello “da protagonista”, ovvero il passeggero,  in auto, “di famiglia” o di amici finanche ai mezzi pubblici, che mai ho sfruttato come nelle ultime settimane. Il giudizio su questi ultimi, da parte di chi ha sempre avuto fortuna e possibilità di disporre di un’auto per spostarsi, sin da ragazzo, è per così dire altalenante. Se da un lato possa affermare che nel breve tragitto, i mezzi pubblici risultino concorrenziali, su tutti la metropolitana, d’altro canto su distanze e conseguenti tempi di trasferimento più lunghi alimentano da parte mia una certa sofferenza interiore, che mi fa sentire “prigioniero” del mezzo e del suo percorso. E’ indubbio che con l’abitudine all’utilizzo si presti meno attenzione all’orologio e si calibri il proprio spostamento su un “fuso” differente, per non tardare ad appuntamenti, ragionando su una differente velocità di spostamento, che tuttavia “taglia” poi la ricerca dell’eventuale parcheggio, quindi magari pareggia un poco i conti.

Tra i possibili vantaggi dello spostamento con i mezzi pubblici c’è il risparmio sui costi di utilizzo dell’automobile, considerando comunque inevitabile che l’auto costi persino da ferma (parcheggio/box, assicurazione, eventuali rate, svalutazione) e che l’unico risparmio si attui privandosi del possesso. Sta di fatto che molti automobilisti scelgano, almeno in settimana, di non utilizzare l’auto, per risparmiare sul costo del carburante, contribuendo inoltre alla riduzione del traffico e dell’inquinamento, pur se io credo che il motivo principale risieda nel costo carburante…

Non sta a me tifare per l’auto o per il mezzo pubblico, perché non è la sede per alimentare integralismi, piuttosto i miei ragionamenti sono nati da un insolito punto di osservazione. Essendo io un instancabile “criticatore”, mi sento di dire che gli autisti dei mezzi pubblici dovrebbero adottare condotte un poco più “fluide”, perché non di rado i passeggeri vengono strapazzati a bordo dei veicoli, talvolta anche a causa di automobilisti irresponsabili, ma per questo, un guidatore di professione, dovrebbe imparare a prevenire i pericoli e a comportarsi in maniera non intimidatoria con gli altri, rispettando semafori e strisce pedonali. Temo che a causa di tagli e di spese pubbliche poco oculate, si sia ultimamente lesinato sulla selezione di autisti, che hanno nelle loro mani e nei loro piedi la responsabilità di decine di persone e non dovrebbero telefonare o ascoltare musica, almeno non in servizio…

La mia panoramica da passeggero termina con la mia esperienza a fianco di un guidatore, amico o di famiglia e qui non farò nomi, né riferimenti, bensì una premessa: nemmeno io al volante mi reputo un santo. Questo per poter esprimere giudizi sugli altri, non considerandomi al di sopra di nessuno. Ho anche io le mie debolezze e il mio modo di essere automobilista, ma posso assicurare che seduto sul sedile “sbagliato” provi una sensazione di disagio e “di paura”, forse perché vorrei condurre il gioco e soprattutto vorrei farlo a modo mio. Da buon auto-critico, ho notato molte posizioni di mani un poco “volanti” e talvolta uno stile di frenata fin troppo a interruttore, che contribuiscono creare nel passeggero la sensazione di tensione continua. Perfino qualche taxista mi ha sorpreso, poiché mi sarei aspettato da un “principe della strada”, un modo di guidare ben più confortevole, invece talvolta la mia aspettativa è stata tradita.

Dal mio ruolo abituale, ovvero quello con il volante tra le mani, ho sempre cercato di adottare due modalità di guida: da solo e con passeggeri, che differiscono nello stile, per una diversa aggressività sui pedali e una differente scelta di “osare” in certe situazioni, ma sono consapevole di quanto sia difficile essere un buon conduttore, tanto che esistono appositi corsi di guida per insegnare proprio a “fare il trasportatore” di passeggeri.

Come avrete dedotto, la mia impazienza di tornare al volante è particolarmente evidente, con la promessa però di aver fatto tesoro di quanto ho appreso cambiando ruolo in automobile, per poter migliorare la qualità dei viaggi in compagnia e la convivenza con gli altri automobilisti. Nel frattempo ascolterò “The passenger” di Iggy Pop…

Miao


Chiunque segua il mio blog sa che non pubblico e/o recensisco prove specifiche di vetture, tuttavia piacendomi il mondo-automobile a 360°, se ho occasione, effettuo test drive. Niente di sconvolgente fin qui, però come immagino accada a molti di voi, ho il mio “vocabolario di sensazioni” e definizioni  attraverso cui giudico ciò che guido.  Nel mio “bagaglio emozionale”, uno dei comportamenti che mi hanno sempre colpito, è quello che amo definire da “gattona”. Tenetevi dunque pronti ad aggiungere alla mia cartella di “Autoanalisi” clinica questa ulteriore turba, per connotare un comportamento ben preciso della vettura.

Nel mio vocabolario, essere una “gattona” o meglio, comportarsi come una gattona (d’ora in poi, senza virgolette) significa possedere i pregi di un felino, inclusa l’aria sorniona e il comportamento docile, per poi sferrare la zampata quando serve. Chiaramente non stiamo parlando di caratteristiche da supersportiva – quelle graffiano e basta – piuttosto di vettura da granturismo. Significa possedere la capacità di lasciarsi condurre in souplesse quando non occorre – avete presente il “ron ron” pacioso di un micio? – per poi andare “via di coppia” e prendere i giri, con l’agilità e la prontezza tipica di un felino.

E’ evidente che, non potendo permettermi di guidare grossi e plurifrazionati motori a benzina, abbia individuato nel diesel con turbina ciò che è in grado di soddisfare maggiormente la felinità. La capacità di riprendere rapidamente e in maniera corposa sta diventando per me sempre più una discriminante, per giunta in periodi di costante crescita del prezzo dei carburante. Il motivo è semplice: più il motore è pronto e non “gira in alto”, meno sta consumando.

Nel comportarsi da “gattoni”, è quindi compreso l’essere anche silenziosi, ma non muti, poiché un po’ di presenza sonora serve a testimoniare che il potenziale c’è, ma solamente non è utilizzato in una condotta tranquilla. Sotto questo aspetto i motori a gasolio hanno indubbiamente meno appeal rispetto ai V6 o addirittura ai V8 a benzina, per non parlare dei V10 dal ruggito metallico, ma la tecnologia e le attente orecchie degli uffici marketing  hanno prodotto risultati impensabili sino a qualche anno fa. In che modo? In quello più ovvio ed efficace, cioè con un sistema di amplificazione in abitacolo del sound del motore, che viene “corretto” in qualche sua frequenza per allietare l’orecchio del guidatore e non assordare quelli dei passanti. I “tre tenori” dell’automobilismo mondiale, Audi, Bmw, Mercedes hanno introdotto questa tecnologia su alcuni modelli e non escludo allargamenti verso il basso negli anni a venire.

Tornando al comportamento da “gattone”, rigorosamente al femminile, perché l’automobile è femmina e in fondo su questo si basa molto della dote di seduzione, la percezione di questo stato mi porta a privilegiare l’essere e non l’avere, l’understatement rispetto all’ostentare, in una concezione stilistica più teutonica e meno latina o addirittura asiatica.

Esternando questa sensazione spero di aver chiarito che è molto soggettiva, ma è altresì “emozionale”, toccando corde che per ciascuno di noi sono differentemente suscettibili o, addirittura per nulla, ma se mi seguite da qualche tempo avrete certamente intuito che per me l’automobile è ben diversa dall’essere un elettrodomestico. Miao.

Restart(&stop)


Le vacanze estive sono un ricordo ed è ormai  ripresa la vita consueta, che trascorre, almeno automobilisticamente parlando,  nel traffico cittadino, tra semafori e code. Questo mi fa venire in mente lo Stop&start. Il collegamento è inevitabile, non fosse altro per la sempre maggiore diffusione di questo dispositivo, ormai montato sulla quasi totalità delle auto di nuova introduzione sul mercato.

Il principio su cui si fonda è elementare: a motore spento non si consuma. Non si discute. Si può invece eccepire sul fatto che il motore, in linea generale, non sia “adatto” a spegnersi  e riaccendersi continuamente, previa una serie di dispositivi ad hoc. Occorre un alternatore maggiorato, in grado di caricare più e meglio la batteria, che a sua volta deve essere potenziata per alimentare i dispositivi a motore spento; inoltre sono necessari ulteriori elementi necessari a mantenere l’accensione nei cilindri sempre con “il colpo in canna”. E’ richiesta poi una minima presenza di elettronica che governi e impartisca le istruzioni di stop in stop, per decidere all’occorrenza di non far intervenire il dispositivo.

Prestate anche voi attenzione, ed è una cosa che continua a farmi un certo effetto: allo scatto del semaforo verde vi è sempre più di frequente una sinfonia di motori che si riavviano, in un riprendere di giri incalzante. A ben vedere, anzi a ben sentire, l’intervento di questo dispositivo sottosta a molti fattori di utilizzo della vettura, vale a dire motore a freddo, troppo freddo all’esterno, condizioni di maggiore richiesta di corrente della vettura, per cui l’effettivo “stopping&starting” si riduce di parecchio, almeno rispetto alle aspettative iniziali.

E’ prevista anche l’escludibilità attraverso un pulsante e in modo da non rendere stressante per il guidatore la presenza dell’eventuale “singhiozzo”. Da quel che leggo e sento, molti più automobilisti di quanti possa immaginare, non  gradiscono lo spegnimento del motore e non sono propensi a riadattare il proprio stile di guida alle partenze al semaforo. Occorre, è vero, un minimo di assuefazione e in particolare va “riprogrammata” la nostra centralina, per riabituarci a mettere in folle e poi, un istante prima di ripartire, inserire la marcia e lasciar riaccendere il motore per una pronta partenza al semaforo.  Mi è capitato infatti di assistere a “rispegnimenti” involontari, penso a seguito di partenze troppo brucianti anche per un dispositivo automatico.

La mia attuale auto è dotata del famigerato dispositivo e devo dire che non ho avuto alcuna esitazione, tantomeno problemi di riadattamento, tanto che non disinserisco nulla mai e cerco di fare tesoro della presenza  di un ulteriore ausilio per risparmiare preziose gocce di carburante. Non nascondo che faccia un certo effetto “sprofondare” nel silenzio ad ogni semaforo, con lo stupore magari di qualche passeggero che si domanda il motivo dello spegnimento. Resta da superare, quella sì, la paura di “rovinare” il motore, legata al fatto che sino a qualche anno fa l’accensione e lo spegnimento non avvenivano di continuo e si pensava per questo di logorare parecchio gli organi meccanici.

In conclusione, non mi sento affatto di “pensare male” di questa soluzione adottata dalle case per ridurre i consumi. Certamente, il reale beneficio nell’uso quotidiano è di gran lunga inferiore a quello che si rileva nei cicli di omologazione delle vetture, ma del resto chiunque sa che i dati stessi dei consumi dichiarati sono parecchio distanti da quelli reali, perciò lo stop&start può essere visto come un ulteriore ausilio, qualcosa insomma, che “è meglio avere che non avere”. Del resto c’è chi critica ancora l’Esp o, addirittura, il climatizzatore…

Mi fido di te


La citazione di un brano di Jovanotti è puramente casuale, ma si addice perfettamente a quanto mi è occorso in test drive Bmw con sistema di trazione Xdrive qualche tempo fa. Va da sé che quanto sto per raccontare è applicabile ad una moltitudine di automobili dotate di pacchetti tecnologici simili.

Discesa con fondo innevato, compresso e sdrucciolevole. HDC (ovvero dispositivo che controlla la vettura in discesa, frenandola e monitorando l’aderenza delle ruote) inserito che si comporta, semplificando i concetti, come un cruise control da discesa. Sfioro il gas e prendo velocità, ma se alzo il piede, mi accorgo che non c’è praticamente inerzia, bensì un filo di resistenza. L’istruttore al mio fianco mi illustra le caratteristiche del sistema e mi spiega che l’elettronica vigila sino a 60 km/h. Curva a destra. Istintivamente tocco il freno, perché percepisco che l’inerzia stia aumentando. Errore. Blu e non rosso, come spiega Stefano, dal sedile del passeggero, poiché l’elettronica “ha supposto che io sapessi quel che stavo facendo” e si è disinserita, lasciando fare esclusivamente all’Abs. Se mi fossi “fidato” del HDC, avrei dovuto lasciare “andare” l’auto con la velocità “elettronica” , per poi sterzare con dolcezza e senza timore. Avrei dovuto superare il mio istinto che suggeriva la possibilità di una repentina perdita di aderenza, con il risultato che agendo d’istinto, l’avrei provocata proprio io!

Altro esempio. Con una X5 dotata dello stato dell’arte dei sistemi Xdrive abbiamo percorso una rampa in forte pendenza in salita, poi un’altrettanto ripida discesa. La struttura era in metallo, parzialmente sdrucciolevole, anche in questo caso si trattava di superare alcuni comportamenti istintivi per sfruttare il corredo tecnologico della vettura. Più significativo ancora, è stato il “twist” in cui si sollevavano alternativamente le ruote anteriore destra, posteriore sinistra e viceversa, sul lato opposto. Ci si trovava perciò ad avere due ruote in presa, una per asse e una per lato (una stanghetta di X alla volta). Ovviamente il percorso era studiato ad arte, al fine di esaltare la tecnologia della Bmw ma, con l’ausilio dell’istruttore, si poteva agire e comprendere quanto il sistema fosse in grado di fare, superando nuovamente il timore di toccare il freno dalla paura.

La riflessione che è scaturita in me riguarda in particolare la presenza dell’elettronica, come avevo già scritto in altre occasioni e la necessità di affidarsi ad essa. È superfluo ribadire che non ci si debba affidare alla cieca, pensando di essere sempre protetti o peggio, corazzati. Penso si possa adattare la propria guida agli strumenti che la tecnologia mette a disposizione. Giusto per citare un esempio”alto”, possiamo osservare i piloti di F1, che continuamente armeggiano con pulsanti e manettini, durante ogni giro di pista. Probabilmente sarebbe più divertente pensare a guidare con mani, piedi e sedere, ma in quanto guidatori al top, devono imparare ad utilizzare al meglio il bagaglio tecnologico della loro vettura.

Sarebbe parimenti utile, tornando alla vita di tutti i giorni, se non addirittura necessario, che ci venissero illustrati il potenziale e l’utilizzo dei dispositivi, perché solo se correttamente formati, potremo sfruttare appieno il patrimonio che abbiamo acquistato. Esattamente come avviene per i piloti.

Mi rendo conto che molti dei concetti sin qui espressi siano al limite del banale, ma ancora una volta, avendo vissuto nel mio piccolo alcuni episodi poco felici, appaia chiaro che l’essere preparati significhi sapersi comportare domando i propri istinti. Senza dimenticare, per nulla in maniera presuntuosa che “l’intelligenza superiore” dovrebbe sempre essere la nostra. Dovrebbe …

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