Respect


L’apertura col il titolo di una celeberrima canzone di Aretha Franklin, nonché di uno slogan della Fifa in tema di fair play, è un’ottima sponda per tornare a esplorare un tema già affrontato in un post dei mesi scorsi. Se volessi essere ironico, potrei citare l’eterna lotta tra automobilisti e ciclisti, parafrasando quella tra bene e male. Il punto è che qui non esistano bene o male, bensì vite umane, in particolare quelle di ciclisti e pedoni, che non vanno mai trascurati e che pagano il prezzo di comportamenti incivili di alcuni automobilisti, che però io vorrei analizzare come semplici esseri umani, al pari di ciclisti e pedoni.

Ho menzionato il concetto di rispetto, perché ne colloco la mancanza alla base di molti episodi che purtroppo vanno a riempire la cronaca nera. Io non vivo la convivenza tra automobilisti e ciclisti come una guerra di religione, perpetrata tra chi è nel giusto e chi sbaglia, con la conseguenza di pagarne l’onta. Ritengo, e la quotidianità me ne offre ampi spunti, che ci siano comportamenti scorretti da entrambe le parti, con l’ovvia conseguenza che chi pesa una tonnellata possa infliggere danni irreparabili a chi non sfiora nemmeno il quintale ma, non di meno, la leggerezza e l’estrema maneggevolezza della bicicletta non autorizza chi la conduce a compiere qualsiasi manovra gli venga in mente. La nostra cultura stradale e il rispetto del tanto vituperato Codice della Strada sono poco radicati in noi e di certo male insegnati sia a scuola che a scuola di guida. Siamo distanti anni luce da paesi (nordici) nei quali la convivenza civile è ben radicata o, se preferiamo, viene fatta rispettare. Su queste basi di civiltà, molte città europee sono state rese più sicure e adattate alla circolazione delle biciclette e la convivenza con pedoni e automobili è regolamentata e sicura.

Torno a sottolineare il concetto di veicoli anche per la bicicletta, poiché se ragionassimo interpretando la bicicletta come tale, riusciremmo a mio avviso a utilizzarla al meglio e i nostri amministratori dovrebbero così trattarla alla stregua degli altri veicoli, dedicando a essa adeguati spazi. Il mio ragionamento, apparentemente ingenuo e semplicistico, scaturisce dall’osservazione di comportamenti inequivocabilmente poco educati e prudenti di numerosi ciclisti, che pedalano contromano e imboccano vie e marciapiedi, mettendo a repentaglio la propria vita e creando situazioni di panico e pericolo per gli altri utenti della strada, pedoni inclusi. Lo stesso vale per gli automobilisti che svoltano, incuranti della bicicletta appena sorpassata e anzi, la “chiudono a destra”; altri ancora parcheggiano bloccando passaggi riservati alle piste ciclabili, oppure ancora sfrecciano ad alta velocità, creando pericolosi spostamenti di aria per il ciclista sorpassato. Sono questi comportamenti, non disattenzioni bensì a mio giudizio espressioni di “ignoranza”: del Codice, del buonsenso, degli altri in generale. Ecco quindi il succo del discorso: che si guidi un’auto, una bicicletta o si cammini, siamo in fondo sempre noi italiani, con la nostra mentalità “creativa” ad adattarci alle situazioni. Banalizzando, se siamo un popolo che rispetta poco le regole, ahimè rischieremo di farlo in molti campi, se non in tutti. Da cui la necessità di un buon sistema di insegnamento abbinato ad un valido sistema repressivo delle infrazioni, non una Gestapo, piuttosto un’autorità che facesse rispettare le regole che già esistono. Basterebbe poi, molto semplicemente che ciascuno di noi cercasse di “fare la propria parte” guidato dal buonsenso e, a mio avviso le cose migliorerebbero parecchio.

A proposito delle guerre di religione di cui sopra, mi ha colpito qualche mese addietro, un’aspra e velenosa critica da parte di un rappresentante delle associazioni di ciclisti nei confronti del direttore di Quattroruote, che auspicava l’introduzione del casco obbligatorio in bicicletta. Sono stati rivolti insulti e critiche piuttosto pesanti ad un’idea che reputo tutt’altro che malsana. Il ruolo del casco non sarà certamente quello di una corazza protettiva, ma rappresenta pur sempre una protezione della nostra preziosa scatola cranica. È stato affermato e qui non ho gli strumenti per controbattere,  che il casco potesse addirittura creare maggiori danni in caso di cadute e sono stati citati esempi anche di ciclisti professionisti, periti in gara (a 60-80 km/h, forse anche oltre) con il casco in testa. Premettendo che sono stati conteggiati anche casi dei ciclisti morti in cadute quando non era obbligatorio per i professionisti un dispositivo fondamentale come il casco,si è secondo me perso il senso del discorso. Il casco non serve a proteggersi da urti contro una vettura (nemmeno una Smart può “resistere” ad una Q7) bensì dalle cadute o perlomeno riduce i traumi attutendo il colpo.

Nell’ambito della mia modestissima opera di sensibilizzazione, cito l’introduzione dell’obbligatorietà del casco tra gli sciatori sotto i 14 anni, che credo non abbia scandalizzato nessuno anzi, abbia contribuito alla diffusione tra gli sciatori non professionisti, al punto che per molti (compreso il sottoscritto) il casco è divenuto parte integrante dell’equipaggiamento.

Sarebbero numerosi i ragionamenti sul tema della sicurezza stradale e dei comportamenti da tenere in presenza di altri, a prescindere dai mezzi ed è per questo motivo che a mio avviso molto debba riguardare il concetto di rispetto. Chiaramente ho fatto molte semplificazioni a proposito di un problema, quello della sicurezza stradale urbana, particolarmente percepito e che nei prossimi anni, con una crescente coscienza ecologica e con un progressivo aumento dei prezzi dei carburanti, andrà sempre più acuendosi. Non penso che arriveremo nel breve termine ad avere città in cui saranno bandite le automobili (e nemmeno lo vorrei), così come non è giusto che i ciclisti si possano sentire pesci fuor d’acqua a circolare sulle nostre strade, quindi la soluzione va ricercata nella coscienza civile di ognuno di noi.

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Informazioni su aedser

Chi sono? Nasco a Torino il 2 agosto 1976, il giorno dopo l'incidente di Lauda al Nürburgring e lo stesso anno in cui Lucio Dalla pubblica l'album "Automobili". Impiego circa un anno per appassionarmi anche io di automobili. Conservo gelosamente, come Zio Paperone, la mia "numero uno": una Maserati di latta a cui ovviamente sono molto affezionato. Ho praticamente imparato a leggere sui depliant di automobili e non ho quasi mai smesso di collezionarne, con grande gioia di chi mi sta attorno. La mia passione non si è mai arrestata, anzi si è evoluta: pian piano hanno iniziato a interessarmi la tecnica e il design. Mi cibo di riviste, mi piacciono praticamente tutti i "generi" di automobile. Mi piace guidare e parlare di automobili. Mi diverto con i test drive. La mia vita è fatta anche di altro: sono laureato in Architettura, corro e scio con grande soddisfazione, ho una compagna, un figlio e nella mia vita non possono mancare i pastori tedeschi. Se non si fosse capito, difficilmente potrei vivere senza automobili.

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