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Nico Rosberg


E’ appena terminato il Mondiale di F1 e quasi sicuramente verrà ricordato per un avvenimento quantomeno insolito: il ritiro del vincitore, ovvero Nico Rosberg. Una decisione “d’altri tempi” , che ha lasciato di stucco molti, me compreso, perché non è da tutti lasciare in un momento così e soprattutto abbandonare la vettura più competitiva del lotto. Sarà stata una decisione sofferta, quella di Rosberg, ma dal modo in cui l’ha comunicata, con una tranquillità spaventosa, significa che in cuor suo (e anche nella testa) aveva perfettamente chiaro cosa fare e quando farlo. “Ho scalato la mia montagna”, ha affermato ed è comprensibile che la vetta fosse sì il Mondiale, ma soprattutto il monte Hamilton, che per due anni di fila ha trionfato senza lasciargli scampo.

Nico non possiede il talento, l’arroganza e la fame agonistica di Hamilton, uno dei pochi che nel Circus dimostra spesso di ragionare con la propria testa, magari sbagliando, ma sapendo di poterci “mettere del suo” anche in un azzardo. Fattore non sempre molto gradito al suo team, che anche nell’ultima gara, via radio gli “consigliava” ben altra tattica di quella, l’unica, che lui potesse attuare, ovvero rallentare e mettere in difficoltà Rosberg. Non sono mai stato un tifoso di Hamilton, però sono appassionato di F1 e senza dubbio Hamilton è uno dei pochi che osano ancora qualcosa, persino nel rispondere “male” al proprio ingegnere  di macchina, dimostrando che chi guida metta pelle e – scusate –  palle anche nel valutare le situazioni. Tornando a Rosberg, altro pilota che non ho mai tifato, ma sempre rispettato, è comprensibile che abbia “sofferto” la pressione di un personaggio e un pilota come Hamilton, al punto che alla domanda su come si sentisse il suo compagno di squadra per il titolo perso all’ultima gara, ha detto di sapere cosa avesse patito lui per aver sofferto molto di aver perso due Mondiali di fila. C’è da credergli.

Resta evidente che il box Mercedes sia stato negli ultimi due o tre anni, uno dei luoghi più invivibili del pianeta, data la presenza di due piloti che si conoscevano da anni e si odiavano cordialmente da altrettanto tempo. Del resto abbiamo visto come pur se vietati, i giochi di squadra si siano resi quasi necessari, nascosti da regole di ingaggio decise a ruote ferme, per cercare di evitare disastri che in qualche occasione hanno messo fuori combattimento entrambe le vetture. Rosberg e Hamilton non hanno tuttavia fatto molto per rendersi amichevoli e l’ennesima conferma di ciò è stata evidente persino nella fatica a stringere la mano di Rosberg da parte di Hamilton, sul podio dell’ultimo Gran Premio. Eppure, non mi sento di condannare più tanto di Hamilton, che pure è stato poco elegante, ma certamente più schietto e sincero dell’intero mondo della F1, inchiodato da regole, anche comportamentali, che spingono tutti i piloti a parlare come un comunicato stampa, in cui talvolta manca solamente che ci si auguri pace nel mondo e sparizione della povertà.

Anche nel finale sono emersi i caratteri del bel ragazzo, educato, carino, gentile – Rosberg – e di quello del ragazzo meno fortunato da piccolo, cresciuto con meno opportunità e un po’ tamarro, ma spesso più diretto, quale è Hamilton. Eppure, così come non sono d’accordo con chi ha accusato Hamilton in gara di non aver saputo perdere, non lo sono nemmeno con chi sostiene che Rosberg abbia sempre avuto vita facile con il suo cognome. Come detto, Hamilton non è (mai stato) una signorina in pista, ma non ha nemmeno mai avuto comportamenti antisportivi. Nello specifico, nell’ultima gara ha messo in pratica l’unica arma in suo possesso, che è pure qualcosa di difficile per un pilota veloce, ovvero rallentare e aspettare, per far rischiare a Rosberg di essere sorpassato, perdendo punti e di conseguenza il Mondiale. A chi sostiene che lui sia stato poco corretto, ricordo quattro episodi degli ultimi 30 anni: Prost e Senna in Giappone e la “vendetta” dichiarata, sempre a Suzuka tra Senna e Prost, poi Schumacher e Hill, ancora Schumacher e Villeneuve. Per alcuni la memoria è troppo corta, ma gli incidenti che ho citato furono decisamente più cruenti e in un paio di casi, molto pericolosi.

Dicevo di Rosberg e del “peso” che suppongo si sobbarchi, perché sono certo che essere figlio di un pilota, che ha anche vinto un titolo mondiale, sia uno stimolo in un certo periodo, ma diventi poi un peso non indifferente, quindi probabilmente in questi anni, pur se con momenti di grande soddisfazione, Rosberg abbia pensato di provare a vincere, ma non a rivincere perché troppo logorante. In ultimo, Nico ha motivato anche con la pressione della moglie il suo desiderio di accontentarla e ritirarsi. Sono tutte decisioni legittime e a Rosberg va secondo me tributato enorme rispetto e coraggio per quello che ha scelto, considerando che ha solo 31 anni. Un tempo, in una F1 ancora più eroica e pericolosa, vincere un mondiale e portare a casa la pelle, sarebbe stato quasi naturale, mentre oggi noi non pensiamo più di tanto al pericolo, ma forse Rosberg ci ha ricordato – penso al caso Jules Bianchi –  che i cavalieri coraggiosi, ogni tanto tornano con i piedi sulla terra. E si fermano. Chapeau Nico.

Scuola guida


La zona in cui si trova il mio autolavaggio abituale è altresì frequentata da molte scuole guida, perché con i loro allievi possono testare numerose manovre, essendo presenti salite, precedenze a destra, stop e segnaletica varia. Incrociando i futuri utenti della strada, ripenso prima di tutto alla mia esperienza di scuola guida, secondariamente mi piace osservare gli atteggiamenti e i movimenti dei guidatori in pectore. Senza elevarmi ad istruttore, basta poco a rivelare la percezione di molti per guida e traffico come un “problema”, una fatica, quindi temo saranno guidatori svogliati o timorosi. I più disinvolti sono difficili da individuare dall’esterno, perché le manovre sono molto “legate” per capire a colpo d’occhio se uno faccia il “ganassa” già da subito. Per dovere di cronaca, io mi devo inserire in questa categoria, perché pur se a scuola guida sia mai stato redarguito, confesso che il mio istruttore mi consigliava sempre di non sopravvalutarmi e con il senno di poi, un po’ di maturazione e una Cinquecento Sporting rovesciata per eccesso di impeto, confermarono una certa ragione. Del resto la “lezione” mi è servita e ho sempre cercato di migliorare, nel mio piccolo, guida e senso di responsabilità.

Tralasciando la parentesi personale, che in un blog intitolato “Autoanalisi” non può mancare e a proposito delle scuole guida, credo che andrebbero rinominate in scuole di comportamento alla guida o al più di avviamento alla guida, perché pur se da appassionato ho apprezzato lo studio di alcuni argomenti, ciò che viene insegnato è secondo me legato ad un mondo che nel frattempo non esiste quasi più, un po’ come certi limiti di velocità, che sembrano tarati sulla Fiat 127, più che per il mondo moderno. Lungi da me criticare quiz su precedenze, anche se poi su strada, pur avendo studiato incroci a 5 strade più tram, capita che la semplice precedenza da destra sia disattesa dai più, che non si interrogano neppure sul tipo di via che stanno percorrendo (ne ho conferma ogni mattina, 100 m dopo l’uscita dal box) ma valutano il diritto in base alla larghezza della via, sbagliando, ovviamente.

Non voglio criticare neppure gli istruttori, sia chiaro, ma che credo si trovino a insegnare e valutare modi e modalità che molti forse assorbono con sufficienza, come se guidare fosse un atto dovuto e non fosse poi così importante sapere tutto prima. E’ indubbio che l’atteggiamento del singolo influisca sul risultato finale, anche nella modalità di apprendimento. Qui torno alle righe iniziali, facendo riferimento al modo che ognuno di noi ha di vivere la guida: per alcuni è sofferenza, fastidio necessario, per altri come me è piacere di apprendere una tecnica e provare a migliorarla, evolverla. Va da sé che in circolazione ci siano tutti gli appartenenti alle varie categorie e che ognuno dovrebbe fare la propria parte per non appropriarsi della strada, né chi si crede prudente su una statale a 50 km/h, ne chi ci viaggia a 130 perché “tanto non c’è nessuno”.

Tornando a ciò che pensavo sulle scuole guida, continuo a pensare che la guida vera sia ben altra rispetto a quella insegnata, che può essere certamente il lasciapassare per capire a cosa servano un volante e  dei pedali, ma che anche per la circolazione in città, occorrerebbe possedere ben altre doti e riflessi, in modo da interagire sempre al meglio con pedoni, ciclisti, motociclisti, perché ad esempio guidare di sera, sotto la pioggia non è uguale a farlo di giorno, così come non lo è in autostrada con la nebbia o, chiudo, provare a frenare su un fondo sdrucciolevole. Non tutti provano a farlo in una strada isolata, per “capire”, ma sarebbe necessario.

Non voglio apparire oltremodo trombone, ma invecchiando sto sviluppando un differente rapporto con la percezione dei rischi che mi si presentano davanti e attorno, notando sovente di essere il solo o quasi a percepirli e la cosa non mi mette per niente di buon umore.

Automedica


Dal momento che ne parlai tempo fa, mi pare doveroso tornare sull’argomento Autopilot Tesla a seguito di un episodio riportato dalle cronache agostane. Per chi non ricordasse, il sistema di ausilio alla guida –sapientemente denominato Autopilot – causò all’improvvido guidatore che lo utilizzò, un incidente dalle conseguenze mortali. Essendo ormai appurato e la stessa Casa tiene a precisarlo, che l’Autopilot sia da vedersi come un insieme di aiuti alla guida, utili anche a far circolare autonomamente la vettura, ma è sempre richiesto il controllo umano. Joshua Brown, il proprietario della Tesla coinvolta in un incidente mortale, pare invece che stesse guardando un film, dunque non era  -non è stato –  in grado di fronteggiare un imprevisto, cui nemmeno la troppo acerba tecnologia Tesla (prodotta dalla specializzata israeliana Mobileye) ha saputo interpretare.

Dopo questa lunga premessa, i fatti: lo scorso agosto un giovane avvocato americano, anch’egli di nome Joshua, ha accusato un malore mentre era al volante della sua Model X (il suv di casa Tesla) e dopo attimi di indecisione ha deciso di affidare il controllo al famigerato Autopilot, lasciandosi condurre verso l’ospedale per una trentina di km, pare guidando solo nel tratto finale. Prendendo per buono il racconto riportato dalla stampa, abbandonerei subito i toni trionfalistici, per affrontare la realtà. Mi domando, se lungo la strada ci fossero stati ostacoli non decifrati come è già accaduto, quale sarebbe potuto essere l’epilogo della vicenda. Se si fosse verificato un incidente con altre vittime, quali e di chi sarebbero state le responsabilità? Dal mio punto di vista la risposta è scontata, ma forse il lieto fine ha scompaginato le considerazioni sull’accaduto.

E’ certo che quel passa a ciascuno di noi per la testa in un momento di difficoltà sia soggettivo e imprevisto, ma optare per una scelta comunque rischiosa, implica una sopravvalutazione del mezzo, inteso come la vettura, credendo e ignorando i molti rischi connessi. Con una punta di presunzione di superiorità, mi permetto di ricordare i numerosi incidenti con vetture dotate di cambio automatico negli USA, perché i conducenti non vedevano la leva spostata del cambio in N e credevano di averla innestata, mentre scendevano dalla vettura in D, ovvero in movimento. Sono coincidenze, ma significative di un approccio di estrema fiducia nella tecnologia, che viene utilizzata con troppa sufficienza.

L’episodio della Tesla mi ha fatto tornare alla mente una tecnologia sperimentata anni fa da Bmw e mai introdotta, la quale, monitorando i parametri vitali e di attenzione del guidatore era in grado di percepire una defaillance e condurre, ad esempio in autostrada, la vettura verso la corsia di emergenza, facendo poi partire la chiamata di soccorso. Da uomo della strada, ancor più che da appassionato di motori, mi viene da pensare che se non sia ancora stata introdotta, significa che è una tecnologia non ancora sicura e affidabile.

L’episodio riaprirà polemiche e riflessioni nei confronti di Tesla, garantendo ad ogni modo anche una buona pubblicità, cosa che credo ai vertici non dispiaccia affatto, nell’attesa di vedere se e quando Tesla diverrà davvero un costruttore di auto con numeri interessanti.

In conclusione, rifacendomi a quanto riportato poco sopra in materia di incidenti e responsabilità, mi trova in perfetto accordo la notizia che il Governo tedesco stia riflettendo di dotare di scatola nera, esattamente come gli aerei, i veicoli con “guida autonoma”, in  modo da normare e decifrare il più possibile dove siano eventuali responsabilità in caso di sinistri.

Strada che vai…


La mia esperienza di viaggiatore in auto è prevalentemente orientata allo svago più che alla necessità di spostarmi per lavoro, tuttavia i km percorsi fuori dai centri abitati su statali, superstrade o autostrade, prevalgono su quelli cittadini.

Sempre più spesso le società che gesticono le tratte ricorrono all’introduzione di elementi tecnologici, per contribuire al miglioramento delle condizioni di guida e della sicurezza degli utenti della strada. Domanda: il miglioramento, c’è davvero? Il pensiero corre istantaneamente ai pannelli luminosi che sovrastano le carreggiate, in autostrada e spesso sulle strade statali: la loro dimensione e l’immediatezza con cui vengono percepiti costituisce in sé un aspetto di sicurezza. Costituirebbe. Sovente capita che vengano visualizzate informazioni secondo me inutili o quantomeno non indispensabili per la sicurezza: numeri telefonici per reclami, messaggi per acquisto di prodotti “autostradali”, frequenze di Isoradio, ma poche, pochissime informazioni su quello che ci aspetterà nei km a venire. In alcuni casi, vengono anche riportati messaggi riguardanti la sicurezza stradale, con riferimenti a numeri di decessi o incidenti, come se la lettura di queste frasi non contribuisse alla distrazione dei conducenti…

Stesso discorso per alcune strade statali, con comunicazioni più superflue che inutili, indubbiamente di scarsa utilità, con l’aggravante in certi casi, di una luminosità eccessiva del display, che di notte può addirittura diventare fastidiosa. Penso che, un po’ come nella vita, dovrebbe valere la regola del “piuttosto che dire una stupidaggine, meglio tacere”. Ecco, per alcuni pannelli si potrebbe optare per il buio, piuttosto di creare inutili distrazioni.

Lo stesso dicasi per quelli autostradali su cui, a mio avviso si potrebbero convogliare informazioni più banali, ma di utilità, come per esempio la temperatura (atmosferica o addirittura dell’asfalto), in particolare in inverno, quando può farci capire che la strada sta ghiacciando, i mm di acqua caduti o comunque un’indicazione del rischio di acquaplanning e così via, con molte e più immediate informazioni, purché brevi, sulla situazione della strada, per consentire un viaggio davvero intelligente. Non guasterebbero poi più messaggi multilingue, giacché se vogliamo essere europei, dobbiamo impegnarci a farlo sul serio, perché la sicurezza deve valere per tutti.

Va da sé che le case automobilistiche stiano lavorando da anni per una massima interazione e interattività tra strada a veicolo e tra veicolo e veicolo, quasi bypassando il problema della cartellonistica, anche luminosa. Alcuni costruttori hanno sviluppato “occhi elettronici” che leggono i cartelli e li “riportano” al conducente, oppure strumenti che utilizzando GPS, mappe e sensori, “predicono il futuro” e avvisano il guidatore su possibili insidie future. L’auto dunque se infischia dei pannelli e procede per la sua (nostra) strada, quasi fosse un aereo che sfrutta radiofari e pilota automatico, smentendo e rendendo quasi vane le mie lamentele di inizio post.

Probabilmente il futuro sarà popolato da queste “intelligenze” artificiali, ma io ritengo che nel presente si potrebbe aumentare la sicurezza in maniera poco costosa e con grandi benefici, che sarebbero certamente maggiori di quelli che si possono avere dalla lettura di un numero telefonico di un servizio clienti, per giunta di 8 o più cifre.

Come cantava anni fa Claudio Baglioni? “Strada facendo troverai…”. Mi viene da pensare che ne avremo ancora da percorrere parecchia.

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