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Scuola guida


La zona in cui si trova il mio autolavaggio abituale è altresì frequentata da molte scuole guida, perché con i loro allievi possono testare numerose manovre, essendo presenti salite, precedenze a destra, stop e segnaletica varia. Incrociando i futuri utenti della strada, ripenso prima di tutto alla mia esperienza di scuola guida, secondariamente mi piace osservare gli atteggiamenti e i movimenti dei guidatori in pectore. Senza elevarmi ad istruttore, basta poco a rivelare la percezione di molti per guida e traffico come un “problema”, una fatica, quindi temo saranno guidatori svogliati o timorosi. I più disinvolti sono difficili da individuare dall’esterno, perché le manovre sono molto “legate” per capire a colpo d’occhio se uno faccia il “ganassa” già da subito. Per dovere di cronaca, io mi devo inserire in questa categoria, perché pur se a scuola guida sia mai stato redarguito, confesso che il mio istruttore mi consigliava sempre di non sopravvalutarmi e con il senno di poi, un po’ di maturazione e una Cinquecento Sporting rovesciata per eccesso di impeto, confermarono una certa ragione. Del resto la “lezione” mi è servita e ho sempre cercato di migliorare, nel mio piccolo, guida e senso di responsabilità.

Tralasciando la parentesi personale, che in un blog intitolato “Autoanalisi” non può mancare e a proposito delle scuole guida, credo che andrebbero rinominate in scuole di comportamento alla guida o al più di avviamento alla guida, perché pur se da appassionato ho apprezzato lo studio di alcuni argomenti, ciò che viene insegnato è secondo me legato ad un mondo che nel frattempo non esiste quasi più, un po’ come certi limiti di velocità, che sembrano tarati sulla Fiat 127, più che per il mondo moderno. Lungi da me criticare quiz su precedenze, anche se poi su strada, pur avendo studiato incroci a 5 strade più tram, capita che la semplice precedenza da destra sia disattesa dai più, che non si interrogano neppure sul tipo di via che stanno percorrendo (ne ho conferma ogni mattina, 100 m dopo l’uscita dal box) ma valutano il diritto in base alla larghezza della via, sbagliando, ovviamente.

Non voglio criticare neppure gli istruttori, sia chiaro, ma che credo si trovino a insegnare e valutare modi e modalità che molti forse assorbono con sufficienza, come se guidare fosse un atto dovuto e non fosse poi così importante sapere tutto prima. E’ indubbio che l’atteggiamento del singolo influisca sul risultato finale, anche nella modalità di apprendimento. Qui torno alle righe iniziali, facendo riferimento al modo che ognuno di noi ha di vivere la guida: per alcuni è sofferenza, fastidio necessario, per altri come me è piacere di apprendere una tecnica e provare a migliorarla, evolverla. Va da sé che in circolazione ci siano tutti gli appartenenti alle varie categorie e che ognuno dovrebbe fare la propria parte per non appropriarsi della strada, né chi si crede prudente su una statale a 50 km/h, ne chi ci viaggia a 130 perché “tanto non c’è nessuno”.

Tornando a ciò che pensavo sulle scuole guida, continuo a pensare che la guida vera sia ben altra rispetto a quella insegnata, che può essere certamente il lasciapassare per capire a cosa servano un volante e  dei pedali, ma che anche per la circolazione in città, occorrerebbe possedere ben altre doti e riflessi, in modo da interagire sempre al meglio con pedoni, ciclisti, motociclisti, perché ad esempio guidare di sera, sotto la pioggia non è uguale a farlo di giorno, così come non lo è in autostrada con la nebbia o, chiudo, provare a frenare su un fondo sdrucciolevole. Non tutti provano a farlo in una strada isolata, per “capire”, ma sarebbe necessario.

Non voglio apparire oltremodo trombone, ma invecchiando sto sviluppando un differente rapporto con la percezione dei rischi che mi si presentano davanti e attorno, notando sovente di essere il solo o quasi a percepirli e la cosa non mi mette per niente di buon umore.

Pensieri rapidi #15


E’ dicembre e in un tardo pomeriggio qualunque, mi imbatto in un paio di vetture di autoscuole. Siccome c’è traffico, ho il tempo di affiancare e superare le vetture e noto che in entrambi i casi, al volante siedono giovani futuri (credo) patentati letteralmente intabarrati nei loro vestiti un po’ gonfi e con il cappello in testa. Lungi da me evocare e imporre stili di comportamento, ma il primo pensiero che mi attraversa la mente è: “Perché l’istruttore che siede a fianco non spiega loro che si guida meglio un po’ meno vestiti?”. Tutti noi avremo sperimentato almeno una volta nella vita come sia difficile guidare se i propri abiti sono “gonfi”, perché ci limitano nei movimenti e, sinceramente, mi fa specie pensare che un istruttore di guida non suggerisca o caldeggi loro di togliersi i giacconi, per guidare in maniera più sciolta e, di conseguenza più sicura. Sono ormai un ricordo gli abitacoli gelidi di molte vetture di trent’anni fa, quindi ormai qualsiasi automobile è in grado di riscaldarsi in tempi tutto sommato brevi. Può sembrare un punto di vista “pedante” il mio, ma sono sempre dell’idea che la sicurezza debba passare attraverso più forme e comportamenti e un istruttore di guida può impegnarsi anche in quest’operazione.

Sto per addentrarmi in una questione alquanto spinosa. La premessa è una, anzi sono due. Nei mesi di novembre e dicembre a Torino e un po’ genericamente in tutto il Nord Ovest, non sono cadute gocce di pioggia e, giocoforza, i livelli di inquinamento registrato sono saliti a valori preoccupanti (suggerisce niente il fatto che in questi due mesi siano accesi gli impianti di riscaldamento?). La seconda premessa è l’aver sentito per l’ennesima volta in radio che il car pooling da noi non decolla. A Torino l’amministrazione è anche arrivata ad offrire i mezzi pubblici gratis per ridurre il traffico, ma i dati hanno registrato un minimo incremento del numero di passeggeri. Il succo del discorso è che se non ci sono trasporti efficienti e capillari, non è il costo a frenarne l’utilizzo. Parallelamente, il car pooling non può essere immaginato come una soluzione a tutti i mali, per un semplice motivo: l’auto è, che lo si voglia o meno, lo strumento che più ha incentivato la libertà individuale, certamente del secolo scorso, ma lo è ancora al momento. Senza voler apparire più di parte di quanto non sia, reputo limitativo circoscrivere il discorso dell’abbassamento dell’inquinamento puntando il dito esclusivamente sull’automobile, anche solamente per i motivi di libertà individuale che citavo poco sopra. Sono consapevole che osservare ad un qualunque semaforo, la mattina, praticamente tante auto quanti individui, possa stupire un po’, tuttavia senza apparire come nemico del pianeta, ritengo che molte, se non tutte queste persone avranno percorsi, attività, impegni, necessità diverse, tutte da svolgere nell’arco di una giornata in cui si è anche al lavoro. Ho ovviamente semplificato un i ragionamenti, ma quello che intendo dire è che difficilmente si potranno condensare esigenze di natura diversa, con l’utilizzo di una sola automobile. Semmai, ciò che può accadere è che il car pooling si formi su spostamenti più lunghi, al limite del viaggio, dove in fondo l’auto sostituisce il concetto di “corriera”, ma nella quotidianità, per me è irrealizzabile, soprattutto come comportamento imposto.

Siamo, almeno spero, tutti un po’ più consapevoli del poter e dover inquinare meno, forse lo stiamo persino facendo inconsciamente, visto che a causa della crescita dei costi per i carburanti e delle spese che ruotano attorno all’automobile, il suo uso è un progressivamente ridotto. Proprio per questo motivo, dati alla mano, il fatto che il traffico diminuisca, ma l’aria resti irrespirabile, dovrebbe suggerire che l’unico nemico non sia confinabile all’automobile, ma per esempio nell’uso ancora diffuso del gasolio per riscaldamento e in generale gli impianti di riscaldamento delle nostre abitazioni, giacché il traffico non è stagionale, ma i picchi vengono raggiunti in inverno, quando è evidente che vi sia una somma di fattori. Non assolvo l’automobile da certe responsabilità, anzi sostengo che si debba lavorare verso tecnologie meno inquinanti e nel sostegno del car sharing. Gli strumenti ci sono: basta pensare a cosa fosse una vettura 100 anni fa e poi 50 anni fa. Impossibile non pensare che le attuali non siano “migliori” di esse e che tra 20 anni non lo possano ancora essere.

Guida&sfida


Esistono argomenti per i quali le critiche, soprattutto se mosse dal gentil sesso verso gli uomini, suscitano una sorta di atavico istinto alla ribellione, all’offesa, alla lesa maestà. Provate a insinuare al maschio medio che non sia capace di guidare e provocherete in lui un moto di sdegno e un riflesso immediato di picchiarsi sul petto come i gorilla di montagna. Noi, mi ci metto anche io, per giunta appassionati di automobili, non ammettiamo critiche sulle nostre capacità, perché (chi più chi meno) viviamo spesso proiettati nel mito di Ben Hur alle gare di bighe e approcciamo la strada con un spirito da cavalleria risorgimentale.

Ho volutamente e provocatoriamente enfatizzato, ma effettivamente i comportamenti che spesso teniamo sulla strada poco hanno a che vedere con il buonsenso e bisognerebbe riflettere a lungo, prima di compiere manovre o assumere comportamenti dissennati. L’ho già sostenuto altre volte: manca da noi, in Italia, una cultura dell’educazione, complessiva e stradale, giacché non è (sarebbe) esclusiva materia di chi guida, la conoscenza delle regole di convivenza sulla strada. Ritengo che difficilmente un pedone scriteriato possa essere un ciclista educato o un guidatore accorto, poiché in fondo le regole e il rispetto del Codice della Strada, dovrebbero valere per tutti. Sto generalizzando, sebbene non ritenga di scrivere eresie, dal momento che è sufficiente fare un giro per le vie del centro di una città e notare che anche la moltitudine di novelli ciclisti si comporta pressappoco come gli omologhi guidatori con cui talvolta finiscono in conflitto. Lo so, il risultato è quello di una “guerra tra poveri”, mentre dovrebbe prevalere la conoscenza delle regole e del mezzo che si sta utilizzando.

E’ per questo motivo che da appassionato di automobili e di tecnica ho accettato con piacere l’invito a partecipare a Guida&Sfida, un evento organizzato a Torino dal Gruppo Spazio, nel week end del 17 e 18 maggio. Con il pretesto, la cornice della sfida, c’era l’occasione ghiotta di apprendere nozioni di guida sicura, simulando condizioni di difficoltà che si possono riscontrare su strada. Grazie a istruttori professionali, sono state illustrate le tecniche di base per affrontare curve e frenate in condizioni di scarsa aderenza, il corretto uso dei freni e la posizione delle mani sul volante. Detto così, potrebbe apparire tutto molto scontato, ma come sostiene chi è ben più colto di più di me in materia, la guida è fatta di tecnica e solo con la sua corretta applicazione si conduce il mezzo in sicurezza. Ripeto, sicurezza, senza pensare immediatamente alla guida sportiva. Ritengo sia capitato a tutti, pur non percorrendo una prova speciale del Rally di Montecarlo, di incappare in situazioni di scarsa aderenza, magari in curva o di dover scansare un ostacolo. E’ vero che molti di noi sono assisti da Santa-Elettronica-sempre-sia-lodata, ma possedere nozioni utili a sterzare e pigiare correttamente sul freno rappresenta un valore aggiunto. Non dimentichiamo che l’elemento umano è ancora quello che prende le decisioni più importanti (in attesa che vengano commercializzate le auto con guida autonoma o con un maggiore grado di interventi elettronici automatici).

Tornando a Guida&Sfida, terminata la lezione di teoria si è passati ai fatti, sul circuito appositamente allestito in un piazzale della Concessionaria Spazio: partenza, un “otto”, un 180°, una piega a destra, un altro “otto” e traguardo. Il tutto per un tempo intorno al minuto, con i “bravi” circa 10 secondi sotto e gli altri più o meno a salire. I “cavalli” a disposizione per completare il rodeo erano delle Fiat 500, appositamente predisposte con i “malefici” carrelli piazzati sulle ruote posteriori. In pratica i “marchingegni” rendevano la vettura esageratamente sovrasterzante e il gioco consisteva proprio nel compiere il percorso in maniera pulita, ovviamente nel minor tempo possibile e senza abbattere i coni, che avrebbero costituito penalità in secondi.

Esattamente come nelle questioni sentimentali, la teoria non era difficile da assimilare, mentre la pratica richiedeva un po’ di perizia. Ciascun partecipante aveva a disposizione due giri, il primo di prova e il secondo cronometrato, che sarebbe andato a comporre la classifica: due turni il sabato e uno di domenica, con la “finale” da disputarsi la domenica pomeriggio. A fianco, ovviamente, vi era sempre l’istruttore, pronto a dispensare consigli. L’intero esercizio si svolgeva in prima marcia, ma il fatto era ininfluente, poiché non si trattava in primis di una prova di velocità, secondariamente perché la perdita di trazione sul posteriore si manifestava con una decisione tale da rendere la vettura già difficilmente gestibile. Il “segreto” per far fruttare al meglio il giro risiedeva nel saper “giocare” con il gas, in modo da trasferire aderenza al posteriore al momento giusto, evitando dunque la “scodata” o peggio il testacoda, sempre in agguato.

La mia prova? Non credo sarebbe stata da record, ma certamente ho peccato inizialmente di eccessiva prudenza” e nel giro buono ho commesso un errore che, su un tracciato così breve è stato ovviamente fatale. Essendo alla mia prima esperienza in materia, avrei voluto provare di più, ma le regole sono regole e vanno rispettate, quindi onore e chi è stato pulito sin da subito.

I complimenti vanno dunque a Nicolò Leardo, Roberto Romeo e Gabriele Grifone, che si sono classificati primo, secondo e terzo con il tempo di 45”,07 – 47”,29 e 47”,83, senza dimenticare Vittoria Bruno, prima donna classificata al 12° posto. Da notare che sino all’ottava posizione i concorrenti non sono incappati in penalità, quindi hanno sapientemente interpretato il percorso.

Per quanto poco possa sentirmi competitivo, il pensiero va già alla prossima edizione e alla voglia di “riscatto”, ma ciò che importa è che mi sia divertito e che abbia sperimentato qualche utile esercizio, ribadendo il concetto che certe tecniche andrebbero insegnate sin dalla scuola guida o con un “richiamo” obbligatorio: ne trarremmo giovamento tutti.

Rendita di posizione


Uno dei giochini che mi capita di fare mentre sono fermo in colonna, ovvero osservare gli altri automobilisti, cosa che credo capiti anche ad alcuni di voi, mi soffermo spesso e un po’ mi stupisco, nel notare la posizione di guida. Non ho intenzione di insegnare nulla a nessuno, ma non riesco a trattenermi dal pensare che  la posizione di guida sia legata alla facilità di eseguire comandi e manovre, ergo influisca sulla sicurezza. Di tutti. Non ho frequentato corsi di guida, ma leggendo e confrontandomi con  qualche istruttore, ho avuto modo di apprendere alcuni rudimenti, sufficienti per cercare di occupare il sedile in maniera meno scorretta possibile.

Una delle posizioni più “gettonate” tra quelle “spiate”, è quella che definisco “alla Fast &Furious”, poiché nella nota e poco veritiera (automobilisticamente parlando) serie, la posizione che assumono i “ganassa” di turno è semisdraiata, con lo schienale reclinato e le braccia, anzi il braccio (l’altro non serve per curvare, al massimo ci si appoggia sopra) praticamente disteso  e posto “alle 12” sul volante. Al di fuori del fatto che questi guidatori si sentano “molto fighi”, è probabile che il loro viaggio tipico sia molto breve e rettilineo, perché non ci si spiega come si possa curvare in quella posizione. A dire il vero un modo esiste e consiste nello staccarsi dallo schienale, rimanendo praticamente appesi al volante. Immaginiamo a questo punto cosa possa accadere durante una manovra di emergenza. Mi è successo di sedermi in vetture con sedili regolati in quella posizione e ricordo il mio smarrimento, dovuto ad una lontananza abissale dal volante, nonostante io sia alto 1.90 m. ,dunque non guidi particolarmente “incollato” al volante.

Agli antipodi del fastandfuriousista, vi sono i guidatori che siedono con il volante talmente vicino al corpo da sembrare il ciondolo di un collier. Anche in questo caso, mi domando come ci si possa sentire a proprio agio in una posizione del genere ed è probabile che questi automobilisti abbia poca sicurezza al volante, al punto di volersi accomodare “a prua” per vedere meglio ciò che precede. Inoltre, nelle odierne vetture dotate di airbag, l’essere estremamente  vicino al volante è caldamente sconsigliato dagli stessi costruttori, quindi la posizione a schienale verticale e braccia completamente piegate rende impossibili rapide manovre, proprio a causa della scomoda postura. Si rischia anche in questo caso, di trovarsi “appesi” al volante, risultando in balìa dello stesso. Non ultimo, qualora si indossi (purtroppo sono in molti a non farlo ancora) la cintura di sicurezza, si vanifica il suo effetto, rischiando di farla scivolare via dalla spalla, scivolamento che invece nel caso della seduta-sdraio rischia di essere di tutto il corpo o, quanto meno del tronco che non viene quasi toccato dalla cintura già in fase normale.

Ulteriori ragionamenti varrebbero per la posizione delle mani sul volante e per come si effettuano svolte o scarti laterali. Ovviamente è evidente che nessuno possa o debba guidare in posizione F1 o rally, con le mani perennemente alle “10 e 10” o alle “9 e 15”, specie nelle lunghe code, tuttavia occorrerebbe sempre sapere “dove mettere le mani”. Uno degli errori, magari spesso persino inconsapevoli, visto che pochissimi insegnano davvero a guidare e spesso la tecnica viene appresa per “emulazione”, consiste nel tenere la mano sinistra a centro volante, posizione che metterà sicuramente in risalto il tricipite, ma non aiuterà nella presa e nella prontezza di manovra, sia verso destra, che verso sinistra.

Ancor peggio, se così può dire, sarà tenere il volante “da sotto”, magari con la sola mano sinistra, alla “Tanto sto procedendo spedito e in rettilineo: mica devo curvare”, con le stesse problematiche della mano posta in alto. Ci sono anche guidatori che impugnano le razze come fossero un manubrio o una cloche, sottovalutando i rischi di movimento anche in questo caso. Insomma, la posizione corretta forse la si mette in pratica a scuola guida e poi sembra quasi sia da “imbranati” quando si è con gli amici. Certo, molto dipende dalla disinvoltura e dalla sicurezza con cui ci si muove, elementi  che andrebbero insegnati fin dalle prime guide. Lo stesso vale per come vengono mosse le mani sul volante quando si svolta o quando si effettuano rapide manovre. Può sembrare ridicolo, ma certe sequenze e certi automatismi possono davvero cambiare l’esito di molte situazioni.

Come spero si sia compreso, non è mia intenzione impartire lezioni di guida, per le quali esistono istruttori e scuole altamente preparate e con le quali già le scuole guida dovrebbero partecipare per offrire accurate nozioni, visto che “portare l’automobile”, è sì tutto sommato facile, ma guidare è ben diverso e non significa “staccare il tempo sul giro”, bensì non costituire un pericolo per gli altri. Ho pagato in gioventù e in prima persona un prezzo piuttosto caro, per fortuna non carissimo, di un grave sbaglio e non intendo fare la morale agli altri, bensì portare una testimonianza.

Da appassionato  e da sportivo dilettante non ho mai smesso di documentarmi e di cercare di apprendere sulla scia di un ragionamento:  “Se nello sci devo imparare la tecnica, nel nuoto serve imparare la tecnica, nel tennis lo stesso e così via, perché non dovrei farlo nella guida?”.  Sono interrogativi forse retorici e un poco banali, ma concetti in cui credo e sui quali si dovrebbe cominciare a ragionare già dalle scuole, con forme educative serie, per raccogliere buoni frutti da adulti. A proposito, come stavate seduti a scuola? Perché, sapete, la posizione è importante…

Guido piano


Accade che ogni tanto, nei blog e sui siti di informazione automobilistica (ri)emerga la questione legata ai giovani e all’età per la quale sia più opportuno iniziare a guidare. Contestualmente a ciò mi è capitato di incrociare vetture che riportavano il cartello “GA” giallo, ovvero guida accompagnata. Questa recente introduzione del CdS consente di guidare, per chi è già in possesso di una patente “A”, veicoli per i quali è consentita la patente “B”, solo se accompagnati da un adulto e patentato da un certo numero di anni. Dimenticavo, l’età a cui si può iniziare a guidare legalmente è di 17 anni. Mica male per chi come me avrebbe desiderato guidare, sul serio, in strada, anche prima, forse troppo presto. Già, perché da ex giovane, ma non da “vecchio” riesco ad immaginare ciò che si crede di fare al volante in “tenera età”, ma non se ne è in grado, magari non tanto per incapacità, quanto per (inevitabile) inesperienza. Inesperienza che però è colmabile, nell’unica maniera possibile: studiando ed esercitandosi, con istruttori veri.

La questione è controversa, poiché sicuramente esisteranno genitori scrupolosi e giudiziosi, con la capacità di trasmettere ai “guidatori in erba” preziosi consigli; tuttavia credo che il rapporto parentale tra educatore ed educato, nella guida come in altre casi, presenti dei limiti e delle barriere comunicazionali, che solo con figure “terze” possono essere superati. Mi si può obiettare che la “GA” sia consentita solo a chi è in possesso di un’altra patente, la A, che dunque è stata conseguita dopo aver sostenuto un esame di guida. Vero, dico io, ma stiamo pur sempre parlando di sedicenni e siccome tutti noi abbiamo avuto sedici anni, potremmo immaginare il senso di spavalderia e onnipotenza che si può provare se si sta “domando” un mezzo meccanico. Mi ci metto anche io parzialmente in quel gruppo: da adolescente avrò avuto tanti difetti, che però mai hanno portato a degenerazioni lesive, cosa che credo riguardi molti giovani di oggi e non solo di venti anni fa.

Quello che mi preme sottolineare riguarda però l’approccio con la vettura, inteso come insieme, che mediamente pesa più di una tonnellata e raggiunge velocità molto elevate, sia essa una piccola utilitaria o una media. Sarei più propenso a concepire la “GA” se essa fosse consentita in circuiti, scuole apposite, anche a 16 anni, per carità, ma non su strada e non da un “qualsiasi” adulto, senza voler sminuire alcun genitore o parente. La ragione di questa affermazione risiede principalmente nella necessità di insegnare a chi è una “tabula rasa” nei confronti della buona tecnica, non intrisa di errori e “vizietti” di chi, patentato da molto, ha per così dire fatto il callo a determinati comportamenti, non necessariamente cattivi, ma nemmeno tecnicamente efficaci.

Sarebbe assai bello e, per inciso, sarebbe piaciuto anche a me, un corso di guida, mirato alla conoscenza del comportamento della vettura e delle condizioni della strada, meglio se una volta ogni 6 mesi, con step successivi e richiami vari, prima di cimentarsi con l’esame di guida vero e proprio a 18 anni.

Non vorrei apparire ossessivo con la “professionalizzazione” dei ruoli, che però ritengo necessaria laddove sia richiesta una buona dose di tecnica, perché la guida è fatta di tecnica e andrebbe insegnata proprio con questo scopo e da persone preparate ed esperte in maniera. Più istruttori di “pilotaggio”, che di scuola guida. Lungi da me criticare le autoscuole – non è questa la sede, né l’argomento di cui si parla – quanto il metodo con cui in Italia si insegna a guidare, che non implica il saper condurre il mezzo, bensì il capire come “passare l’esame”; questo vale sia a 16 che a 18 anni, senza distinzione. Credo sia meno importante valutare se l’esaminato compie al volo un’inversione (il più delle volte non potrà nemmeno farla, vista la segnaletica stradale odierna), piuttosto avrebbe senso verificare i concetti legati alla perdita di aderenza, al modo in cui si affronta una curva, alla posizione delle mani sul volante. Sono motivazioni che non devono indurre a pensare che ci si debba calare in un rally ogni volta che si sale in auto, ma rappresentano ragionamenti utili a comprendere ed evitare situazioni di cui spesso si sente parlare (sproloquiando e speculando) sui giornali o in tv, quando si titola a proposito di strade “assassine”, “curve della morte” e così via. Esisteranno, ahinoi, porzioni di strade mal progettate e mal segnalate, però spesso l’errore di valutazione del guidatore è fatale e al contempo l’informazione preferisce non “infierire” sul guidatore, preferendo assegnare le colpe ai fattori esterni, secondo il vizio italico del “giustificarsi”.

Tornando a bomba, direi che si potrebbe anche guidare a 16 anni, ma non in “campo aperto” e solo in appositi stage da effettuarsi in strutture e con personale adeguato; sono consapevole delle difficoltà organizzative legate a tutto ciò, ma il grado di civiltà e di senso civico di una nazione passa attraverso l’educazione in genere e, la strada non dovrebbe essere un’eccezione.

In conclusione, giusto per condividere un’esperienza personale, la mia “prima volta” fu proprio a 16 anni, in un enorme parcheggio vuoto, con l’amore della mia adolescenza. Lei, consentitemelo, era una Delta Integrale 16v, rossa. Io ero un impacciato “sfrizionatore”, che alla fine riuscì a portare a casa una buona serie di “prima-seconda”, che mi parvero una prova speciale. Bellissimo. Pericolosissimo: sono cose che non si dovrebbero fare. Poi, fino alla patente non ho mai guidato e dopo sono stato un guidatore ansioso di dimostrare a se stesso di saper pilotare, purtroppo commettendo alcuni errori di gioventù, a riprova di quanto affermavo in precedenza: la tecnica e l’esperienza acquisita sono fondamentali.

A che ora…?


Come ci hanno educato alcuni spot pubblicitari e ancor prima, l’esperienza diretta, ogni ora della giornata è adatta per fare ciò che più ci aggrada. Inevitabilmente la quotidianità ci porta a dover destinare momenti precisi della giornata per compiere azioni o per dedicarci ai nostri passatempi preferiti.

Chi pratica alcuni sport all’aria aperta conosce bene il fascino di trovarsi in un dato luogo ad una data ora, perché l’atmosfera aggiunge “colore” a ciò che si sta facendo e accentua il piacere di sentirsi parte dell’ambiente. L’ultima discesa da con gli sci a fine giornata, con il sole che sta tramontando o correre alle prime luci del giorno, godersi il panorama di una spiaggia deserta, sono attività che mi procurano piacere e soddisfazione, a seguito dell’armonia tra gli elementi che si incontrano.

E al volante? Essendola guida una delle “cose” che più mi danno soddisfazione, a prescindere dal fatto che non mi stanchi mai, dunque ogni ora si presti bene, esistono alcune situazioni che prediligo. Ovviamente escludo il contesto cittadino, il traffico, perché considero questa modalità più che altro “spostamento” e nulla più, mentre immagino di affrontare delle strade, mi si perdoni la ripetizione, davvero “guidate”.  Ci sono due/tre condizioni in cui mi piace realmente percorrerle e sono tutte con condizioni di luce “particolare”, ovvero l’alba e/o il tramonto e la notte. Uno dei motivi “accessori” di tali situazioni è la loro coincidenza con le condizioni di scarso traffico, quindi maggiore sicurezza con minore probabilità di procurare danni a terzi e, diciamolo tra parentesi, con maggiore margine di errore.

Non che io ami trasformare ogni trasferimento in una prova speciale al “Col de Turini”, ma uno dei vantaggi della guida notturna sta nella possibilità di vedere “gli altri” sopraggiungere; l’aspetto negativo è non riuscire a vedere tutto il resto, pericoli (molti) inclusi. Sarà perché i rally, ancor prima della Formula 1, sono stati la mia passione di infanzia, ma il fascino di “aprire” la strada con i propri fari, resta tra gli aspetti automobilistici che più mi affascinano.

I piloti delle gare endurance, quelle che si svolgono sulle 7-12-24 ore, detestano o magari non amano la guida al buio, perché su pista e con molte automobili sul percorso di gara, è necessario un livello di attenzione massimo e un margine di errore minimo, metro per metro. Idem come alba e tramonto, situazioni in cui, meglio se non con il sole in faccia, le luci non ancora definite si fondono con il buio, c’è il rischio di non scorgere tutto ciò che ci circonda, ma a me piace. Punto.

Alla fine,  come trapela anche dai precedenti miei post, sono praticamente quasi assenti le circostanze in cui guidare mi rechi fastidio, anzi approfitto per estendere il tema e rendervi partecipi del fatto che riscontri un fascino particolare nella guida sotto la pioggia o sotto la neve. Sono matto? Non sta a me considerarmi tale o perfettamente sano di mente, ma durante queste condizioni meteo “avverse” mi piace provare a “sentire” la macchina e la strada. Niente di particolarmente rallistico e fuorilegge, così come non mi considero un “finlandese volante”, quanto piuttosto un appassionato che cerca di “imparare” sempre e comunque, anche da situazioni più ostili di altre.

L’importante è non ritenersi mai invincibili e indistruttibili, dal momento che si guida su strada e non si è in pista. Alla pari a mio avviso, contano molto l’esperienza maturata e le nozioni apprese, perché la guida è secondo me tecnica, che va insegnata e assimilata, dopodiché entra in gioco, come accennavo, l’esperienza. Serve a poco imparare a sciare su un manuale, se poi sulla neve faticherò a curvare o a stare in piedi, ma se qualcuno mi insegnerà la tecnica e io mi allenerò a dovere, acquisirò sicurezza e imparerò a valutare le situazioni. Faccio un parallelo forse un poco forzato: immaginiamo di dover far funzionare al meglio un’intelligenza artificiale. Per ottenere il miglior risultato possibile dobbiamo “caricare” in essa il maggior numero di casi e situazioni possibili, affinché non vada in crash, se si trova a fronteggiare un problema complesso.

Per molte persone, l’automobile risulterà sempre e solo un elettrodomestico: su questo non discuto, ma sono più intransigente rispetto al fatto che non la si sappia usare, per la propria incolumità e per quella degli altri.

Tornando alle ore del giorno preferite e alle condizioni meteo più apprezzate, va da sé che per mia fortuna mi sia sempre trovato ad affrontare i miei percorsi favoriti al volante di vetture tutto sommato adeguate. Probabilmente, al volante di una Trabant non avrei ricevuto grandi emozioni, ma del resto a nessuno verrebbe in mente di fare jogging con un paio di espadrillas…

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