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Pensieri rapidi #25


In una mattina di novembre mi trovo per un paio di ore in auto per commissioni. Sono “fuori orario”, perché solitamente sono orari in cui sarei in ufficio. Piove piuttosto forte e resto sinceramente colpito di più dall’indisciplina dei pedoni. Sembra che debbano mettersi in salvo da chissà quale cataclisma, ignorando sia le regole del buonsenso, che quelle del Codice della Strada. Mi è capitato, transitando su corsi a tre corsie di trovare pedoni che attraversavano, magari correndo, in assenza di strisce e attraversamenti. Si parla di adulti in “età della ragione”, eppure disposti non si capisce per quale ragione a mettere a repentaglio la propria vita e rovinare anche quella altrui. Fortunatamente era giorno, ma su alcuni corsi la visibilità era a tratti scarsa, complice il traffico. Il massimo è stato raggiunto da una donna con ombrello, al telefono, che attraversava sì sulle strisce, ma con il semaforo rosso già scattato. Per fortuna gli automobilisti hanno rallentato, ma io, senza voler moralizzare o fare paternali, mi domando: perché? Perché non si ragiona un secondo in più? Mi ci metto anche io, ma dovremmo tutti riflettere almeno sulle conseguenze di certi gesti.

Cambio completamente argomento, per non “intrombonirmi” oltremodo e constato l’ennesima conferma di ciò che ormai non è più catalogabile come tendenza momentanea. Mi riferisco alla crossoverizzazione imperversante, che non fa nemmeno più notizia soprattutto sui nuovi modelli, ma dal mio punto di vista è significativo notare come anche le “vecchie” monovolume vengano rimpiazzate da suv o simili. E’ ad esempio il caso della rinnovata Peugeot 3008 e della sua “sorella lunga” 5008. Entrambe, come dicevo hanno una ben definita identità da suv, rispetto alle forme più tondeggianti, appartenenti al trend degli scorsi anni, in cui le monovolume godevano di un buon successo. Un processo simile a quanto pare interesserà anche Opel con la prossima Meriva che si “smonovolumizzerà”, assumendo tratti più fuoristradistici. E’ il futuro, bellezza. Anzi, verrebbe da dire che è il presente, giacché spesso esistono delle fasi e delle mode, un po’ come per le monovolume e per le station wagon, che pure resistono come zoccolo duro, ma più che altro in Europa e in poche nazioni. La prossima? Lo dico ogni tanto e magari prima o poi l’azzeccherò: le berline tre volumi, che da anni si “nascondono” un poco, con linee da due volumi e mezzo o da coupé a quattro porte.

A stagione della Formula 1 terminata, si riaffaccia uno dei “tormentoni” degli ultimi anni, ovvero il ritorno di Alfa Romeo nel Circus. E’ un’ipotesi affascinante, ma personalmente mi pare davvero poco praticabile, per una serie di motivi. Prima di tutto, come direbbero a Arese, non ci sono i dane’, ovvero i soldi, perché mi pare che la Ferrari costi già parecchio di suo e sarebbe uno spreco di risorse duplicare un team, dove già il “titolare” annaspa vistosamente da qualche anno. Ci sarebbe l’ipotesi di rebadging della power unit Ferrari in Alfa Romeo, senz’altro più praticabile, ma poi a chi la si fornirebbe? Se un team spende fior di quattrini per aggiudicarsi il marchio Ferrari, utile anche ad attrarre soldi e sponsor, perché si dovrebbe affiancare un altro marchio? E, viceversa, sarebbe conveniente motorizzare una Sauber, che staziona nelle ultime file, per  un brand che dovrebbe essere rilanciato? Ovviamente no e immagino che Marchionne e il board FCA non siano così sprovveduti, ma stabilmente rilanci la notizia per creare un po’ di scompiglio e rubare la scena alla Corazzata di Stoccarda, che pare destinata a dominare ancora per un’altra stagione. Insomma, la notizia di Alfa in F1 è più che altro pane per giornalisti e azionisti, mentre vedrei come più praticabile, anche se con costi tutt’altro che ridotti, il ritorno in campionati in cui “si vede” di più il prodotto, come le serie Turismo nazionali o, il DTM, ma anche in quel caso l’investimento sarebbe ingente. Si sa, spesso conta avere una buona comunicazione e Sergio Marchionne, che continuo a vedere poco come uomo di prodotto e più come uomo di finanza, credo lo sappia molto bene.

Con questo, che è l’ultimo post del 2016, auguro buone feste ai miei lettori. Appuntamento al 2017.

Fast and Furbous


Sulle cronache locali de La Stampa e Repubblica era già comparso qualche settimana fa un articolo in cui si riportava per filo e per segno lo svolgimento di una gara di auto clandestina, alle porte di Torino, più precisamente tra i comuni di Rivalta e Grugliasco, su di una strada provinciale perfettamente rettilinea, di qualche km, con agli estremi due rotonde. Il giornalista raccontava del grande numero di partecipanti e di pubblico, che si assiepava ai bordi della Provinciale e delle due stazioni di servizio che si affacciano su di essa, trasformate in box/paddock. In un racconto tra la cronaca e il “Fast and Furious”, si raccontava poi che l’arrivo di una (!) pattuglia dei Carabinieri faceva disperdere rapidamente i partecipanti e forse qualcuno veniva fermato. A distanza di una decina di giorni sono ricomparsi articoli in cui si parla del ripetersi degli eventi e di una finalmente più massiccia presenza (ma mai adeguata) di forze dell’Ordine, che ha sequestrato mezzi e identificato alcuni presenti. Alcune considerazioni: sono anche io un fan della saga Fast and Furious, ormai diventata di pura fantascienza,  ma lungi da me pensare che sia poi così bello gareggiare su strade aperte al traffico, soprattutto sapendo che ciò è illegale e molto probabilmente è illegale anche il mezzo su cui siedo. Esiste però, purtroppo un sottobosco, che io non conosco e che evidentemente è florido, nel quale a partire dalla passione per un certo genere di tuning, che di nuovo non condanno e mi incuriosisce soprattutto se è made in Germany dove esiste una cultura di ciò, dicevo, c’è un sottobosco che segue e si muove parallelamente a questa pseudo passione. Penso di poter sostenere che dietro a tanto interesse esistano anche delle scommesse, ovviamente clandestine, perché dubito che sia la pura passione ad animare così tante persone come si vedevano nelle foto pubblicate dai quotidiani. Aggiungo che nella mia vita ho visto qualche rally e mi è bastato ciò per provare una giusta dose di paura, dal momento che in un rally le vetture transitato davvero molto velocemente e potenzialmente a fil di tifoso, quindi non proverei tanta voglia di posizionarmi a vedere qualcuno che non è un pilota professionista (magari crede di esserlo), non ha mezzi certificati e in più agisce in condizioni complessive non di sicurezza.

A ulteriore sostegno delle mie tesi, aggiungo di non ritenere poi così capaci i “piloti”, nel dover accelerare su di un rettilineo, poi frenare, curvare e riaccelerare, a conferma del fatto che queste “gare” siano proprio un pretesto per le scommesse e basta.

Sono da sempre un appassionato di auto e di guida, per questo motivo cerco continuamente di imparare, se posso e se riesco, così come mi piace cercare, quando le condizioni lo consentono, di guidare veloce, il che spesso non vuol poi nemmeno dire a velocità sconsiderate. Il fatto che io cerchi di rispettare il prossimo e il più possibile il Codice e sapere che poco distante da casa mia si gareggi, mi fa aumentare indubbiamente l’amarezza.  Mi auguro che così come certe informazioni siano pervenute ai giornalisti, lo stesso accada anche verso le Forze dell’Ordine, in modo da intervenire massicciamente, eventualmente con l’elicottero. In fondo, se l’atmosfera è da film per chi “gareggia”, che lo sia anche per il gran finale, in cui vincono i buoni…

Pensieri rapidi #18


Non che siano scoperte eccezionali quelle che sto per annunciare, ma essendo io un runner dilettante, mi alleno prevalentemente di sera, dopo il lavoro e ho l’occasione (sventura) di dovermi confrontare con la circolazione del ritorno dal lavoro, nella fascia definita “drive time”. Siccome mi reputo un guidatore tutto sommato attento, cerco durante la corsa, di mantenere comportamenti il più possibile prevedibili e visibili, senza dimenticare di attraversare sempre sulle strisce pedonali. La mia velocità è assimilabile a quella di una bicicletta a passeggio (non di un cicloamatore, ovviamente) eppure praticamente ad ogni uscita mi rendo conto di quanto sia bassa la percezione del movimento e della differenza di velocità, per una gran parte di automobilisti, prevalentemente quelli distratti. Me ne accorgo negli attraversamenti, nei quali sovente rischio di venire “arrotato”, perché spesso chi guida ha lo sguardo (e i pensieri) rivolti ad altro o verosimilmente non volta la testa o lo sguardo di lato. Denominatore comune di tanti spaventi? Correndo da moltissimi anni posso affermare che nel 80% dei casi ci sia di mezzo il telefono, tenuto rigorosamente in mano. Più che nel drive time, siamo nel call time.

Quando ero piccolo, negli anni ’80, parallelamente all’avvento delle “piccole bombe” come la Uno Turbo, il filone delle sportive era quello delle berline di segmento immediatamente superiore. Sulla scia della Golf GTI vi era una folta schiera di GT alternative, indicativamente con motori aspirati di 2000 cm3 o turbo intorno al 1600. Sto semplificando, ma all’incirca il panorama era quello. Le potenze erano comprese nel range 130-160 cv. Con successi alterni, almeno per certi modelli, questo genere di vettura è arrivato sino ai giorni nostri ed è qui che intendo rivolgere la mia attenzione, più che altro per “inchinarmi” di fronte ad un cambio di passo. Con le stringenti norme in materia di emissioni e con l’evoluzione, prima iniziata sui diesel e poi “trasferita” sui benzina si sta assistendo ritorno di autentici missili basati su berline. Penso in primis al trio A3 – Golf – Leon, che con meccaniche simili viaggia sui 280 – 290 cv, ma in Mercedes con la classe A si va ben oltre. La Focus RS rispolvera anche la trazione integrale per scaricare 350 puledri (roba da Mustang) e la Giulietta dal suo 1.8 si ferma quota 240cv, la 308 Peugeot a 270, senza dimenticare i 310 cv del 2.0 della Honda Civic Type R. L’elenco potrebbe continuare, ma il succo del ragionamento è che ormai le potenze in gioco raggiungono valori da vettura rally di qualche tempo fa, spesso sotto abiti quasi normali. Peccato che da noi, oltre a certi listini, incida tantissimo il superbollo oltre i 250 cv e la benzina non sia proprio regalata…

A proposito di cavalli, anche se in questo caso i valori scendono un po’, al Salone di Ginevra è stata presentata la Abarth 124 spider, che riprende in maniera riuscita gli stilemi dell’illustre antenata degli anni 70. La caratterizzazione è azzeccata, soprattutto all’esterno, dove cromaticamente l’effetto amarcord funziona parecchio, con un certo apporto di modernità, che secondo me è sempre necessaria. Il bagaglio tecnico è superiore rispetto alle sorelle Fiat e il prezzo sarà, dicono, fissato sulla base di 40000 euro. Tanti, troppi, secondo me, per una vettura che nell’origine Mazda si pone come oggetto di divertimento, con poco peso, non troppi cavalli e una dinamica appagante. Non conta la prestazione assoluta, ma il divertimento di guida. Non dubito che la Abarth deluderà, ma viaggiando sui 40000 euro o forse più, ci si può anche affacciare a qualche vettura del capoverso precedente.

Pensieri rapidi #16


Anticipo che sarebbe più opportuno intitolare il post come “Pensieri maligni”, ma preferisco mantenere il consueto format, aumentando la vena polemica.

E’ un venerdì pomeriggio e devo rincasare dopo pranzo. Il mercato rionale, poco distante da casa mia è in fase di smantellamento e c’è ancora il viavai di mezzi e persone. A qualche isolato da casa, mi accodo ad un vecchio Mercedes Vito che procede lentamente e che farà lo stesso percorso che devo fare per giungere a destinazione. Mi colpisce che proceda piuttosto lentamente, soprattutto nelle svolte. Il motivo è presto svelato, lasciandomi attonito: sul tetto del mezzo sono accatastate numerose cassette di verdura (piene) e non vi è alcun portapacchi o corda di trattenimento. Solo la gravità, intesa sia come forza, sia come superficialità nell’assumere certi comportamenti. Mi domando cosa sarebbe potuto accadere in una frenata brusca o con una collisione, soprattutto con pedoni o motocicli. Mentre mi muovo a piedi, noto poi una vecchia Fiat Punto, letteralmente schiacciata sulle proprie ruote, senza ammortizzazione e con un carico (legato) enorme sul tetto. Mi chiedo come possa frenare o scansare ostacoli in caso di emergenza. Lo so, sono un po’ fissato e paranoico, ma certe tragedie si autoannunciano e non accadono a sorpresa. Non mi piace neppure apparire giustizialista e demagogico, ma mi domando se non sia il caso di sanzionare certi comportamenti, invece di chiudere uno o entrambi gli occhi, giustificando magari la questione come “c’è gente che deve lavorare”. “E io?”, non uso forse la mia vettura per andare a lavorare? Ancora: mi faccio scrupoli (anche il mio gommista) sul fatto di acquistare cerchi “invernali” con certifica NAD o meno e constato poi di essere il vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro (arruginiti e stracarichi). Qualche controllo in più non guasterebbe.

Continuando con la polemica, mi imbatto in uno di quelli che possono sembrare i miei bersagli preferiti, ma che confesso , mi interessano anche come italiano, ovvero Marchionne e l’Alfa. Lo spunto nasce dalle dichiarazioni recenti sull’organizzazione Ferrari prima del suo avvento come presidente, giudicata un marasma senza le idee chiare. Ora, trascurando la scarsa eleganza del personaggio, talvolta spacciata per schiettezza, ma che andrebbe pesata per quello che è, si può anche essere d’accordo sul fatto che la Ferrari sia carente proprio sul pacchetto elettrico della vettura da F1, ma qui si raggiunge il paradosso. In un post del passato scrissi che il successo di Mercedes passa attraverso un gruppo industriale che sta investendo sull’elettrico e sull’ibrido, anche per la grande serie, un po’ come Renault e che entrambe suppongo abbiano calcolato che un po’ di pubblicità dal motorsport non possa che giovare. Criticare la scarsa capacità di Ferrari nel possedere know how ibrido è paradossale, perché è evidente che alle spalle, leggasi FCA, non ve ne sia. In più di un’occasione Marchionne ribadì di non credere nella redditività della mobilità elettrica, cosa probabilmente finanziariamente vera, ma a mio avviso anacronistica. Al lancio della nuova Chrysler Pacifica, Marchionne ha affermato di aver prodotto la vettura quasi “costretto” dalle rigide norme sulle emissioni, a riprova del fatto di non giudicare remunerativo questo genere di vettura. Ora, io non mi occupo di economia e finanza, quindi non posso valutare le parole dell’AD FCA, ma da appassionato del settore storco il naso nel sentire chi non crede nel proprio prodotto. Giusto per fare qualche esempio, dubito che in Bmw o alla Renault o, ancora, alla Toyota ci sia qualcuno che pubblicamente abbia palesato certi pensieri, viste le enormi somme investite, anche in prospettiva, ma con l’obiettivo di farsi trovare sul mercato con il prodotto. Mi sovviene l’esempio della favola de “La volpe e l’uva”.

Per rimanere in tema, sta per esordire sul mercato la Hyundai Ioniq, ovvero la risposta coreana alla Prius. La cito perché sin dalla prima fotografia vista, ritengo abbia nel design interno ed esterno la carta vincente per farsi “digerire” dai clienti. La sua linea è infatti piuttosto normalizzata, fattore non denigratorio, pur dovendo rispondere a criteri aerodinamici “obbligati” per il genere di vettura. Idem per l’interno, che non è “spaziale” e aiuta a non sentirsi disorientati, tra display e comandi. Non sarà regalata, suppongo, ma offrirà tre varianti – ibrida “normale”, l’elettrica e l’ibrida ricaricabile- di certo interessanti. Questo per dire che esiste chi crede e investe in un settore critico, magari perdendo, ma guadagnando in prospettiva.

Fine (per ora) delle polemiche.

Audi gialla o forse no


Nelle scorse settimane ha tenuto banco e di fatto accade ancora, nella cronaca e nei telegiornali, quella che è stata immediatamente battezzata come “la banda dell’Audi gialla”. Sorvolando sull’alone romanzesco che purtroppo si è posato sulla vicenda, si è trattato di alcuni criminali, mi permetto di definirli furfantelli, visto come hanno operato, i quali, una volta rubata a Malpensa in dicembre un’Audi RS4, con targa svizzera, hanno pensato bene di scorrazzare per circa un mese nel Nordest dell’Italia, mettendo a segno qualche furto e compiendo invece manovre molto pericolose su strade e autostrade. Prima di proseguire nel ragionamento, mi soffermo sullo stile per così dire narrativo che ha accompagnato le gesta di un gruppo di pericolosi incoscienti automuniti: spesso, si lasciava intendere che il guidatore di turno fosse anche un “manico” per le manovre che compiva, mentre si può semplificare dicendo che “andasse forte solo sul dritto”, quindi senza abilità, ribadisco, fosse solo incosciente.

Per confutare questo semplice ragionamento, è stato persino scomodato Miki Biasion, che ovviamente ha spiegato che le manovre compiute fossero banali dal punto di vista della tecnica ed esclusivamente pericolose, giacché compiute tra l’altro contromano e in autostrada. Prima di raggiungere il succo del mio ragionamento, mi soffermo sul modello di auto, non una supercar, ma di fatto molto vicina al concetto, per la quale, a corollario della notizia veniva aggiunto che avesse un “motore Lamborghini”, come se quasi fosse stata concepita nel garage di qualche elaboratore folle. Ora, magari come condimento della notizia al tg, ci può anche stare, ma tralasciando il fatto che spesso siano le Lamborghini ad avere motori Audi, sembrava realmente che si raccontassero le gesta di un gruppo alla “Fast&Furious”, mentre si trattava di tre criminali, non troppo scaltri, affezionati ad un giocattolo bello e vistoso, tanto da usarlo per un mese, facendo di tutto per mettersi in mostra e farsi catturare o per ammazzarsi con le loro stesse mani.

Di fatto, non è accaduta l’una né l’altra cosa perché, deludendo forse chi avrebbe preferito altri finali più romanzeschi, l’auto è stata data alle fiamme e dei figuri che la utilizzavano per scorrazzare si sono perse le tracce.

L’aspetto che più mi ha colpito dell’intera vicenda ha riguardato la polemica sulle difficoltà delle Forze dell’ordine nel fermare la il veicolo. Ora, pur non erigendomi a difensore delle FF.OO., occorre essere realistici e ragionare sulle difficoltà di fermare e peggio inseguire, in campo aperto e con il traffico, un veicolo che procede sul filo dei 200 km/h. Sicuramente chi fugge ha un vantaggio, anche solo in termini di tempo. In secondo luogo, la realtà non è quella dei telefilm, ma è composta da veicoli terzi il cui comportamento è assolutamente imprevedibile e non oso immaginare se una manovra degli inseguitori avesse scatenato un incidente, quali sarebbero state le conseguenze della e sull’opinione pubblica. Tutto ciò per sottolineare quello che forse già si sa, ovvero che il pattugliamento, specie delle autostrade, va accompagnato come avviene all’estero, dall’alto, ovvero da elicotteri, che si muovono più rapidamente e con meno pericoli per il traffico. Appare evidente e ne sono consapevole, che i costi sarebbero certamente maggiori, ma l’efficacia anche in termini di deterrenza, andrebbe di pari passo.

Notizia recentissima: pare che si stia diffondendo una nuova psicosi in stile Audi-gialla. Nella stessa zona “incriminata” pare che esista una “banda” che si muove su una Bmw nera o forse grigia. Domanda: guardatevi intorno e ragionate su quante siano le Bmw nere o grigie (tutte) e poi riflettiamo sull’impossibilità di intercettare la vettura e sulla dannosa psicosi che si può generare. I veri pericoli non hanno marca e occorrono metodi differenti per il pattugliamento.

Rotonda radente


In Liguria, dove trascorro i fine settimana al mare, più precisamente nelle vicinanze di un tratto d’Aurelia, sono stati recentemente terminati i lavori di rifacimento di un ponte che attraversa uno dei tanti torrenti che nella brutta stagione riversano le acque in mare. Con l’occasione, siccome il ponte era anche un incrocio di strade regolate da semaforo, si è provveduto alla creazione di una rotonda, al momento provvisoria, a raso. Da qui, le mie perplessità già emerse nei confronti di rotonde o spartitraffico “disegnati”, che molto spesso vengono ignorati, forse anche perché non visti.

Il problema è proprio quello della visibilità della rotonda e in particolare, visto che la cosa mi sta più a cuore, quella degli attraversamenti pedonali, sia in prossimità, che nei 100 metri precedenti. Ho immediatamente constatato che il flusso veicolare non rallenta più come prima, quando anche con il semaforo verde si intuiva la presenza di un incrocio, ma al massimo la manovra viene fatta giusto in prossimità dell’immissione, qualora si veda un altro veicolo, altrimenti si sa di poter tirare dritto, con buona pace, si fa per dire, dei pedoni che devono attraversare. Sono consapevole del fatto che questa sia una fase ancora di studio per la nuova viabilità, ma spero che i funzionari preposti ne tengano conto, perché è pur vero che il traffico in questo modo risulti più scorrevole, tuttavia , quando gli attraversamenti pedonali non sono regolati da semafori, occorre anche un minimo di aiuto per i pedoni, che qui poi sono spesso anziani o come me, genitori con passeggino, dunque categorie più lente e più “deboli” nell’attraversare.

Sarà difficile, anche se sarebbe più efficace, che venga realizzata una “vera” rotonda o che vengano posti (spero di no) i famigerati bumper, i rialzi, perché visto il traffico intenso renderebbero disagevole il passaggio di ambulanze che qui non hanno altre vie di transito.

Esprimevo pocanzi le mie perplessità nei confronti delle rotonde a raso, perché ormai da una quindicina di anni ve n’è una esattamente sotto casa dei miei genitori, dove abitavo anche io sino a qualche anno fa. Anche in questo caso, il rialzo è praticamente invisibile, pur se esiste, ma è talmente “carrabile” che non viene quasi considerato. Qui forse è ancora più grave la situazione, poiché tutta la rotonda dovrebbe trovarsi in una zona rialzata, ma anch’essa è molto bassa, al punti di non si avvertire la salita. Il risultato è che la circolazione della via più grande “mangia” quella della via per così dire secondaria, dal momento che è sufficiente non rallentare per intimorire chi sopravviene e indurre a rinunciare di rovendicare la precedenza, per non impattare (di lato) con chi arriva. Insomma, più che una precedenza, in molti casi è una prova di forza, non dimenticando poi che ci si trova in zona residenziale, con pedoni che attraversano per andare al cimitero (non in senso figurato) e verso la piscina comunale. Qualcuno potrebbe obiettare che magari non c’era tutto lo spazio necessario, ma in questo caso è evidente che si sarebbe potuto “mangiare” un paio di metri per lato senza grossi problemi, mentre si è preferito adattare una sede stradale con semaforo, al nuovo scopo, con pochissime modifiche.

Senza volersi ergere a urbanisti, occorrerebbe talvolta un po’ più di osservazione e buon senso, magari mettendo anche a bilancio delle possibili correzioni, evidenti talvolta solo con la messa in pratica e servirebbe, perché sin qui non ne ho parlato, anche un po’ di rispetto delle regole del Codice della Strada e del buonsenso da parte di tutti noi.

Nürburnein


Qualche mese fa si è discusso a proposito del Nürburgring, che per chi non lo sapesse, è uno dei luoghi sacri dell’automobilismo mondiale. Il tema era il divieto, rivolto in particolare alle Case automobilistiche, rispetto ai tentativi del “giro secco”. Prima di proseguire, occorre precisare che il circuito è in realtà un insieme di circuiti di cui il più famoso è il Nordschleife, che possono arrivare a snodarsi complessivamente per oltre 20 km, con condizioni di asfalto, pendenza e pericolosità, assai impegnative. Viene da sé che una vettura in grado di “girare” bene sull’Inferno Verde, risulti adatta ad un uso stradale intenso.

Per anni il circuito ospitò anche il Gran Premio di F1, precisamente sul percorso lungo e fu giudicato pericoloso anche in virtù dell’incidente che coinvolse Niki Lauda nel 1976. Guidare al Nürburgring è un desiderio che molti appassionati, me incluso, desiderano soddisfare, benché avrei qualche remora a girare con la mia vettura, pena metterla “a muro” o finirne i freni e le gomme, dopo un uso intensivo.

Come accennavo, i costruttori utilizzano sapientemente l’espressione “testata al Nürburgring” anche dal punto di vista commerciale, tanto che i conduttori di Top Gear, per un certo periodo si divertirono a commentare e a chiedersi se qualunque mezzo passasse per le loro mani fosse stato testato laggiù. Il riferimento è quindi sul miglior tempo, che per le hypercar è di poco inferiore ai 7’, ma che poi ha i vari record per ciascuna categoria. Attualmente, tra le auto di serie, se così si può definire serie, il record appartiene alla Porsche 918, che è andata anche sotto i 7’, ma che probabilmente rischia di essere la detentrice per sempre, se i gestori dell’impianto decideranno di non far proseguire gli “hot lap”.

La decisione dell’introduzione dei limiti di velocità in circuito non è stata però peregrina e senza fondamento, perché ha preso spunto dai molteplici incidenti, documentati con dovizia su Youtube, di cui l’ultimo episodio è purtroppo mortale, ovvero quello occorso ad uno spettatore durante una gara di VLN Endurance, causato dalla Nissan GT-R guidata dal pilota inglese Jann Mardenborough, che è letteralmente volato in aria, atterrando poi senza controllo contro le barriere, in uno scontro tanto rovinoso da causare la morte di chi si trovata dietro le protezioni. Per la cronaca, il pilota è uscito illeso.

Oltre a provare un sincero dispiacere per il povero spettatore, permane qualche perplessità sulla decisione di proibire anche i giri veloci. Non vorrei apparire eccessivamente libertario, ma se la motivazione fosse davvero quella, dovrebbero vietare i rally in ogni loro forma, perché in questo caso gli spettatori costituiscono in molti casi il “guardrail” del percorso ed i tristi fatti della scorsa estate ne confermano la pericolosità.

Attenendomi a questo ragionamento, trovo che per frenare i bollenti spiriti sia meglio un circuito che non la strada. In fondo non riscontro nulla di strano se una vettura, guidata da un pilota esperto, perché diversamente non potrebbe essere, cerchi di staccare il miglior tempo. Il problema è, semmai, lo stato del circuito e il fatto che su di esso stiano circolando contemporaneamente veicoli diversi, giacché, pagando, anche un camper può scendere in pista, al pari di una moto.

Sarebbe tutt’al più necessario regolamentare la circolazione e le sessioni di pista, senza contare che in seguito ad un incidente del genere ci si sarebbe aspettati piuttosto un divieto al pubblico, che non uno di “pestare forte”. Non voglio tessere l’elogio della velocità, ma trattandosi di un circuito e non di strade aperte, non mi parrebbe necessario nemmeno ricordare ciò che tutti gli appassionati di motori sanno, tanto che viene persino riportato sui biglietti di molte manifestazioni: “Motorsport is dangerous”.

Ciò deve risultare, secondo me, non come un monito, ma come una presa di coscienza del fatto che quel contesto contenga situazioni di pericolo, ovunque ci si trovi.

Pare che il divieto sia stato temporaneo e la conferma risiederebbe in quello che sto per citare, spianando nuovamente la strada anche ai costruttori che intenderanno sfidarsi sul migliore tempo. La nuova Alfa Romeo Giulia ha staccato un tempone, che mette alle sue spalle svariate supercar (ha senso non considerare essa stessa una supercar?) e che “riapre” la partita tra i costruttori. Quel che sembra certo, è che Case e uffici stampa non siano intenzionati a concepire un Nürburgring a velocità ridotta.

Pensieri rapidi #6


E’ sera, piove e sto percorrendo una via cittadina a doppio senso. Non procedo a velocità sostenuta, perché sono ripartito da poco da un semaforo, ma ad un tratto mi accorgo che un pedone che aveva iniziato l’attraversamento (non sulle strisce), sosta a centro strada. Lui probabilmente non percepisce la mia sorpresa, perché non compio manovre brusche, ma sono io ad essere stupito di non essermene accorto come avrei dovuto o come avrei creduto di poter fare. Immediatamente penso a quelli che ritengono superiori le capacità umane nei confronti della tecnologia e poi immagino l’utilità di dispositivi come quello che evita o riduce le collisioni con i pedoni. In questa circostanza non è accaduto nulla ad alcuno, se non al mio senso di controllo della situazione. L’uomo sarà anche dotato di grandi qualità, ma grazie all’elettronica riusciamo a fare in modo che la soglia di attenzione e di ausilio sia sempre al massimo livello, senza distrazioni. E non è poco, perché alle volte sono i centesimi di secondo e i cm a fare la differenza.

Di ritorno dal mare, scelgo di valicare il Colle di Nava. Il sole sta tramontando e inizia un’intensa nevicata. Sulla strada, purtroppo non pulita nella direzione che sto seguendo, ovvero quella in “discesa” verso Ceva (CN), si è depositato uno strato di 10-15 cm di neve e sono poche le vetture ad essere transitate prima di me. Lungo tutti questi km mi trovo a ripassare(e sperimentare) molte nozioni di guida su fondi a scarsa aderenza, fin qui lette o seguite sul web. Le vetture che raggiungo viaggiano tutte estremamente piano ed io, pur con la massima attenzione, le supero tutte, poiché la mia “velocità mentale” è praticamente doppia rispetto alla loro. Non voglio apparire sbruffone, ma sento di stare sfruttando al meglio il potenziale della mia vettura, che è a trazione integrale e monta ovviamente pneumatici invernali. Molti mi avranno giudicato come uno spericolato, ma semplicemente io sentivo di possedere una diversa velocità e una diversa aderenza, tale da consentirmi di procedere, seppur piano, più rapidamente di tutti gli altri veicoli. E’esattamente come quando sciando, compio manovre che da principiante mai avrei azzardato o come quando sulle piste scorgo chi è ancora più capace di me sfoggiare tecnica e sicurezza ancora superiore. Non sto tessendo un’ode alla velocità o alla sbruffonaggine, anzi, semplicemente in molte condizioni emerge la differenza tra diverse sensibilità legate a velocità e controllo del mezzo, sempre, ribadisco, entro certi limiti, poiché il mio pensiero è sempre stato quello di non andare a muro con la mia fiancata.

Ho già avuto occasione di affrontare il tema sul cruise control e sul fatto che lo apprezzi molto, in perfetta sintonia con quanto citato poco sopra: non mi diverte l’idea di sfrecciare a velocità stratosferiche in autostrada, ma è più sicuro e proficuo procedere a velocità appena sotto-codice, ma costante: ne guadagnano la serenità e il consumo di carburante. Probabilmente il metodo sarebbe ancora più redditizio per tutti, ovviamente se ogni vettura disponesse del sistema, ma ancor più se i guidatori ne comprendessero utilizzo e utilità. Penso questo mentre sto percorrendo in direzione Torino la A32, nel tardo pomeriggio di una domenica invernale. Per molti chilometri l’autostrada è in discesa, con alcuni tratti in leggero falso piano. Il traffico è medio, ma pur muovendomi a velocità limite, occorre prestare attenzione a causa di molti comportamenti errati e un po’ pericolosi: marcia a singhiozzo, ovvero veicoli che prima procedono a 130 km/h, poi rallentano e così via per km, altri veicoli che in fase di sorpasso frenano in procinto di curvoni autostradali, manco fossero tornanti,oppure ancora altri che procedono a gas costante, il che può voler dire 90 km/h in salita e 140 in discesa. Non ho la presunzione di ritenermi d’esempio per tutti, ma alle volte mi sembra di essere tra i pochi a sapere cosa stiano facendo e sono in grado di valutare anche ciò che accade intorno, per evitare di costituire un pericolo. E pazienza se spesso mi imbatto nei sorrisi di chi viene sorpassato da me e poco dopo mi sorpassa, per poi nuovamente rivedere la stessa scena: non si rende conto che io sto procedendo a velocità costante (e consumo costante, che di questi tempi non è poi una brutta cosa).

Pensieri rapidi #2


Come alcuni lettori dei miei post sapranno, mi trovo talvolta a percorrere a S.S. 20, ovvero quella che valica il Colle di Tenda, tra Italia e Francia. Ho già affrontato in altri post il problema di questo tracciato, decisamente inadeguato, come larghezza di carreggiata e portata in generale, rispetto al traffico che si trova a sopportare. Non è l’unica strada che collega il basso Piemonte alla Liguria, ma è quella che ha un ruolo importante nel connettere l’Italia con la Francia. Aggiungiamo poi che i pedaggi autostradali siano salati e che comunque per il bacino gravitante attorno a Cuneo e al basso Piemonte sia quella l’unica strada praticabile e comprenderemo l’importanza di un’arteria che ha caratteristiche del secolo scorso, anche come sviluppo del percorso. L’orografia e la scarsa importanza strategica per il sud della Francia hanno contribuito a non incentivarne il potenziamento e siamo dunque qui a trovarci con una strada che attraversa numerosi paesi, con un ricalcando la via che molto probabilmente aveva visto transitare gli avi di Napoleone Bonaparte. Questa infinita premessa mi serve per spiegare come recentemente, diverse municipalità abbiano scelto di portare avanti le famigerate “zone 30” inserendo dossi rallentatori davvero “violenti” e, al momento in cui scrivo, neppure troppo segnalati. Insomma, tutto il mondo è paese, questo forse può rallegrare chi crede che i comuni italiani abbiano idee strampalate in tema di viabilità, ma mi preoccupa constatare che certe soluzioni possano accontentare un certa fetta di popolazione, che pur vota, ma possano arrecare danni, oltre agli ammortizzatori, anche all’economia. Se tanti, molti si stancassero,anche per lavoro di transitare con enormi disagi, tra semafori e altri deterrenti alla circolazione, che ne sarebbe delle economie locali? L’isolamento non giova mai a nessuno, nemmeno a chi per motivazioni anche nobili, riduce la viabilità ad un’infinita coda che parte, riaccelera e inquina per ore. Lo so, il tema è difficile e sono un po’ provocatorio, ma vale la pena di riflettere.

Non ho la presunzione di ritenermi un modello di comportamento, sulla strada, così come nella vita, ma ho la presunzione, quella sì, di sapere molto spesso quello che sto facendo, soprattutto al volante. In questo mi aiuta sicuramente la passione e la curiosità per questo mondo, superiore, credo a quella di molti altri utilizzatori della strada. L’ignoranza, intesa nella sua accezione più ampia e genuina, è un grande nemico: del resto, ai fornelli mi sento inadeguato come accade a tanti automobilisti che incrocio ogni giorno e dei quali percepisco la difficoltà a confrontarsi con la velocità e con la visione d’insieme. Difficilmente mi cimenterei nella preparazione di un’anatra all’arancia, perché conosco i miei limiti e dovrei studiare e sperimentare prima di arrivare a quello. Con l’automobile, sembra che una volta conseguita la patente si possa fare tutto, ma non è così. Troppo spesso mi imbatto in guidatori che agiscono in ritardo sulle situazioni, perché distratti, inconsapevoli e dunque inconsapevolmente distratti: frenate scomposte, occupazione sbagliata delle corsie, accelerazioni o rallentamenti sovra o sottostimati, mancanza della previsione di ostacoli o pedoni nei pressi degli attraversamenti. Ribadisco, non mi ergo a esempio da seguire, ma da utente esperto mi accorgo più facilmente di molti comportamenti, spesso ereditati da guidatori-genitori poco attenti, altre volte da generica distrazione. L’automobile è (anche) un pericoloso oggetto, che si muove in un ambiente composto da soggetti diversi, eppure sembra che spesso ci si dimentichi di ciò. La guida è tecnica, ma si fonda in grande parte sulla vista e sulla visione. Come nella vita, è ottiene di più chi guarda avanti, di chi non vede ad un palmo dal proprio naso.

Proprio a proposito di guida, mi hanno colpito i servizi riguardanti un prototipo Audi, che ha “girato” al limite sul circuito di Hockenheim, in maniera totalmente autonoma, ovvero senza nessuno al volante, segnando un tempo tutto sommato ragguardevole. E’ solo l’ultimo esempio di quelli che forse un domani, magari un dopodomani, ma non un “mai”, potremmo considerare come veicoli di normale utilizzo. Fa un po’ paura immaginare di salire sulla propria automobile, che terrà davvero fede al prefisso “auto” e viaggerà in un traffico canalizzato. Non avverrà a breve, poiché nemmeno le normative prevedono una così esasperata autonomia dei veicoli, ma non escludo che si possa arrivare in qualche decennio ad una svolta epocale. Lo scopo è ovviamente quello nobilissimo di arrivare ad azzerare o quasi il numero di incidenti e morti, così come quello di velocizzare gli spostamenti, anche delle merci. Siamo nel campo del futuribile, più che della fantascienza e tutto ciò incute comunque un poco di timore. Non deve stupire più di tanto la cosa, poiché se saliamo su di un aereo, ci affidiamo per gran parte del viaggio alla guida autonoma che, ipotizzo, non si faticherebbe ad “istruire” per eseguire anche decolli e atterraggi senza la mano dell’uomo, ovviamente con una rete di sensori anche a terra. Sin qui non ho espresso o meno apprezzamento, anche se sono entusiasta per i progressi tecnologici. Resta immutato il mio piacere per la guida e per le sensazioni che si provano in un tratto “guidato”, ma lucidamente viene da chiedersi se stare al volante in città, in coda o in un traffico continuo autostradale sia guidare, oppure se in fondo non sia apprezzabile e rilassante avere qualcosa che ci allevia dallo stress. Fino a qualche anno fa sembravano impossibili i cruise control adattativi, mentre oggi si stanno diffondendo rapidamente: la guida autonoma non è forse già tra noi?

Guida&sfida


Esistono argomenti per i quali le critiche, soprattutto se mosse dal gentil sesso verso gli uomini, suscitano una sorta di atavico istinto alla ribellione, all’offesa, alla lesa maestà. Provate a insinuare al maschio medio che non sia capace di guidare e provocherete in lui un moto di sdegno e un riflesso immediato di picchiarsi sul petto come i gorilla di montagna. Noi, mi ci metto anche io, per giunta appassionati di automobili, non ammettiamo critiche sulle nostre capacità, perché (chi più chi meno) viviamo spesso proiettati nel mito di Ben Hur alle gare di bighe e approcciamo la strada con un spirito da cavalleria risorgimentale.

Ho volutamente e provocatoriamente enfatizzato, ma effettivamente i comportamenti che spesso teniamo sulla strada poco hanno a che vedere con il buonsenso e bisognerebbe riflettere a lungo, prima di compiere manovre o assumere comportamenti dissennati. L’ho già sostenuto altre volte: manca da noi, in Italia, una cultura dell’educazione, complessiva e stradale, giacché non è (sarebbe) esclusiva materia di chi guida, la conoscenza delle regole di convivenza sulla strada. Ritengo che difficilmente un pedone scriteriato possa essere un ciclista educato o un guidatore accorto, poiché in fondo le regole e il rispetto del Codice della Strada, dovrebbero valere per tutti. Sto generalizzando, sebbene non ritenga di scrivere eresie, dal momento che è sufficiente fare un giro per le vie del centro di una città e notare che anche la moltitudine di novelli ciclisti si comporta pressappoco come gli omologhi guidatori con cui talvolta finiscono in conflitto. Lo so, il risultato è quello di una “guerra tra poveri”, mentre dovrebbe prevalere la conoscenza delle regole e del mezzo che si sta utilizzando.

E’ per questo motivo che da appassionato di automobili e di tecnica ho accettato con piacere l’invito a partecipare a Guida&Sfida, un evento organizzato a Torino dal Gruppo Spazio, nel week end del 17 e 18 maggio. Con il pretesto, la cornice della sfida, c’era l’occasione ghiotta di apprendere nozioni di guida sicura, simulando condizioni di difficoltà che si possono riscontrare su strada. Grazie a istruttori professionali, sono state illustrate le tecniche di base per affrontare curve e frenate in condizioni di scarsa aderenza, il corretto uso dei freni e la posizione delle mani sul volante. Detto così, potrebbe apparire tutto molto scontato, ma come sostiene chi è ben più colto di più di me in materia, la guida è fatta di tecnica e solo con la sua corretta applicazione si conduce il mezzo in sicurezza. Ripeto, sicurezza, senza pensare immediatamente alla guida sportiva. Ritengo sia capitato a tutti, pur non percorrendo una prova speciale del Rally di Montecarlo, di incappare in situazioni di scarsa aderenza, magari in curva o di dover scansare un ostacolo. E’ vero che molti di noi sono assisti da Santa-Elettronica-sempre-sia-lodata, ma possedere nozioni utili a sterzare e pigiare correttamente sul freno rappresenta un valore aggiunto. Non dimentichiamo che l’elemento umano è ancora quello che prende le decisioni più importanti (in attesa che vengano commercializzate le auto con guida autonoma o con un maggiore grado di interventi elettronici automatici).

Tornando a Guida&Sfida, terminata la lezione di teoria si è passati ai fatti, sul circuito appositamente allestito in un piazzale della Concessionaria Spazio: partenza, un “otto”, un 180°, una piega a destra, un altro “otto” e traguardo. Il tutto per un tempo intorno al minuto, con i “bravi” circa 10 secondi sotto e gli altri più o meno a salire. I “cavalli” a disposizione per completare il rodeo erano delle Fiat 500, appositamente predisposte con i “malefici” carrelli piazzati sulle ruote posteriori. In pratica i “marchingegni” rendevano la vettura esageratamente sovrasterzante e il gioco consisteva proprio nel compiere il percorso in maniera pulita, ovviamente nel minor tempo possibile e senza abbattere i coni, che avrebbero costituito penalità in secondi.

Esattamente come nelle questioni sentimentali, la teoria non era difficile da assimilare, mentre la pratica richiedeva un po’ di perizia. Ciascun partecipante aveva a disposizione due giri, il primo di prova e il secondo cronometrato, che sarebbe andato a comporre la classifica: due turni il sabato e uno di domenica, con la “finale” da disputarsi la domenica pomeriggio. A fianco, ovviamente, vi era sempre l’istruttore, pronto a dispensare consigli. L’intero esercizio si svolgeva in prima marcia, ma il fatto era ininfluente, poiché non si trattava in primis di una prova di velocità, secondariamente perché la perdita di trazione sul posteriore si manifestava con una decisione tale da rendere la vettura già difficilmente gestibile. Il “segreto” per far fruttare al meglio il giro risiedeva nel saper “giocare” con il gas, in modo da trasferire aderenza al posteriore al momento giusto, evitando dunque la “scodata” o peggio il testacoda, sempre in agguato.

La mia prova? Non credo sarebbe stata da record, ma certamente ho peccato inizialmente di eccessiva prudenza” e nel giro buono ho commesso un errore che, su un tracciato così breve è stato ovviamente fatale. Essendo alla mia prima esperienza in materia, avrei voluto provare di più, ma le regole sono regole e vanno rispettate, quindi onore e chi è stato pulito sin da subito.

I complimenti vanno dunque a Nicolò Leardo, Roberto Romeo e Gabriele Grifone, che si sono classificati primo, secondo e terzo con il tempo di 45”,07 – 47”,29 e 47”,83, senza dimenticare Vittoria Bruno, prima donna classificata al 12° posto. Da notare che sino all’ottava posizione i concorrenti non sono incappati in penalità, quindi hanno sapientemente interpretato il percorso.

Per quanto poco possa sentirmi competitivo, il pensiero va già alla prossima edizione e alla voglia di “riscatto”, ma ciò che importa è che mi sia divertito e che abbia sperimentato qualche utile esercizio, ribadendo il concetto che certe tecniche andrebbero insegnate sin dalla scuola guida o con un “richiamo” obbligatorio: ne trarremmo giovamento tutti.

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