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Pensieri rapidi #25


In una mattina di novembre mi trovo per un paio di ore in auto per commissioni. Sono “fuori orario”, perché solitamente sono orari in cui sarei in ufficio. Piove piuttosto forte e resto sinceramente colpito di più dall’indisciplina dei pedoni. Sembra che debbano mettersi in salvo da chissà quale cataclisma, ignorando sia le regole del buonsenso, che quelle del Codice della Strada. Mi è capitato, transitando su corsi a tre corsie di trovare pedoni che attraversavano, magari correndo, in assenza di strisce e attraversamenti. Si parla di adulti in “età della ragione”, eppure disposti non si capisce per quale ragione a mettere a repentaglio la propria vita e rovinare anche quella altrui. Fortunatamente era giorno, ma su alcuni corsi la visibilità era a tratti scarsa, complice il traffico. Il massimo è stato raggiunto da una donna con ombrello, al telefono, che attraversava sì sulle strisce, ma con il semaforo rosso già scattato. Per fortuna gli automobilisti hanno rallentato, ma io, senza voler moralizzare o fare paternali, mi domando: perché? Perché non si ragiona un secondo in più? Mi ci metto anche io, ma dovremmo tutti riflettere almeno sulle conseguenze di certi gesti.

Cambio completamente argomento, per non “intrombonirmi” oltremodo e constato l’ennesima conferma di ciò che ormai non è più catalogabile come tendenza momentanea. Mi riferisco alla crossoverizzazione imperversante, che non fa nemmeno più notizia soprattutto sui nuovi modelli, ma dal mio punto di vista è significativo notare come anche le “vecchie” monovolume vengano rimpiazzate da suv o simili. E’ ad esempio il caso della rinnovata Peugeot 3008 e della sua “sorella lunga” 5008. Entrambe, come dicevo hanno una ben definita identità da suv, rispetto alle forme più tondeggianti, appartenenti al trend degli scorsi anni, in cui le monovolume godevano di un buon successo. Un processo simile a quanto pare interesserà anche Opel con la prossima Meriva che si “smonovolumizzerà”, assumendo tratti più fuoristradistici. E’ il futuro, bellezza. Anzi, verrebbe da dire che è il presente, giacché spesso esistono delle fasi e delle mode, un po’ come per le monovolume e per le station wagon, che pure resistono come zoccolo duro, ma più che altro in Europa e in poche nazioni. La prossima? Lo dico ogni tanto e magari prima o poi l’azzeccherò: le berline tre volumi, che da anni si “nascondono” un poco, con linee da due volumi e mezzo o da coupé a quattro porte.

A stagione della Formula 1 terminata, si riaffaccia uno dei “tormentoni” degli ultimi anni, ovvero il ritorno di Alfa Romeo nel Circus. E’ un’ipotesi affascinante, ma personalmente mi pare davvero poco praticabile, per una serie di motivi. Prima di tutto, come direbbero a Arese, non ci sono i dane’, ovvero i soldi, perché mi pare che la Ferrari costi già parecchio di suo e sarebbe uno spreco di risorse duplicare un team, dove già il “titolare” annaspa vistosamente da qualche anno. Ci sarebbe l’ipotesi di rebadging della power unit Ferrari in Alfa Romeo, senz’altro più praticabile, ma poi a chi la si fornirebbe? Se un team spende fior di quattrini per aggiudicarsi il marchio Ferrari, utile anche ad attrarre soldi e sponsor, perché si dovrebbe affiancare un altro marchio? E, viceversa, sarebbe conveniente motorizzare una Sauber, che staziona nelle ultime file, per  un brand che dovrebbe essere rilanciato? Ovviamente no e immagino che Marchionne e il board FCA non siano così sprovveduti, ma stabilmente rilanci la notizia per creare un po’ di scompiglio e rubare la scena alla Corazzata di Stoccarda, che pare destinata a dominare ancora per un’altra stagione. Insomma, la notizia di Alfa in F1 è più che altro pane per giornalisti e azionisti, mentre vedrei come più praticabile, anche se con costi tutt’altro che ridotti, il ritorno in campionati in cui “si vede” di più il prodotto, come le serie Turismo nazionali o, il DTM, ma anche in quel caso l’investimento sarebbe ingente. Si sa, spesso conta avere una buona comunicazione e Sergio Marchionne, che continuo a vedere poco come uomo di prodotto e più come uomo di finanza, credo lo sappia molto bene.

Con questo, che è l’ultimo post del 2016, auguro buone feste ai miei lettori. Appuntamento al 2017.

Pensieri rapidi #23


Apprendo dalle riviste specializzate che è in arrivo, anzi è già in uso, un nuovo tipo di autovelox, che potrebbe essere definito come “arma finale”: Scout Speed. Lo strumento, che è riduttivo definire autovelox, è molto più sofisticato e viene montato a bordo di veicoli, accrescendo il potenziale “di fuoco”, poiché funziona anche in movimento ed è in grado di individuare “i piedi pesanti” sia nel proprio senso di marcia, che in quello opposto. In più, attingerà ai dati degli archivi informatici per verificare se i veicoli sono in regola con assicurazione e bollo. In più, non essendo una postazione fissa, anche se temporanea, non ci sarà obbligo di segnalazione, quindi la probabilità di incappare in un controllo e di essere pizzicati aumenta esponenzialmente. Fatto salvo il famoso detto “male non fare, paura non avere”, può diventare preoccupante il fatto che molti limiti di velocità siano ormai nettamente sottodimensionati, o più probabilmente posti con pilatesco zelo dagli amministratori locali, vedasi “noi abbiamo rispettato alla lettera il Codice: sono fatti vostri”. Infatti, come ho già dichiarato in altre occasioni, pur non essendo un pirata della strada, diventa difficile in molti contesti  viaggiare a 50 o 70 km/h, soprattutto su strade statali e su tratti molto lunghi. Lo stesso dicasi in città, dove sovente il limite dei 30 o dei 50 km/h è faticosamente rispettabile senza, ribadisco senza, comportarsi da spericolati guidatori, semplicemente perché le nostre automobili hanno limiti estremamente più alti, utilitarie comprese. Con ciò non intendo caldeggiare l’abolizione dei limiti, ma spero che il personale adibito all’utilizzo di questi apparecchi sia lungimirante nel valutare e nel “tarare” il senso di pericolosità.

Si collega a quanto appena detto, la notizia sul fatto che a Torino stia per partire la sperimentazione in alcuni controviali, di una zona 20 – sì, avete letto bene – e non 30 km/h. Il nobile motivo è la sacrosanta sicurezza, ma mi domando se e come sia rispettabile al volante un limite davvero così basso. Me lo domando realmente e senza malafede. L’Assessore alla Mobilità ha spiegato che si opererà per creare “chicane” artificiali, in modo da obbligare a ridurre la velocità, dovendosi spostare da un lato all’altro della carreggiata. Sono davvero perplesso, poiché siamo in primis privi di educazione civica e stradale e ritengo che l’inasprire limiti e sanzioni serva davvero a poco. Una motivazione avvallata dall’Assessore è quella che nell’impatto tra pedone e veicolo a 20 anziché a 30 km/h, le probabilità di sopravvivenza aumentino. Il fatto è inoppugnabile, ma non vorrei che con le auto che circolano piano, i pedoni si sentissero legittimati ad attraversare “a sentimento”, valutando come molto bassa la velocità del veicolo che sopraggiunge. Insomma, se i pedoni attraversassero dove si può e i veicoli si fermassero dove si deve (viaggiando a velocità ragionevole), forse sarebbe tutto più facile, senza abbracciare teorie particolarmente astratte (di qualsiasi bandiera politica siano).

Modalità trombone on. Mi sono imbattuto, saltando da un canale tv all’altro, in un simpatico show: Singing in the car, su TV8. Il format, tutto italiano, per una volta, è tanto semplice, quanto secondo me efficace. E’ una sorta di karaoke moderno, dove il concorrente canta e partecipa anche a piccoli giochi legati alle canzoni che vengono proposte. La novità e l’elemento di discontinuità col karaoke classico? Si gioca e canta in automobile, esattamente come capita a molti di noi. La trovata è senza dubbio piacevole e d’effetto, però adesso arrivano i miei “ma”. La conduttrice-conducente è Lodovica Comello, molto brava e spigliata (forse a tratti sopra le righe, ma ci può stare), però ho trovato poco educativo il fatto che mentre è al volante – sempre – tolga continuamente le mani dal volante e talvolta lo sguardo per cantare, gesticolare, interagire con l’ospite. D’accordo è uno show, ma se la vettura non è caricata su un rimorchio, trovo che sia poco educativo come modello, in un’era in cui giovani e meno giovani sono più pericolosi alla guida a causa di telefoni e distrazioni. Sono consapevole, forse, di stare ingigantendo la cosa, però la tv è un modello per molti ed è immediata l’emulazione, magari tra amici, dimenticando che poi si deve frenare o schivare un ostacolo. E non c’è zona 20 che tenga o super autovelox, ma occorre un po’ di sale in zucca. Per tutti, me compreso. Modalità trombone off.

Pensieri rapidi #21


Sta diffondendosi , a partire dal web ed anche in qualche telegiornale, la richiesta formulata da una mamma torinese, che non ha la patente e si muove con i taxi, di dotare appunto le auto pubbliche di appositi seggiolini per i bambini. La petizione on line sta riscuotendo molto successo e da papà di un bimbo in piena età “da seggiolino” mi sono posto alcune domande. Prima di tutto, la richiesta di maggiore sicurezza per i piccoli, va sempre vista di buon occhio, ma sapendo in cosa consti un seggiolino, mi sorgono immediatamente dei dubbi. Chi li utilizza sa bene che esistano differenti “taglie” di seggiolini, poiché la loro utilità viaggia di pari passo con il peso e l’altezza dei trasportati, quindi si porrebbe sin da subito un problema di adeguatezza del supporto, che diversamente non servirebbe a nulla. Altro problema è il notevole ingombro dei seggiolini, sia montati (portano via un posto), sia riposti nel bagagliaio (occupano praticamente lo spazio di una valigia), dunque si porrebbe anche un problema al taxista nel limitare lo spazio a bordo o quello di carico. Qualcuno suggeriva di pensare alla creazione di depositi “volanti” per i seggiolini, in modo che il taxista possa prelevare e riporre solo in caso di necessità, oppure di costituire speciali taxi, adeguati in tal senso. Non per apparire pessimista, ma anche queste opzioni sono secondo me complesse, perché se il taxista dovesse passare a caricare un seggiolino, su chi dovrebbe ricadere il costo del carburante e della corsa? La questione è controversa, perché se da un lato poggia su un sacrosanto diritto di sicurezza da garantire, dall’altro non può trascurare una possibile ridotta domanda rispetto ad un servizio. Insomma, c’è molto su cui riflettere e su cui ragionare in prospettiva, non ultima quella del diritto alla mobilità e qui tiro in ballo, giusto per provocazione, i veicoli a guida autonoma, che per una mamma senza patente potrebbero essere una soluzione praticabile. A proposito di taxi e sicurezza, c’è poi molto da dire, poiché solo recentemente i taxisti indossano la cintura e credo di essere uno dei pochi clienti (con lo sgomento del taxista) che la indossano quando salgono a bordo.

Rimanendo in tema di sicurezza stradale, ma molto spicciola, noto da tempo che la gran parte degli automobilisti che incrocio, sia su statale che in autostrada, trascuri l’obbligo di tenere le luci anabbaglianti accese anche di giorno. Fortunatamente una notevole fetta del parco auto è recente e dotata di luci diurne già dalla casa madre, ma constato con un lieve disappunto che come molte italiche abitudini, sia stata immediatamente recepita –capitava di vedere luci accese anche in città senza obbligo – per poi dimenticarla. Tra l’altro il Codice della Strada prevede una sanzione, che credo non venga comminata a nessuno. Come ho scritto altre volte, sarebbe bello esistesse, da parte delle FF. OO. anche una sorta di ammonizione per certi comportamenti, in modo da essere segnalati, ma almeno ad una prima volta non sanzionati.

Al recente GP di F1 a Silverstone le vetture sono partite, esattamente come a Montecarlo, dietro alla Safety Car, in quanto la pioggia e l’asfalto bagnati sono stati ritenuti pericolosi. Per gente che viaggia a 350 km/h. Che ha vetture in grado di percorrere curve a 200 km/h. Che fa questo mestiere e che si allena. Basterebbe questo per spiegare come mai il pubblico si disaffezioni con sempre maggiore velocità. Al di là di qualche battuta, fa sorridere che dietro queste partenze “moderate” si parli di paura di incidenti, quando da un lato si vogliono eliminare gli aiuti alla guida (sigh), mentre dall’altro si cerchi di aumentare la sicurezza, ma poi il caso Jules Bianchi gridi ancora vendetta, per la superficialità di certe operazioni. Fanno anche sorridere i commenti di numerose “team radio” dei piloti, costretti a tenere il passo di una vettura “di serie”, si sentivano rallentati e in grado di guidare. Torno a ribadire che solo con regolamenti più semplici e più liberi, la Formula 1 potrebbe ritrovare smalto e un effetto meno da videogioco.

Buone vacanze. Arrivederci a settembre

Fast and Furbous


Sulle cronache locali de La Stampa e Repubblica era già comparso qualche settimana fa un articolo in cui si riportava per filo e per segno lo svolgimento di una gara di auto clandestina, alle porte di Torino, più precisamente tra i comuni di Rivalta e Grugliasco, su di una strada provinciale perfettamente rettilinea, di qualche km, con agli estremi due rotonde. Il giornalista raccontava del grande numero di partecipanti e di pubblico, che si assiepava ai bordi della Provinciale e delle due stazioni di servizio che si affacciano su di essa, trasformate in box/paddock. In un racconto tra la cronaca e il “Fast and Furious”, si raccontava poi che l’arrivo di una (!) pattuglia dei Carabinieri faceva disperdere rapidamente i partecipanti e forse qualcuno veniva fermato. A distanza di una decina di giorni sono ricomparsi articoli in cui si parla del ripetersi degli eventi e di una finalmente più massiccia presenza (ma mai adeguata) di forze dell’Ordine, che ha sequestrato mezzi e identificato alcuni presenti. Alcune considerazioni: sono anche io un fan della saga Fast and Furious, ormai diventata di pura fantascienza,  ma lungi da me pensare che sia poi così bello gareggiare su strade aperte al traffico, soprattutto sapendo che ciò è illegale e molto probabilmente è illegale anche il mezzo su cui siedo. Esiste però, purtroppo un sottobosco, che io non conosco e che evidentemente è florido, nel quale a partire dalla passione per un certo genere di tuning, che di nuovo non condanno e mi incuriosisce soprattutto se è made in Germany dove esiste una cultura di ciò, dicevo, c’è un sottobosco che segue e si muove parallelamente a questa pseudo passione. Penso di poter sostenere che dietro a tanto interesse esistano anche delle scommesse, ovviamente clandestine, perché dubito che sia la pura passione ad animare così tante persone come si vedevano nelle foto pubblicate dai quotidiani. Aggiungo che nella mia vita ho visto qualche rally e mi è bastato ciò per provare una giusta dose di paura, dal momento che in un rally le vetture transitato davvero molto velocemente e potenzialmente a fil di tifoso, quindi non proverei tanta voglia di posizionarmi a vedere qualcuno che non è un pilota professionista (magari crede di esserlo), non ha mezzi certificati e in più agisce in condizioni complessive non di sicurezza.

A ulteriore sostegno delle mie tesi, aggiungo di non ritenere poi così capaci i “piloti”, nel dover accelerare su di un rettilineo, poi frenare, curvare e riaccelerare, a conferma del fatto che queste “gare” siano proprio un pretesto per le scommesse e basta.

Sono da sempre un appassionato di auto e di guida, per questo motivo cerco continuamente di imparare, se posso e se riesco, così come mi piace cercare, quando le condizioni lo consentono, di guidare veloce, il che spesso non vuol poi nemmeno dire a velocità sconsiderate. Il fatto che io cerchi di rispettare il prossimo e il più possibile il Codice e sapere che poco distante da casa mia si gareggi, mi fa aumentare indubbiamente l’amarezza.  Mi auguro che così come certe informazioni siano pervenute ai giornalisti, lo stesso accada anche verso le Forze dell’Ordine, in modo da intervenire massicciamente, eventualmente con l’elicottero. In fondo, se l’atmosfera è da film per chi “gareggia”, che lo sia anche per il gran finale, in cui vincono i buoni…

Pensieri rapidi#14


Non so se l’abitudine che sto per descrivere sia italiana o una “specialità locale”, nello specifico della città in cui vivo, Torino, ma constato con sempre maggiore insofferenza l’utilizzo improprio delle “quattro frecce”, soprattutto sulle strade urbane. Il lampeggio è ormai inflazionato e spesso sostituisce quello degli indicatori direzionali, in particolare quando si è in procinto di fermarsi o di parcheggiare. Il disagio aumenta, proporzionalmente al fatto che queste vengano azionate su strade strette o, magari all’improvviso. Mi provoca particolare fastidio la leggerezza con cui non si segnala a chi segue che si stia per accostare o semplicemente ci “si faccia da parte” e si possa superare senza intoppi. Ogni tanto, esasperato, provo a discuterne con il “quattrofreccista” di turno, che puntualmente mi manda a stendere, forte del fatto che lui abbia segnalato la “situazione diversa” con il lampeggio di emergenza, che a ben pensare ha già nel nome il significato del suo utilizzo. Siccome non sono ipocrita, confesso di usare anche io le quattro frecce, solo dopo aver fermato la vettura, magari in sosta e poco visibile, ma sempre dopo aver utilizzato le frecce, per far capire agli altri cosa stia facendo.

Nella casa in montagna devo utilizzare un “nuovo” box, molto meno capiente del precedente e soprattutto parecchio “giusto” nell’imboccatura e nello spazio antistante, al punto di dover entrare in retromarcia, manovrando parecchio per “centrare” l’ingresso. Mi accorgo immediatamente dell’esistenza di due scuole di pensiero, rispetto all’ingresso in box, ovvero quella “di muso” a cui appartengo storicamente e quella “in retro”, cui ho dovuto aderire forzatamente. Sono davvero due mondi differenti, che implicano una diversa percezione degli spazi e degli ingombri della vettura (soprattutto se non è una city car), soprattutto, nel mio caso implica il doversi riaffidare ai propri sensi, ancor più che ai sensori, visto che con gli spazi molto stretti e con le fiancate da “far quadrare”, l’unico vero sensore è lo specchietto retrovisore. Anche questo è un piccolo allenamento, talvolta un po’ rischioso, ma utile a ricordare che la guida e il parcheggio sono pur sempre “piccole arti”. Detto poi da uno che non ha molte preclusioni sull’elettronica, la frase acquista parecchio valore.

Ho visto, come molti, le immagini della nuova Fiat 124 Spider e il suo spot, di cui parlerò in un prossimo post. Mi voglio soffermare brevemente sul nome e sul criterio di scelta, confermando le identiche perplessità manifestate per la Tipo. Sono conscio che la scelta sia ricaduta su un nome conosciuto anche negli USA, ma pur sempre su una vettura che non è più presente sul mercato da almeno 30 anni e che quindi non ha una continuità di presenza, tanto che le ultime Spider non erano nemmeno più Fiat, bensì Pininfarina e ribattezzate “Spider Europa”. Lo stesso dicasi in Italia, dove la spider era una delle molte varianti di una grande famiglia, quella 124, dunque il nome era una conseguenza della funzione. Sono evidentemente prevenuto, ma ribadisco quanto già scritto in precedenza: quando non c’è una continuità, è giusto e sensato anche reinventare, cambiare nome. Del resto, la stessa operazione fu fatta, a mio giudizio con successo, negli anni ’90, con la Coupè e la Barchetta, nomi nuovi per modelli nuovi. Sono queste le stesse perplessità che ho nei confronti di Hyundai, che è tornata sui suoi passi, dalla ix35 a Tucson, ma è anche comprensibile, vista la similitudine della sigla con quella di modelli di altri costruttori.

Pensieri rapidi #13


L’episodio arcinoto e arcicommentato (su cui non intendo approfondire) tra Rossi e Marquez a Sepang mi ha evocato una di quelle situazioni tipiche nella guida di tutti i giorni, in cui riteniamo di essere ostacolati, “subiamo” per alcuni km e poi reagiamo sorpassando e magari chiudendo un poco la traiettoria di chi viene considerato ostacolo del nostro cammino. Senza peccare di presunzione, ritengo che ad ognuno di noi sia capitato di comportarsi così, magari poi talvolta pentendosi anche del gesto, ma sentendo quasi liberatorio il “dover fare” qualcosa. Lungi da me giustificare la “guerriglia” al volante, anzi, mi rendo conto che con il passare degli anni stia aumentando la mia pazienza e una certa tolleranza, ma quel che intendo dire (anche a me stesso) è che occorrerebbe sempre ragionare un secondo in più, dal momento che su strada non esistono i margini di sicurezza offerti dalla pista. Ribadisco, è difficile, ma occorre impegnarsi, così come occorre impegnarsi per non costituire intralcio. Per molti, essere sorpassati equivale ad un oltraggio, mentre farsi da parte sarebbe solo un gesto di civiltà e sicurezza.

Ho letto, la notizia ogni tanto rimbalza ancora in rete e su carta stampata, che la figlia dello scomparso attore Paul Walker, intende o forse ha già dato mandato ai suoi avvocati, fare causa alla Porsche per l’incidente che ha coinvolto il proprietario della vettura e, appunto Walker, che ne era passeggero. Impossibile per me giudicare non conoscendo molto della vicenda, ma di certo la figlia di Walker vorrebbe un risarcimento dalla Porsche, rea di non aver prodotto un’automobile sicura. Dalle notizie reperite in rete, pare che la vettura montasse gomme consumate e vecchie, inoltre la dinamica dell’incidente lascerebbe intuire che il guidatore si sia lasciato prendere la mano e abbia lanciato la vettura a notevole velocità, per giunta in curva. Da qui ho sviluppato due personalissime considerazioni. La prima, riguarda forse un certo pregiudizio riguardante le supercar, ritenute potentissime e indistruttibili, mentre è vero quasi l’opposto: hanno strutture robuste per essere leggere e resistenti, ma possono permettersi di non rispettare alcuni criteri di sicurezza sui crash test, grazie alla realizzazione in piccola serie. La seconda considerazione riguarda il paradosso tra il ritenere pericoloso condurre certe vetture, anche ad alta velocità e su strada aperta, dunque con notevoli rischi e poi disprezzare la guida autonoma, che potenzialmente, dico potenzialmente, azzera gli incidenti. Ho esagerato, ovviamente, ma dal momento che a me piace guidare, ma il futuro è inarrestabile, quindi prima o poi la guida assistita in qualche misura ci coinvolgerà, occorre essere realisti.

Posto che affrontare una bella serie di curve in montagna, seduto su una giusta dose di coppia, continui a rappresentare uno dei miei piaceri preferiti, mi accorgo con realismo estremo e forse rassegnato, che la guida quotidiana in città mi ha cambiato, anzi, sono io ad esser cambiato e guardo il traffico attorno a me con altri occhi. Per non sentirmi particolarmente frustrato, nonché per non alleggerire inutilmente il serbatoio, il mio obiettivo costante è il maggior risparmio di carburante, senza voler forzatamente viaggiare a 20 km/h, il che talvolta è persino più oneroso. Grazie al cambio automatico (che in sé fa consumare di più, poiché porta anche più kg a bordo) e alla modalità di veleggio, ovvero lo stacco automatico del cambio quando non serve, cerco ormai di minimizzare le accelerazioni e le frenate, lasciando scorrere di più la vettura. Mi accorgo che nel traffico è certamente una pratica non sempre facile, ma devo dire che adottare una guida predittiva presenta dei vantaggi, in termini proprio di consumo e lo sarebbe ancor più se tutti adottassero uno stile fatto meno da accelerazioni e frenate. Mi sembra ormai di parlare da “pentito del gas”, ma per indorare a me stesso questo ragionamento, penso anche alla possibilità di “spendere” una fetta di bonus sulle strade e nelle condizioni in cui è consentita la modalità “sport”, per l’auto e per la mia testa.

3MSC – 3 minuti senza Codice


Doverosa premessa: quello che leggere è realmente accaduto.
In una mattina come tante, esco dal passo carraio per imboccare la “mia” via, non molto larga, ma a doppio senso e, alla mia sinistra, incurante della poca visibilità causata dalle auto in doppia fila, sfreccia una vettura che mi sfiora il muso. Fortunatamente mi sporgo sempre lentamente, visto che spesso i pedoni sul marciapiede ignorano un cancello che si apre.

Percorro 100m e giungo alla prima svolta, dove ho la precedenza e come sempre nessuno rallenta per darmela. Svolto e incrocio una minicar che viaggia quasi a centro strada, le “faccio i fari” e ricevo una serie di improperi. Allo stop successivo attendo per svoltare e la prima vettura che sopraggiunge, svolta senza freccia (si usano ancora?). Dopo quasi un km svolto con il verde a destra e la vettura dalla direzione opposta decide che non è fondamentale considerare che abbia la precedenza e mi “accelera sul muso”. Quasi in ufficio, a qualche km, metto la freccia a sinistra, in un punto consentito, perchè sono quasi giunto al parcheggio aziendale e da dietro mi suonano. Forse avrete impiegato più tempo a leggere, che non io a percorrere la strada. Qualche considerazione: non abito a Bombay, ma a Torino, non sono un imbranato al volante e quello che ho raccontato accade quasi quotidianamente e quasi in fotocopia.

Trascurando il fatto che qualcuno potrebbe suggerire di cambiare mezzo di trasporto o di andare a piedi, traggo questi spunti, non tanto per ergermi a paladino della legge o a modello comportamentale, ma mi inducono a riflettere ancora una volta su cosa sia la circolazione e più in generale l’automobilista medio. Tra i comportamenti che ho descritto ce ne sono alcuni che ignorano il buon senso, altri di ignoranza vera, delle regole e dei pericoli che conseguono a certi comportamenti. Chi legge questo blog avrà notato come ormai sia spesso presente questa mia vena polemica e un po’ trombona, ma è sotto gli occhi di tutti un peggioramento della qualità degli automobilisti. Nel mio caso, quello torinese intendo, non si può neppure attribuire ciò al peggioramento del traffico, giacché salvo cantieri particolari, le auto in circolazione sono sempre meno, a causa di una crisi reale e dei costi di utilizzo dell’automobile. Questo a mio avviso non autorizza però a comportarsi come degli irresponsabili, perché il più delle volte si compiono azioni per le quali non si immagina la conseguenza.

Sono consapevole che non si possa pretendere un livello di qualità di guida da piloti per chiunque, visto che per molti l’auto è il più grande elettrodomestico di casa e io rispetto anche questa visione, tuttavia vige un senso di irresponsabilità, accresciuto dal fatto di non essere totalmente concentrati sulla guida. Tengo sempre a ribadire come io non sia esente da critiche, giacché ogni tanto (per fortuna poche volte) vengo multato, pur se non per infrazioni gravi, ma mi reputo in grado di valutare e prevenire certi comportamenti altrui, provando talvolta anche un poco di frustrazione, nel dover subire, vedendo che agli altri vada sempre bene. Mi reputo uno degli ultimi romantici per i quali prendere una multa risulta come un disonore, dunque come una cosa da evitare.

Non intendo ergere questo mio punto di vista come modello comportamentale, ma rimango fermamente convinto che in circolazione ci siano guidatori troppo superficiali e di conseguenza pericolosi e, come cittadino, sono un pochino sconfortato.

Rotonda radente


In Liguria, dove trascorro i fine settimana al mare, più precisamente nelle vicinanze di un tratto d’Aurelia, sono stati recentemente terminati i lavori di rifacimento di un ponte che attraversa uno dei tanti torrenti che nella brutta stagione riversano le acque in mare. Con l’occasione, siccome il ponte era anche un incrocio di strade regolate da semaforo, si è provveduto alla creazione di una rotonda, al momento provvisoria, a raso. Da qui, le mie perplessità già emerse nei confronti di rotonde o spartitraffico “disegnati”, che molto spesso vengono ignorati, forse anche perché non visti.

Il problema è proprio quello della visibilità della rotonda e in particolare, visto che la cosa mi sta più a cuore, quella degli attraversamenti pedonali, sia in prossimità, che nei 100 metri precedenti. Ho immediatamente constatato che il flusso veicolare non rallenta più come prima, quando anche con il semaforo verde si intuiva la presenza di un incrocio, ma al massimo la manovra viene fatta giusto in prossimità dell’immissione, qualora si veda un altro veicolo, altrimenti si sa di poter tirare dritto, con buona pace, si fa per dire, dei pedoni che devono attraversare. Sono consapevole del fatto che questa sia una fase ancora di studio per la nuova viabilità, ma spero che i funzionari preposti ne tengano conto, perché è pur vero che il traffico in questo modo risulti più scorrevole, tuttavia , quando gli attraversamenti pedonali non sono regolati da semafori, occorre anche un minimo di aiuto per i pedoni, che qui poi sono spesso anziani o come me, genitori con passeggino, dunque categorie più lente e più “deboli” nell’attraversare.

Sarà difficile, anche se sarebbe più efficace, che venga realizzata una “vera” rotonda o che vengano posti (spero di no) i famigerati bumper, i rialzi, perché visto il traffico intenso renderebbero disagevole il passaggio di ambulanze che qui non hanno altre vie di transito.

Esprimevo pocanzi le mie perplessità nei confronti delle rotonde a raso, perché ormai da una quindicina di anni ve n’è una esattamente sotto casa dei miei genitori, dove abitavo anche io sino a qualche anno fa. Anche in questo caso, il rialzo è praticamente invisibile, pur se esiste, ma è talmente “carrabile” che non viene quasi considerato. Qui forse è ancora più grave la situazione, poiché tutta la rotonda dovrebbe trovarsi in una zona rialzata, ma anch’essa è molto bassa, al punti di non si avvertire la salita. Il risultato è che la circolazione della via più grande “mangia” quella della via per così dire secondaria, dal momento che è sufficiente non rallentare per intimorire chi sopravviene e indurre a rinunciare di rovendicare la precedenza, per non impattare (di lato) con chi arriva. Insomma, più che una precedenza, in molti casi è una prova di forza, non dimenticando poi che ci si trova in zona residenziale, con pedoni che attraversano per andare al cimitero (non in senso figurato) e verso la piscina comunale. Qualcuno potrebbe obiettare che magari non c’era tutto lo spazio necessario, ma in questo caso è evidente che si sarebbe potuto “mangiare” un paio di metri per lato senza grossi problemi, mentre si è preferito adattare una sede stradale con semaforo, al nuovo scopo, con pochissime modifiche.

Senza volersi ergere a urbanisti, occorrerebbe talvolta un po’ più di osservazione e buon senso, magari mettendo anche a bilancio delle possibili correzioni, evidenti talvolta solo con la messa in pratica e servirebbe, perché sin qui non ne ho parlato, anche un po’ di rispetto delle regole del Codice della Strada e del buonsenso da parte di tutti noi.

Pensieri rapidi #9


Mi reputo (a volte mio malgrado) una persona scrupolosa e attenta alle regole, perciò quando salgo in auto attivo il bluetooth del mio dispositivo in modo da fruire del comodissimo vivavoce in movimento. Accade che, per qualche strano motivo il telefono risulti collegato, ma non si attivi il vivavoce, proprio mentre sto telefonando e mi ritrovo a prendere il telefono in mano e a guidare (piano). Oltre ad essere passibile di multa, mi accorgo di non essere nemmeno in grado di svolgere le due azioni e mi sento oltremodo impacciato. Mi domando come facciano a guidare, apparentemente disinvolti, i moltissimi automobilisti che incrocio e sorpasso, intenti in telefonate così importanti da distogliere (inevitabilmente) l’attenzione dalla guida e aumentando i rischi da collisione. Ovviamente ho desistito praticamente subito, per riconnettere il mio dispositivo. Sono tanti gli optional “obbligatori” che abbiamo in auto e a volte penso che un vivavoce bluetooth dovrebbe essere incluso di default, così come ormai lo è la radio. Mi conforta sapere che in Francia stiano per vietare le telefonate in auto senza il bluetooth, anche con le cuffie. Varrebbe la pena di pensarci anche da noi.

Non vorrei apparire perennemente critico, ma da spettatore e appassionato di automobili, mi capita di seguire in tv numerose trasmissioni. Tra queste c’è la pillola domenicale in coda al TG2 delle 13, TG2 Motori. E’ molto breve, ma alle volte la questo non è un difetto. Il punto è semmai come vengano presentate le vetture in prova: mi si potrà giudicare come maniaco, ma vedere più di un giornalista specializzato che mentre guida tiene le mani sul volante “a caso”, cioè nella peggiore e un po’ sguaiata posizione possibile, mi sembra persino sconveniente e certamente poco educativo. Ribadisco che probabilmente sarò eccessivamente puntiglioso, ma ritengo che ci sia sempre necessità di esempi, nonché di competenza, dunque parlare e rivolgersi alla telecamera alla propria destra è parte del servizio giornalistico, ma farlo con le mani alle 9.15 o perlomeno con la sinistra alle 9, mentre con la destra si sta indicando qualcosa della vettura, sarebbe quantomeno educativo. Difficilmente mi piacerebbe parlare con maestro di sci che insegna usando male le bacchette e non sta centrale in posizione, oppure con un maestro di tennis che impugna la racchetta a metà. Concordo pienamente con il pilota Siegfried Stohr, che sostiene due cose: la guida sia tecnica e che il “problema” dei guidatori consista nel reputarsi indistintamente capaci. Per fortuna, in tv, ci sono anche giornalisti che tengono correttamente il volante e mi rassereno.

Si è conclusa da poco “Parco Valentino – Salone e Gran Premio”, manifestazione che, come suggerisce il nome ha riportato un’esposizione di automobili a Torino, dopo 15 anni di assenza e lo ha fatto nell’ormai un po’ appannata capitale dell’automobile, giacché Torino non è più il cuore dell’industria automobilistica italiana, almeno non come lo si intendeva. Intanto, sono rallegrato dal fatto che nella mia città si parli nuovamente di una manifestazione automobilistica e che per giunta abbia la cornice di un luogo che fu parte della storia dell’automobilismo sportivo, ovvero le strade attorno al Castello del Valentino, che ospitarono anche i primi Gran Premi della nascente Formula 1, nell’immediato dopoguerra. Altra nota di merito, a mio avviso, è nella gratuità dell’ingresso per il pubblico che ha portato 300000 visitatori secondo gli organizzatori, nonché nella volontà di aver richiamato numerose Case automobilistiche. La nota dolente, da appassionato e da visitatore di saloni e motor show, è l’aria da “festa di paese”, pur se di lusso, che si respirava. Niente a che vedere, è una mia opinione, sia chiaro, con l’atmosfera di un Salone al chiuso, dove negli stand sono esposte molte vetture, se non tutte, di un certo marchio e non un singolo o magari quattro modelli al massimo. Siccome non sono completamente a digiuno dell’ambiente automotive, sono conscio delle difficoltà e dei costi che gravitano attorno all’organizzazione di un salone e so bene che tra i motivi della fine di quello storico torinese ci sia proprio la crisi economica e dell’auto. Il taglio scelto, quello della versione “en plein air”, è sicuramente una saggia e ponderata scelta, che personalmente non mi convince appieno e che limita a mio parere il concetto di salone, relegandolo al massimo a vetrina per qualche modello. Il che, ribadisco, è cosa ben diversa. Il mio “primo” salone, quello del 1980, di cui ho vaghi e lontani ricordi, si svolgeva all’interno di Torino Esposizioni, come era sempre avvenuto, al chiuso e in uno spazio non enorme, ma c’erano molte vetture. Erano altri tempi, lo so, e da lì si iniziò a progettare stand faraonici, che oggi risultano spesso insostenibili per le Case. Non mi piace apparire nostalgico, anzi, ma per me il Salone di Torino è ancora un’altra cosa. La speranza è che l’esito della manifestazione di quest’anno e il mercato in crescita, stuzzichino organizzatori, istituzioni e Case a pensare di ripartire “in grande” con il Salone. Sono ottimista e voglio crederci.

Pensieri rapidi #5


Ne avevo scritto in proposito tempo fa in un post, ma la nascita della nuova Mustang mi ha particolarmente incuriosito e ingolosito, perché nella sua ultima declinazione, Ford ha pensato anche al mercato europeo, come gusto e come motorizzazioni. Mercato europeo, ma meno italiano, poiché ahinoi l’ottima versione 2.3 turbo da 310 cavalli basta e avanza rispetto al 5.0 e viene proposta ad un prezzo a mio avviso choccante, poiché la partenza del suo listino è 250 euro sopra ad una Kuga 4WD automatica. Purtroppo sarà penalizzata dal superbollo gravante su di essa, infatti, se da un lato è praticamente impossibile trovare una dose così massiccia di cavalli a quella cifra, risulta assai più impegnativo mantenere una vettura che paga circa 1500 euro di tassa di possesso complessiva all’anno. E’ un peccato, poiché pur se non siamo ai livelli di una M4 o una S5 come qualità e ambiente, la Mustang è una vettura autenticamente grintosa, magari su canoni un po’ americaneggianti, ma grintosa. Confesso che un pensierino lo avrei fatto anche io, ma il costo di mantenimento (benzina italiana inclusa) mi allontana da questa vettura un po’ esotica. Peccato, ma chissà se in Ford, sempre molto attenti alle politiche di prezzi e alle promozioni non pensino di emulare Lotus, che tempo fa “abbuonava” alcuni anni di superbollo, scontandoli dal prezzo.

Da qualche mese, essendo diventato papà, mi trovo a camminare per la città spingendo la carrozzina di mio figlio e devo ammettere che muovendomi da pedone “lento” abbia un punto di vista di osservazione per me nuovo, poiché quando corro (per sport) ho una velocità del tutto differente e soprattutto una diversa necessità di percepire ed evitare gli ostacoli. A seguito di questa mia nuova modalità di fruizione dei marciapiedi, ho ormai una “mappatura” del dissesto e dell’incuria di molti concittadini, che non raccolgono sporcizia o parcheggiano davanti ai molti (per fortuna) scivoli ormai presenti quasi ad ogni angolo. E’ proprio vero che ad ogni velocità corrisponda una differente necessità di attenzione.

A proposito delle camminate di cui sopra, ho notato un’abitudine che credevo perlomeno scomparsa e al più relegata ai primi anni ’90, ovvero quella di tenere le cinture allacciate, ma poi di non indossarle. Ho già avuto modo di scrivere tempo fa come possa sembrare impossibile ritenere fastidiosa la cintura di sicurezza, pur essendo io estremamente infastidito dal caldo in estate. Salire in macchina e allacciare la cintura è un gesto che compio da talmente tanti anni, che diviene più che naturale, al punto di allacciarla per sbaglio anche in garage al momento di uscire. Eppure esiste ancora una certa percentuale che non l’allaccia mentre circola o, come nel caso che citavo, la tiene allacciata, magari dietro alla schiena pur di non far suonare l’utile cicalino, ormai obbligatorio per legge. Trovo sia questo uno di quei casi in cui è più scomodo infrangere legge e buon senso, piuttosto che adottare un comportamento sicuro in primis proprio per chi lo mette in pratica.

Tempo fa scrissi in merito all’eccessivo zelo dell’accensione dei retro e fendinebbia alla comparsa delle prime gocce di condensa, comportamento che fa il paio con il mancato spegnimento da parte di molti, non appena si accodi una vettura, che viene puntualmente infastidita dal potente fascio dei retronebbia. Tanto zelo fa poi da contraltare alla ormai quasi scemata osservanza dei fari anabbaglianti accesi anche di giorno sulle strade extraurbane e sulle autostrade. Se nel secondo caso la percentuale di “fari spenti” è un poco inferiore, mi capita di osservare come sulle strade statali che percorro, l’accensione sia ormai passata in cavalleria, come se fosse una regola inutile. Tralasciando le polemiche legate a chi rilevava una crescita dei consumi in conseguenza di ciò, cosa che non escludo, ma a questo punto varrebbe la pena di notare come molti non gonfino mai i pneumatici, val la pena di ricordare che il CdS punisca l’infrazione con una sottrazione di punti. Il vero problema è che spesso, in Italia, abbiamo norme “severe” che poi non vengono fatte rispettare a dovere.

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